Sta rischiando la vita nel carcere di Opera, ma non lo mandano ai domiciliari per non rovinare la reputazione della brillante operazione “Rinascita-Scott”, a dimostrazione che non di sola ‘ndrangheta si tratta, ma anche e soprattutto di “colletti bianchi”. Stiamo parlando dell’avvocato Francesco Stilo di Vibo Valentia, trascinato in manette nella retata del 19 dicembre 2019 e poi trasferito dalla Calabria alla Lombardia in una peregrinazione pericolosa proprio nei mesi dell’emergenza Covid. Nel frattempo da “mafioso” l’avvocato è diventato “concorrente esterno”. Come l’avvocato Pittelli, come altri che non sarebbero né carne né pesce. Un classico: si getta la rete puntando alto, poi si vede in corso d’opera se resterà qualcosa. In realtà all’avvocato Stilo vengono attribuiti anche altri reati specifici, quello di aver divulgato notizie coperte da segreto, per esempio. Anche se il tribunale del riesame lo descrive più come un vanitoso che non un delinquente, precisando che «le condotte poste in essere appaiono piuttosto orientate a guadagnare prestigio e notorietà».

È accusato anche di aver corrotto un ufficiale giudiziario, che nel frattempo è stato scarcerato dalla cassazione con un annullamento senza rinvio del provvedimento cautelare. Mentre non è stato mai fermato il medico che avrebbe prestato la consulenza oggetto della corruzione. Come capita nelle inchieste più strampalate, succede che ci sia il corruttore senza il corrotto o viceversa. Domandiamo se con questo quadro l’avvocato sia stato rinviato a giudizio o almeno ci sia una richiesta in tal senso da parte del pubblico ministero. «Noi abbiamo notizie solo dalla stampa- lamenta Paola Stilo, che insieme a Vincenzo Ioppoli lo difende – la nostra fonte di notizie sono le conferenze stampa. Ma siamo molto preoccupati per le condizioni di salute del nostro assistito». Un quadro clinico da brivido. Occorre premettere che Francesco Stilo ha 48 anni e pesa 147 chili.

Un grande obeso, dunque. È anche una persona fortemente depressa, che ha tentato due volte il suicidio con abuso di farmaci (attualmente ne assume 25 al giorno), iperteso e tachicardico e soprattutto con un grave problema all’aorta toracica, per via della presenza di un ematoma come conseguenza di un incidente stradale di cinque anni fa. Il rischio molto serio di dissecazione aortica con rottura di un vaso potrebbe ridurlo in fin di vita in modo istantaneo. Si tratta infatti, tra le patologie vascolari, di una di quelle con più elevata mortalità. Finora non è stato possibile operarlo per via della sua grande obesità. Ma il rischio è latente e va tenuto sotto controllo, possibilmente non in una prigione, ovviamente.

Che cosa succede in carcere? Succede che ipertensione e tachicardia aumentino, succede che si moltiplichino le crisi di panico. Succede anche che nel cuore della notte si debba correre in ambulanza al pronto soccorso. Ed ecco perché, si presume, Francesco Stilo è finito al centro clinico del carcere di Opera (dove dice di aver anche incontrato un topolino), lontano dalla madre novantenne e dai suoi difensori. Perché i magistrati non lo vogliono scarcerare, adducendo la possibilità di reiterazione del reato, e neanche mandare ai domiciliari, perché senza “colletti bianchi” in manette si sgonfierebbe un po’ il grande circo equestre del “Rinascita Scott”. Ma hanno anche paura di trovarsi un cadavere tra le mani proprio nella Calabria dove si sta allestendo il Maxiprocesso che dovrà rendere il procuratore Gratteri più famoso di Falcone.

Così il caso Stilo procede di assurdità in assurdità. Come quando, in pieno Covid, stavano per mandarlo al centro del focolaio, cioè all’ospedale Sacco di Milano, mentre un gip aveva sancito che dovesse essere curato al Niguarda. Dove però non è mai arrivato. La situazione è gravissima e urgente. E peggiora di giorno in giorno. Ci domandiamo se davvero Parigi valga una messa. Se cioè la necessità di dimostrare, come ha detto il procuratore Gratteri nella sua ultima (finora) intervista, che la ‘ndrangheta ha fatto «il salto più importante» nelle relazioni «con il potere, con il mondo delle professioni», giustifichi anche questo. Cioè che mentre ad alcuni sospettati di essere dei veri boss, per motivi di anzianità o di salute è stata (giustamente) concessa la custodia cautelare ai domiciliari, questo non è consentito a un indagato gravemente malato solo perché si tratta di un avvocato. Cioè di una persona che essendo, si suppone, vicina ai “centri di potere”, deve restare prigioniera per consentire alle anime belle del giornalismo di continuare a intervistare il dottor Gratteri e fare dei bei titoli strillati sui colletti bianchi e la mafia.