La politica si muove per accendere i riflettori sulle anomalie del caso Pittelli. Perché quel che capita a Giancarlo Pittelli, e che è successo ad altri nel passato, rivela qualcosa di più di una vicenda di malagiustizia. E racconta di quell’insieme di umiliazioni, vessazioni e angherie che lambiscono la tortura psicologica e stracciano lo stato di diritto. Pittelli, avvocato cassazionista prestato alla politica, con Forza Italia per due volte alla Camera e una al Senato, lo scorso 19 dicembre alle 3:30 del mattino viene raggiunto nella sua casa di Catanzaro da un ordine di arresto nell’ambito della spettacolosa inchiesta Rinascita-Scott, coordinata dal procuratore anti-mafia Nicola Gratteri.

Mezzo migliaio di agenti armati, autoblindo nelle strade, elicotteri in volo. L’alto numero degli arresti rende impossibile, in un primo tempo, l’analisi puntuale di quanto accade. Oggi sappiamo che dopo una perquisizione nel suo studio di avvocato, iniziata all’alba e durata fino alle 17:30, e dopo 18 ore durante le quali non gli viene consentito di bere né di mangiare (chissà perché) l’ex parlamentare viene tradotto in carcere. La mattina successiva viene disposto l’interrogatorio di garanzia al quale Pittelli arriva prostrato, stravolto e senza avere minimamente contezza degli atti e degli addebiti a suo carico; si avvale dunque della facoltà di non rispondere. È allora che lo caricano in ceppi su un aereo militare che solca il mare – come nell’Argentina di Videla – e lo stesso 20 dicembre è trasferito nel carcere sardo di Badu ‘e Carros, a Nuoro, dove è attualmente recluso.

Una operazione tanto spettacolosa quanto kafkiana: l’indagato è finito in un buco nero, inizialmente non riesce a parlare con i suoi avvocati. Vive un incubo senza fine. E benché siano trascorsi ormai 8 mesi dall’arresto e pur avendone fatto più volte richiesta, l’ex parlamentare non è mai stato ascoltato dal Pm di Catanzaro titolare dell’inchiesta. Pittelli al momento dell’arresto è accusato di associazione mafiosa e di altri due reati specifici, l’abuso d’ufficio e la rivelazione di segreti d’ufficio commessi, secondo l’accusa, in concorso con il colonnello dei carabinieri Naselli; ma le accuse contro quest’ultimo sono decadute e di conseguenza cadono anche quelle di abuso d’ufficio e di rivelazione del segreto d’ufficio rivolte a Pittelli in concorso con Naselli che, infatti, è stato prontamente scarcerato. Pittelli resta in carcere con la sola accusa di concorso esterno. Mentre scriviamo non risulta che sia stato disposto il rinvio a giudizio e neppure che sia stata fissata l’udienza preliminare. E qui interviene l’onorevole Roberto Giachetti, Italia Viva, con la sua storia di militanza radicale che lo porta a proseguire la battaglia per una giustizia giusta che Marco Pannella incarnò per tutta la vita. Il parlamentare renziano ha presentato una interrogazione a risposta scritta al ministro della Giustizia, Bonafede.

«Secondo quanto riferiscono gli avvocati di Pittelli, le sue condizioni psichiche ed emotive destano particolare preoccupazione in ragione anche dell’isolamento totale a cui è costretto in carcere e dal fatto che sia in cura con pesanti psicofarmaci; si richiede se il ministro interrogato sia già a conoscenza della vicenda esposta in premessa; se il ministro non ritenga di dover procedere, nell’ambito delle sue prerogative e competenze, ad acquisire ulteriori elementi in riferimento alla vicenda in esame ed eventualmente ad attivare i propri poteri ispettivi al fine di verificare se vi siano state irregolarità o anomalie nell’iter dell’intero procedimento; quali iniziative, per quanto di competenza, intenda porre in essere al fine di tutelare i diritti dell’indagato e in particolare per assicurare la pienezza dell’esercizio del diritto di difesa costituzionalmente garantito».

Si muovono anche in Azione, la formazione guidata da Calenda, dove il deputato Enrico Costa – responsabile della Giustizia – plaude all’iniziativa di Giachetti. «La vicenda Pittelli merita grande attenzione, e più in generale va rimesso in discussione l’istituto della carcerazione preventiva, che solo in Italia può durare così a lungo senza garanzie per la difesa». «Non entro nel merito delle contestazioni: ci sarà un processo – aggiunge Costa – e saranno vagliate da un giudice. Detto questo, il diritto di difesa e la presunzione di innocenza implicano per chiunque il diritto di esporre la propria versione dei fatti davanti al Pm che ha chiesto la custodia cautelare, ed il dovere di chi indaga di ascoltare e verificare».

Anche nel Pd c’è chi vuole vederci chiaro, come l’ex parlamentare socialista Giacomo Mancini, un nome che in Calabria ha un peso storico. «Ha fatto bene Giachetti a presentare questa interrogazione», dichiara Mancini al Riformista. «Mi auguro possa raccogliere tante adesioni ad iniziare dai parlamentari di centrosinistra. Le battaglie per una giustizia giusta devono tornare patrimonio della nostra parte. La carcerazione preventiva deve essere un’eccezione comminata soltanto in presenza di specifici requisiti. Nel nostro ordinamento è diventata, purtroppo, la regola. Non conosco in profondità la vicenda giudiziaria ma ho conosciuto Giancarlo Pittelli come un parlamentare serio e competente e come avvocato capace e preparato. Come una brava persona. Mi auguro possa difendersi dalle accuse mosse contro di lui da cittadino libero e in uno stato di serenità tale da consentirgli di battersi al meglio per tutelare la sua onorabilità».

Pittelli ha intanto chiesto di essere giudicato con il giudizio immediato, decisione motivata dalle preoccupanti condizioni di salute del detenuto in attesa di giudizio. L’11 settembre prossimo, nell’aula bunker di Rebibbia a Roma, si svolgerà l’udienza preliminare che interessa 456 imputati. Un secondo troncone dell’inchiesta – che ha portato il numero degli indagati complessivi a 479 di cui 23 posizioni sono state stralciate – è scattato il 18 giugno scorso all’atto della conclusione delle indagini preliminari. Sui troppi eccessi di questa operazione si attendono ora le risposte di Alfonso Bonafede, nero su bianco.