Giustizia
Arrivano le toghe, Meloni più pericolosa di Berlusconi. Se Magistratura democratica sceglie i “grandi nemici”
Ecco le toghe in tenuta da combattimento: dato che la presidente non ha inchieste giudiziarie a proprio carico, “non si muove per interessi personali ma per visioni politiche, e questo la rende molto più forte”

È normale che un magistrato, che dovrebbe essere solo la bocca della legge, istighi i suoi colleghi del sindacato a “porre rimedio” contro l’attività riformistica del presidente del consiglio? Non è normale, o almeno non dovrebbe esserlo. Pure sta succedendo, perché Marco Patanello, sostituto procuratore generale della cassazione, esponente di Magistratura democratica, ritiene Giorgia Meloni ”pericolosa”, ancor più di Silvio Berlusconi, colui che fu trattato e combattuto dalle toghe come “grande Nemico”. Pericolosa in quanto, non avendo inchieste giudiziarie a proprio carico “non si muove per interessi personali ma per visioni politiche, e questo la rende molto più forte”. Ecco le toghe in tenuta da combattimento. Non dovrebbe essere normale, ma è così.
Trent’anni prima
Non fu normale il fatto che in Italia una trentina di anni fa un gruppo di pubblici ministeri abbia decapitato un’intera classe politica e distrutto partiti, fino a determinare la caduta di un governo, elezioni anticipate e la transizione traumatica dalla prima alla seconda repubblica. E non fu normale che, in seguito alla vittoria di un imprenditore brianzolo non gradito a quel pool di capitani coraggiosi e della loro rivoluzione in toga, il loro capo abbia pubblicamente detto che, ad aver previsto prima quel risultato, quella rivoluzione sarebbe stato meglio non farla.
Il caso
Non pare normale, o per lo meno non lo sarebbe in un sistema liberale e in uno Stato di diritto, anche il fatto che tra una settimana i cittadini residenti in Liguria saranno chiamati alle urne non perché ci sia una scadenza naturale, ma perché un’inchiesta della magistratura ne ha determinato le elezioni anticipate. Mettendo in atto, un’inchiesta per mafia utile per avere una corsia preferenziale per intercettazioni durate l’eternità di quasi quattro anni nei confronti del presidente della Regione non indagato per mafia, ma i cui reati venivano individuati in corso d’opera. Poi l’arresto del medesimo, i cui domiciliari venivano successivamente sempre confermati da giudici che gli contestavano l’inclinazione a delinquere e ripetere il reato qualora avesse mantenuto il proprio ruolo di governatore. Poi ancora le successive inevitabili e molto sollecitate dai magistrati dimissioni del medesimo. E infine la proposta, accettata dall’imputato, da parte della procura, di un patteggiamento in cui emergeva la legittimità di tutti gli atti amministrativi, gli stessi che avevano determinato captazioni, manette e dimissioni. Unico vero risultato? Quello politico con la corsa alle urne.La discussione di oggi tra forze di governo e magistratura militante ha a che vedere con l’immigrazione clandestina. E anche con due visioni del problema, che è sociale e politico più che giudiziario. Pure assistiamo a un’entrata in campo a gamba tesa di una parte della magistratura, di cui non si sentiva proprio il bisogno.
La sentenza
Intanto perché è in corso un processo, di cui nessuno può negare il contenuto politico, nei confronti del vicepremier Matteo Salvini, per il quale la pubblica accusa ha chiesto sei anni di carcere. Più o meno la pena per una rapina a mano armata. Poi succede che, proprio il giorno in cui la Lega ha organizzato una manifestazione a Palermo, e soprattutto mentre sta parlando nell’aula del tribunale l’avvocato Giulia Bongiorno, difensore del ministro, ecco l’invasione su agenzie e social della notizia della sentenza del tribunale di Roma che impone il rientro in Italia dei 12 migranti che erano stati trasferiti pochi giorni prima nel centro di trattenimento in Albania. La sentenza è firmata dal giudice monocratico Silvia Albano, presidente di Magistratura democratica, un magistrato che non aveva mai nascosto la sua opinione contraria a tutta quanta l’operazione del governo sui respingimenti. Si fa riferimento al concetto, quanto mai ambiguo e scivoloso, di “paesi sicuri”. Non c’è molto di chiaro nelle legislazioni nazionali ed europee sul punto, così si lascia lo spazio alle interpretazioni dei giudici. Inevitabile la tracimazione verso i confini della politica.
Cos’è un Paese sicuro?
Quindi, in questo specifico caso, se è pur vero che su un piano formale le deliberazioni di organi sovranazionali come la Corte di giustizia europea prevalgono rispetto a quelli domestici, rimane molto ampia ogni definizione di “paese sicuro” se non si stabiliscono i parametri rispetto ai quali si giudica. La Corte di Giustizia ha dato dei criteri, ma il giudice italiano, sulla base dei propri rivendicati convincimenti, li ha riempiti di contenuti. Siamo sicuri che fosse di sua competenza e non del governo? E che non ci troviamo di fronte per l’ennesima volta a un’invasione di campo?
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