No, non è il mio album di famiglia, quello che sto sfogliando con un po’ di disgusto e che racconta storie di giornalisti e magistrati. Il disgusto è dovuto prima di tutto al fatto che si tratta di intercettazioni, cioè di colpi alle spalle nei confronti di persone che intrattengono conversazioni personali. Mi dà fastidio leggerle, è un’intrusione nei fatti altrui. Il secondo motivo dei miei sentimenti così negativi è dato dalla volgarità d’animo che emerge dal mondo della magistratura più politica e sindacalizzata. Che nel “mondo dei Palamara” si svolgessero intrallazzi, tradimenti, complotti e attacchi alla giugulare, non so perché, ma non mi stupisce. Noi lo chiamiamo il “Partito dei pm”, e ovviamente non riguarda solo il dottor Luca Palamara, che in questa storia, soprattutto nella sua parte giudiziaria, è forse più vittima che carnefice. Ma forse l’abbiamo nobilitato, il “mondo dei Palamara”, dandogli la denominazione di partito. Forse la parte più inedita di queste conversazioni carpite da uno strumentino che si chiama trojan e che ricorda metodi da Ovra, non è la lotta politica, furibonda, che si svolge tra magistrati alla vigilia elettorale delle nomine, ma proprio la volgarità.

La risata grassa, il darsi di gomito come fanno certi uomini al passare di una bella ragazza di cui non è il viso la parte che interessa. La bella ragazza di queste intercettazioni sul “mondo dei Palamara” è proprio il giornalista. Leggere quel che i togati dicono tra loro sul mondo dell’informazione, sullo spregiudicato uso che loro ne fanno e intendono farne, è ancora più imbarazzante di quanto non sia apprendere quante volte si vedono e si sentono e concordano gli articoli da far uscire i pubblici ministeri con i loro amici cronisti. Io stessa ho svolto per molti anni la mia attività di giornalista al Palazzo di giustizia, in gran parte a Milano, un poco anche a Roma. Anzi, ho cominciato a scrivere su un giornale proprio come cronista giudiziaria. È normale che nel posto di lavoro, nel luogo dove vai ogni giorno si costruiscano rapporti, nascano amicizie. A volte anche storie d’amore. Poi va anche detto che la prima fonte delle notizie che riguardano la giustizia è il magistrato, il pubblico ministero, per la precisione. Poi naturalmente ci sono gli avvocati, le forze dell’ordine, i cancellieri, i segretari, eccetera eccetera. Ma il pubblico ministero è il dominus, la bocca della verità, il miele di ogni cronista giudiziario. E ogni pm sa di contare qualcosa solo nel momento in cui i giornalisti cominciano a bussare alla sua porta, e sa di esser diventato un divo quando si sposta nei corridoi del palazzo di giustizia inseguito dal codazzo dei cronisti.

Ricordo, molti anni fa, un pubblico ministero arrivato dal sud d’Italia. Era serio e riservato. Poi un giorno, un suo collega con cui avevo preso ad avere un po’ di confidenza, mi raccontò che quel magistrato aveva appuntamento con un sarto. “Sai, gli aveva confidato, ora dovrò vestirmi meglio, perché con questa nuova inchiesta che sto conducendo dovrò incontrare i giornalisti”. Mi aveva fatto tenerezza, ma anche un po’ paura, quasi un certo mondo stesse per cambiare. Cambiò davvero tutto, con gli anni di Tangentopoli e l’arrivo di Di Pietro, nel 1992, mentre io mi avviavo a fare un altro mestiere in Parlamento e lasciavo definitivamente il Palazzaccio di Milano. Cambiò tutto, e oggi ci risiamo, daccapo. Leggere le conversazioni tra giornalisti, alcuni dei quali famosi, e un magistrato intercettato, conoscere le loro trame per orientare l’informazione per un verso piuttosto che per l’altro, e i siluri tra colleghi e le spiate, tutto questo lascia sconcertati. Ma fa venir voglia di scappare a gambe levate senza poter nascondere il disgusto per il chiacchiericcio volgare tra magistrati.

Quando dicono che quel giornalista lì è uomo dei servizi segreti, che quell’altro è legato ai poteri forti, che quella è avvicinabile, e si chiedono se non sia meglio scavalcare il cronista e puntare ai vertici del quotidiano. Per quale scopo? Per rendere l’informazione prigioniera una volta di più del potere giudiziario. E il giornalista è posto in totale passività, come l’inconsapevole bella ragazza che passava per strada davanti a un gruppo di maschi voraci. No, non è il mio album di famiglia. Ho fatto la cronista giudiziaria per tanti anni, sono stata amica di molti magistrati e di avvocati. Sempre con reciproco rispetto. Uno schifo così non l’avevo neanche immaginato. Però voglio proprio raccontarvela questa storia di giornalisti e magistrati che ho visto e vissuto da molto vicino per vari decenni.

(1-continua)