Siamo ormai arrivati alla tortura. Quella dei Paesi totalitari che umilia, poi annienta, poi uccide. Due avvocati, Giancarlo Pittelli e Francesco Stilo, sono in carcere da nove mesi senza processo e senza la consistenza di accuse che non siano quelle evanescenti del reato che non c’è, quello cui si ricorre quando non ci sono prove, il concorso esterno in associazione mafiosa. I due detenuti sono sicuramente innocenti, e non solo perché lo dice la Costituzione, ma sono anche colpevoli. Colpevoli di essere calabresi, prima di tutto. E poi di indossare la toga sbagliata, quella di chi difende, non quella di chi accusa.

La toga “giusta” la indossa il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, colui che vuole smontare la Calabria come un lego, per poi ricostruirla a modo suo. Colui che fa le retate che poi i suoi colleghi provano a smontare, causa inconsistenza, superficialità e improvvisazione nella ricerca delle prove. Colui che è riuscito persino a far trasferire e degradare dal Csm in modo fulmineo il suo superiore di grado, il procuratore generale Otello Lupacchini, che si era permesso di criticare le modalità con cui era stato tenuto all’oscuro delle retate. Via, a Torino a fare il vice di un altro. I due avvocati calabresi con la loro toga sbagliata sono invece stati spediti uno in Sardegna e l’altro in Lombardia, sbattuti come sacchi di patate lontano dalle famiglie e dai difensori. Così imparano una volta per tutte quel che vuol dire nascere e crescere in una regione come la Calabria, che non solo è la più povera d’Italia, non solo ha la mafia più potente di tutte, la ‘ndrangheta, ma ostenta anche una magistratura squassata da risse e faide interne, spesso protagonista di denunce e controdenunce. Apparentemente forte, ma debolissima.

E la propria fragilità la fa pagare sempre a chi finisce nelle sue ragnatele. L’episodio Lupacchini è solo l’ultimo, e non è detto che segni il capitolo conclusivo. Certo è che Nicola Gratteri è un uomo potente. Vuol passare alla storia per questo maxiprocesso dal nome Rinascita Scott, con cui vuol far concorrenza alla storia di Giovanni Falcone. Il quale non era potente per niente, e fu invece combattuto persino dai suoi stessi colleghi, fino a dover cambiare strada. E quando fu indebolito, la mafia lo azzannò. Chissà se si farà mai, questo maxiprocesso calabrese. Per ora si attende l’udienza preliminare per 456 indagati, di cui moltissimi a piede libero dopo le decimazioni degli arresti da parte di gip, riesame e Cassazione, mentre 23 posizioni sono state già stralciate prima ancora dell’udienza. Ci sono ben 224 parti offese, comprese le massime istituzioni, tra cui la Regione Calabria, la cui giunta il 14 luglio scorso ha sorprendentemente deliberato di mettere a disposizione un’area di tremila metri quadri per l’aula, in vista del processo che ancora non c’è. Cioè dando per scontato che centinaia di indagati, ancora innocenti secondo la Costituzione, saranno rinviati a giudizio. Dando per scontato che se il dottor Gratteri fa una retata di mafiosi, gli arrestati siano tutti mafiosi, quindi vadano tutti processati. E condannati, va da sé.

Ma il procuratore di Catanzaro ha anche un’altra ambizione, quella di cercare il famoso terzo livello su cui Giovanni Falcone ebbe tanti dubbi. Ha bisogno di passare alla storia come quello che ha sconfitto la ‘ndrangheta “dei colletti bianchi”. Ma non ci sono altro che picciotti, purtroppo, nell’inchiesta Rinascita-Scott. Ecco perché è importante tenere sequestrati in carcere i due avvocati. Ecco perché i corpi martoriati di Pittelli e Stilo devono essere torturati fino all’annientamento. Il primo è in isolamento nel tremendo carcere di Badu ‘e Carros, e ai suoi legali, ma anche al deputato Vittorio Sgarbi che è andato a visitarlo proprio per controllare le sue condizioni di salute, è parso irriconoscibile, “in uno stato di forte depressione, psicologicamente provato”. Sarà giudicato con il rito abbreviato, su sua richiesta. E vedremo se ci sarà un giudice in grado di comportarsi come quello di Berlino.

Quanto a Francesco Stilo, detenuto a Opera, ha un quadro clinico raccapricciante: in seguito a un incidente, ha un ematoma all’aorta toracica con rischio dissecazione, e difficilmente può essere operato perché pesa circa 150 chili. Inoltre è cardiopatico, iperteso, con continue crisi di panico e due tentativi di suicidio del passato. A Opera è capitato in cella con un detenuto positivo al Covid-19. Ne è stato quindi disposto il trasferimento a Bologna. Sentite che cosa scrivono gli uomini del Dap di lui alla direzione del nuovo carcere: «Si segnala che trattasi di soggetto appartenente all’associazione per delinquere di tipo mafioso denominata NDR». Si raccomanda quindi, «in considerazione dell’elevata pericolosità del soggetto», di stare all’erta per «impedire tentativi di evasione, anche mediante complicità esterne» nel corso del trasporto da Opera a Bologna. Chiaro, dottor Gratteri? Concorso esterno, eh?

L’equazione, anche nella testa dei burocrati del Dap, è chiara: il difensore è colpevole degli stessi reati di cui è indagato il suo assistito. Non più solo un intralcio (ogni pm sogna di avere tra le mani un uomo solo al mondo e senza avvocato, per poterselo manovrare a piacere), è ormai l’avvocato, ma un colpevole. In questi casi, addirittura un mafioso. Ma gli uomini della criminalità organizzata non sono mai soli. Gli avvocati Pittelli e Stilo invece sì. Il presidente della Camere Penali, Gian Domenico Caiazza, su questo giornale ha detto parole molto chiare, soprattutto sull’uso della custodia cautelare, le sue regole sempre disattese, il degrado e la superficialità con cui l’istituto viene applicato. La parola “tortura” la pronunciamo noi, senza timore di esagerare.

Giancarlo Pittelli è anche stato deputato, i suoi ex colleghi non hanno niente da dire? In Parlamento esiste ancora qualcuno che abbia un minimo senso di giustizia, qualcuno che vada a visitare i detenuti (anche se è un’attività che non porta voti), come è prerogativa di deputati e senatori (e non del solo Sgarbi) per verificarne le condizioni di salute? Nelle due commissioni giustizia e all’antimafia esiste ancora qualcuno che ricorda quali siano le condizioni necessarie per restare così a lungo in custodia cautelare? Cari (ex) colleghi, non siate conigli, fate interrogazioni, fate casino. Un bel question time al ministro Bonafede. Non vi si chiede di giurare sull’innocenza di persone che non conoscete. Ma di non consentire che una volta di più nel nostro Paese si celebri l’ingiustizia sulla pelle di qualcuno nel silenzio generale. Dimostrate che questo Parlamento conta ancora qualcosa, che sa alzare la propria voce anche a rischio di andare contro un potere più forte di lui.