È in atto una vera sospensione del diritto di difesa. Per due giorni di seguito l’avvocato Roberto Lassini ha tentato di incontrare il suo neo-assistito Francesco Stilo, indagato nella maxi-inchiesta calabrese detta Rinascita-Scott, nel carcere di Opera. Niente da fare, il legale milanese dovrà accontentarsi di una fotografia, se vorrà conoscere la persona che dovrà difendere nel processo. Ammesso che processo mai ci sarà, per lui, visto che sta rischiando la vita.

La direzione dell’istituto di pena ha alzato un muro davanti alla richiesta di incontro da parte del legale, prima dicendo che l’avvocato Stilo (che è in carcere da otto mesi) era a colloquio con lo psichiatra, poi che era in isolamento in quanto il suo compagno di cella era risultato positivo al test sul Covid-19, infine che comunque era in corso il suo trasferimento a Bologna.

Sospensione del diritto di difesa è dire poco. Anche lo psichiatra nominato dal gip come consulente di parte aveva trovato ostacoli all’ingresso del carcere. Era addirittura risultato, dal cervellone della polizia, una sorta di suo precedente per “falso” (inesistente), tanto che il luminare aveva deciso di querelare la pm che si era permessa di addurre a una propria “benevolenza” il fatto che alla fine gli fosse stato consentito di incontrare e di esaminare il proprio paziente.

Ora qualcuno deve spiegare all’opinione pubblica, prima ancora che all’avvocato Stilo, ai suoi familiari e ai suoi difensori, se lo Stato (nelle vesti del procuratore Gratteri o di qualche suo sostituto o di qualche gip) ha deciso di condannare a morte un cittadino innocente secondo la Costituzione, incarcerato e in attesa di giudizio da otto mesi. Un quadro clinico devastante, prima di tutto: un ematoma all’aorta toracica, gravi patologie cardiache, due tentativi di suicidio, attacchi continui di panico e di claustrofobia su un uomo di 47 anni che pesa 147 chili, con tutto quello che ne consegue.

E ora, mentre in tutta Italia è in corso un nuovo allarme per il “risveglio” del Coronavirus, e una delle nuove persone colpite è stato giorno e notte a contatto con il compagno di cella già gravemente malato, non c’è uno straccio di magistrato che abbia la sensibilità e il coraggio di porsi il problema, per lo meno, della custodia cautelare al domicilio dell’avvocato Francesco Stilo. A Milano nel mese di marzo alcuni giudici lo avevano fatto, di propria iniziativa e senza aspettare le decisioni del governo, proprio nei confronti di detenuti in custodia cautelare. Ma ci vogliono appunto sensibilità e coraggio.

E invece che cosa fanno i magistrati calabresi (o gli uomini del Dap, non sappiamo)? Decidono di mandare il malato a Bologna, dove nel carcere Dozza già in aprile c’erano stati un morto e diversi contagiati tra i detenuti, e dove proprio in questi giorni è stata segnalata la presenza di un detenuto positivo al tampone anticovid. E dove il segretario generale del sindacato degli agenti penitenziari Aldo Di Giacomo si è già dichiarato molto preoccupato «per un eventuale propagarsi del virus in considerazione dell’imminente riapertura dei processi e delle relative traduzioni, ma soprattutto dai colloqui con i familiari». Il luogo ideale dove mandare una persona già affetta da gravissime patologie.

Questo dello spostamento da un carcere all’altro pare quasi un gioco delle tre carte. Prima mandano Francesco Stilo a Voghera (tra l’altro uno degli istituti dove con maggior virulenza si svilupperà il Covid-19), poi, non appena i suoi legali cominciano ad avanzare richieste di detenzione domiciliare, il detenuto viene spostato a Opera, al centro clinico con la giustificazione della possibilità di maggiore attenzione alla sua salute. Tralasciando il fatto che proprio lì il malato da curare ha trovato un topo sotto il materasso (fatto su cui attendiamo una smentita dalla direzione del carcere), resta oggi il problema della possibilità di contagio da covid-19. Che per Stilo potrebbe essere fatale. Quindi che si fa? Si prendono i 147 chili d’uomo e li si spedisce a Bologna?

C’è un documento, l’ordinanza con cui il gup di Catanzaro Paola Ciriaco il 22 scorso ha rigettato la richiesta di misura cautelare alternativa al carcere, che è significativo anche per quello che viene detto tra le righe. Non viene nascosta la gravità delle condizioni di salute di Francesco Stilo, tanto che le diverse patologie vengono puntigliosamente elencate, ma si cita all’improvviso, e prima che si avesse notizia del compagno di cella positivo al tampone, il «rischio di contagio da covid-19». Preveggenza del gip o consapevolezza della gravità di una situazione che ai difensori doveva esser tenuta nascosta? E ancora si parla di «rischio epidemiologico», sostenendo che «lo Stilo è stato trasferito presso altro istituto penitenziario (Bologna)», così non potrà più lamentarsi di esser stato collocato in un luogo inidoneo per le sue condizioni di salute. Ma non è vero: né il 22 né nei giorni seguenti, cioè fino all’ultimo tentativo di incontrarlo da parte di uno dei suoi legali, cioè il giorno 25, c’era stato alcun trasferimento. E speriamo che non sia accaduto ieri, visto il rischio denunciato dallo stesso sindacato degli agenti di polizia penitenziaria su Bologna.

Non ci sono alternative. Le leggi, i decreti e le circolari, dal famoso “Salva vita” in poi, e anche la normativa precedente e non emergenziale, ci sono e dicono che Francesco Stilo non può stare in carcere.