Hanno arrestato un magistrato, e noi partiamo dall’idea che sia innocente. Come molti politici, molti calabresi o siciliani, molti architetti, imprenditori, operai, idraulici e medici. Succede spessissimo che una persona arrestata sia innocente. E quando uno viene arrestato e poi si scopre che è innocente, e che quindi gli è stato arrecato un danno gravissimo che ha sfregiato la sua vita, quando succede questo è l’unico caso, nel vivere civile, in cui nessuno viene chiamato a pagare per l’errore. È un errore ammesso. Se un medico sbaglia lo si stanga, se sbaglia un magistrato, spesso, lo si promuove. Il magistrato arrestato si chiama Carlo Maria Capristo, è un magistrato di altissimo grado, un Procuratore, ha una lunga carriera alle spalle. È accusato di un reato molto grave: non di avere aggiustato una sentenza o un procedimento, favorendo un imputato, ma dell’esatto contrario: di avere fatto pressioni su un Pm perché mettesse nei guai degli innocenti. Cioè di avere abusato dolosamente del suo potere per vessare persone per bene. Questo è l’unico caso (la presenza del dolo) nel quale anche un magistrato può essere processato.

Il dolo viene considerato particolarmente grave quando è a favore di un imputato, in quel caso si finisce proprio in cella, perché si viene considerati traditori della funzione punitiva della magistratura. Se il dolo invece viene esercitato “contro” un imputato, il reato è considerato un po’ meno grave e quindi si ricorre agli arresti domiciliari. L’arresto domiciliare di questo Procuratore, e le indagini avviate su un altro Procuratore (quello di Trani) che sarebbe stato in qualche modo suo complice, avviene proprio nei giorni dello scandalo Csm. Cioè mentre su alcuni giornali (pochi) vengono pubblicate paginate di messaggi e intercettazioni realizzate sul cellulare di Luca Palamara (ex capo dell’Associazione Magistrati ed ex membro del Csm) grazie all’uso di quel maledetto aggeggio che è il Trojan. Cioè un virus informatico che trasforma il tuo cellulare in una centralina di spionaggio come quelle che si usavano nella Rdt ai tempi del regime comunista.

Le intercettazioni pubblicate sui giornali hanno raccontato delle lotte tra correnti della magistratura e hanno scatenato nuove lotte fratricide. Il Partito dei Pm, che in questi 25 anni è stato – in genere senza farsi notare – un pilastro del sistema politico, nel nostro paese – capace di influenzare sia le scelte politiche sia, largamente, la selezione dei gruppi dirigenti – improvvisamente si è frantumato. Anche grazie agli scontri che si sono aperti nei 5 Stelle (che sono la rappresentanza parlamentare del partito dei Pm) e alla furia fratricida nelle correnti più reazionarie e giustizialiste delle toghe. Ora possiamo tranquillamente dire che ci troviamo di fronte a un fenomeno che – usando un vecchio linguaggio giornalistico – potremmo chiamare “Magistratopoli”. Come la vecchia Tangentopoli. Come allora, a creare il fenomeno non sono tanto i reati, che – francamente – soprattutto in questa occasione o non ci sono o sono minimi – ma il clima che si è creato: un inseguirsi di sospetti, accuse, vendette, e la conseguente perdita verticale di autorità morale. La magistratura si è mostrata finalmente al pubblico per quel che realmente è: il luogo di esercizio di uno straordinario potere, politico – e persino fisico – sulla società italiana, che però pretende invece di essere un luogo di moralità e di etica pubblica. Cos’è in realtà la magistratura: in un’enclave intoccabile, che impone le sue leggi a se stessa, che lottizza, che patteggia, che commercia favori, posti, Procure e naturalmente molto potere.

Qual è la differenza tra Magistratopoli a Tangentopoli? C’è una differenza fondamentale, che può determinare un esito di questo scandalo ben diverso dall’esito che, negli anni Novanta, portò alla demolizione della Prima Repubblica, cioè del cinquantennio più produttivo e democratico della storia d’Italia. La differenza è semplice: è la stampa, bellezza. Negli anni Novanta la stampa e la televisione si schierarono a corpo morto con i magistrati. Trascinarono dalla loro parte anche molti imprenditori, che concessero il loro appoggio ai Pm in cambio, semplicemente, dell’impunità. Da allora, l’informazione, in Italia – soprattutto quella dei grandi giornali e delle Tv – è diventata in larghissima misura subalterna alle Procure. Spesso al servizio vero e proprio delle Procure, in una funzione del tutto ancillare. Oggi questa storia dell’informazione pesa. E se allora l’informazione si schierò contro Tangentopoli, oggi non sembra per niente intenzionata a schierarsi contro magistratopoli. La maggior parte dei mezzi di informazione tace, non riporta le notizie, sembra allo sbando di fronte allo sciogliersi del partito di riferimento (il partito dei Pm).

Persino nel racconto dell’arresto del magistrato a Taranto, ieri, gli online dei grandi giornali erano reticenti in modo clamoroso. Il Corriere aveva confenzionato un titolo che sembrava uno scherzo: “Ai domiciliari un magistrato: è accusato di contatti con le Alte Sfere”. E il reato? Boh. Non sono sicurissimo che il titolo fosse esattamente questo, lo cito a memoria, perché a una certa ora del pomeriggio il titolo è sparito del tutto. Su Repubblica un titolo appena appena un po’ meno reticente c’era, anche a sera, ma non certo tra i primi titoli. Cosa avrebbero fatto i grandi giornali se avessero arrestato un ministro? Ve lo immaginate? Eppure chiunque sa che un Procuratore è ben più potente di un ministro. Non solo, ma – a occhio – dovrebbe essere quello che arresta, non quello che si fa arrestare. Il problema non è un problema marginale. L’assenza, in Italia, di un giornalismo vero e attendibile, come c’è negli altri paesi, e soprattutto la totale – totale – assenza di un giornalismo indipendente dal potere e soprattutto dal potere della magistratura, crea uno squilibrio formidabile nel sistema dei contrappesi che garantisce la tenuta di una democrazia. E sta portando dei danni forse irreversibili allo Stato di diritto.