Il procuratore Nicola Gratteri ricusa il suo giudice, cioè la dottoressa Tiziana Macrì, che dovrebbe presiedere il prossimo 13 gennaio il processo “Rinascita Scott” a Lametia Terme. Dire che il fatto, oltre che insolito, è clamoroso è poco, persino in tempi in cui il corpo a corpo “toga- contro- toga” sta diventando quotidianità. La possibile incompatibilità della presidente Macrì aleggiava tra le righe anche nelle parole di qualche avvocato, nella fase delle indagini preliminari.

Qualcuno aveva ricordato che il magistrato, prima di essere chiamato a presiedere il tribunale di Lametia, aveva svolto il ruolo di giudice delle indagini preliminari a Catanzaro e in quella veste aveva autorizzato un’intercettazione che riguardava un imputato di associazione mafiosa all’interno del processo “Rinascita Scott”. Ma nessun avvocato aveva posto formalmente la questione dell’incompatibilità. Che spunta all’improvviso, anche nella malizia di qualche organo di stampa non sgradito al procuratore Gratteri, all’indomani della sentenza sul processo “Nemea”, il ramo cadetto del Maxi che sta tanto a cuore alla Dda, e che avrebbe dovuto svolgere il ruolo di antipasto rispetto al processo principale. Nulla di ciò è accaduto. Il tribunale presieduto dalla giudice Macrì, composto interamente da donne con le due laterali Brigida Cavassino e Gilda Danilo Romano, aveva ampiamente deluso le aspettative.

Diciamo che l’impianto dell’accusa ne era uscito con le ossa rotte: su quindici imputati rinviati a giudizio, otto assolti e sette condannati ma con le pene dimezzate. Toghe amiche dei mafiosi o garantiste “pelose” come le definirebbe Marco Travaglio? Quel che si sa con certezza è che la giudice Tiziana Macrì è tutt’altro che tenera o propensa a chiudere un occhio davanti alla commissione di gravi reati. Ma ha reputazione di un magistrato attento alle procedure, oltre che alla sostanza, puntigliosa e rigorosa. Se la prova non c’è si assolve, insomma. Il processo “Nemea” era nato da un blitz di qualche mese prima (marzo 2019) rispetto a quello di “Rinascita Scott” del 19 dicembre dello stesso anno, ma con medesime modalità, arresti e grande tensione mediatica.

Elemento unificante il reato di associazione mafiosa. Un collante già in parte sbriciolato. Così come l’associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, che nel processo “Nemea” è stata riqualificata, addirittura nella requisitoria della pm Annamaria Frustaci, in traffico di stupefacenti, con l’aggravante di essere gestita da più di dieci persone, ma senza il reato associativo. Una bella lezione di diritto. Che finora non ha trovato cittadinanza nelle fasi iniziali dell’inchiesta “Rinascita Scott”, che si avvia alla prima udienza del 13 gennaio con 345 imputati e l’inserimento dei tre imputati, l’avvocato Giancarlo Pittelli, l’imprenditore Mario Lo Riggio, l’ex sindaco di Nicotera Salvatore Rizzo e l’avvocato Giulio Calabretta che avevano richiesto il giudizio immediato forse proprio per non finire nel calderone in cui saranno giudicati insieme a tutti gli altri, compresi quelli che con la ‘ndrangheta non c’entrano niente. Come la famosa “zona grigia”.

Come nel caso di Nicola Adamo, importante esponente calabrese del Pd, il cui coinvolgimento nell’inchiesta aveva suscitato tante polemiche. Per lui il procuratore aveva chiesto il divieto di dimora in tutta la Regione, una sorta di confino politico. Ma era stato lo stesso giudice delle indagini preliminari a sconfessare l’esponente dell’accusa, annullando il provvedimento. Adamo è così, essendo caduta anche l’aggravante mafiosa, uscito dalle grinfie del Maxi. Sarà processato a Cosenza, ma solo per traffico di influenze illecite. E se fosse alla fine assolto, che cosa resterebbe, visto che era un boccone grosso, nelle mani della Dda sulla famosa “zona grigia”?

Se escludiamo dal Maxi del 13 gennaio anche gli 86 imputati che hanno scelto il rito abbreviato, non resterà molto nelle mani della presidente Tiziana Macrì. Sempre che il prossimo 8 gennaio, quando si riunirà in camera di consiglio, la corte d’appello di Catanzaro non ne decida l’incompatibilità. Sarebbe veramente un peccato. E riteniamo che lo stesso procuratore che ne ha chiesto la ricusazione avrebbe interesse a vedersi magari confermata la sua ipotesi d’accusa da un giudice ritenuto competente e inflessibile. O magari correre anche il rischio che, come è capitato nel processo “Nemea”, il castello delle accuse venga invece in tutto o in parte demolito. Magari proprio in quella “zona grigia” in cui il dottor Gratteri crede così tanto.