Questo processo non s’ha da fare in Calabria. Non c’è sufficiente serenità per poter giudicare in una terra dove, tra fatti e sussurri, troppi magistrati, avvocati e cancellieri sono nelle mani dei pubblici ministeri. Parola di Francesco Stilo. L’avvocato, in carcere da nove mesi, sballottolato da un istituto all’altro nonostante le sue condizioni di salute, lo ha detto in aula durante la teleconferenza dell’udienza preliminare e lo ha anche messo per iscritto, presentando un’istanza per il trasferimento del processo Rinascita Scott, il gioiellino del procuratore Nicola Gratteri, lontano dalla Calabria. Tecnicamente si chiama “rimessione” ad altro giudice, ed è previsto dall’articolo 45 del codice di procedura penale, che affida alla corte di cassazione la decisione di spostare un processo. Questo è previsto nei casi di situazioni locali talmente turbate da un’inchiesta penale da non far sentire liberi e sereni i soggetti della giurisdizione. In genere chi ricorre all’applicazione di questo articolo del codice di procedura è il procuratore generale del distretto in cui il processo deve essere celebrato. A volte, raramente, è lo stesso pubblico ministero dell’udienza. Ma la norma lo consente anche all’imputato, ed è questo il caso.

Il trasferimento più famoso della storia italiana fu quello del processo per la strage di piazza Fontana, spostato da Milano a Catanzaro proprio per “legittima suspicione”. La corte di cassazione non ritenne che nella città dove era scoppiata la bomba alla Banca dell’agricoltura, dove era stato arrestato Valpreda e dove era morto Pinelli e poi era stato ucciso il commissario Calabresi, mentre le vie della città erano ogni giorno solcate da manifestazioni di protesta, ci fosse un clima sufficientemente sereno. Così si andò a mille chilometri di distanza. Lontano dalle tensioni e dalle passioni. Oggi la situazione potrebbe rovesciarsi e il processo Rinascita Scott prendere il volo dalla città di Catanzaro, dove nel frattempo, sotto l’auspicio della Regione Calabria che ha donato il terreno e con una gara in emergenza (di quelle su cui Cantone avrebbe messo gli occhi) si sta costruendo una tensostruttura che, a sentire lo stesso procuratore Gratteri, sarà «l’aula-bunker più grande del mondo». Lì si dovrebbe ospitare il maxiprocesso agli uomini della ‘ndrangheta. Sempre che il giudice dell’udienza preliminare Claudio Paris accolga le richieste della procura di rinviare a giudizio i 456 indagati. Per ora siamo alle fasi preliminari nell’aula bunker del carcere romano di Rebibbia, con una lentezza elefantiaca e un calendario di udienze già fissato fino al 31 ottobre.

La situazione in Calabria è tale da far pensare che la cassazione non potrà liquidare con un’occhiata distratta l’istanza dell’avvocato Francesco Stilo. Lui stesso lo ha già spiegato in un colloquio delle settimane scorse con i pubblici ministeri della direzione distrettuale antimafia di Salerno, competenti a indagare sulle toghe del distretto di Catanzaro. Non si può dimenticare quel che successe un anno fa, quando fu aperta un’inchiesta in cui si prospettò la messa alla sbarra di ben quindici magistrati. E in seguito le aspre polemiche che portano una prima volta davanti al Consiglio superiore della magistratura il procuratore Gratteri e il suo superiore Lupacchini. Il procuratore generale, che in seguito fu demansionato e trasferito a Torino proprio a causa di quel conflitto, rimproverava al collega di Catanzaro di aver trattenuto troppo a lungo presso il proprio ufficio le notizie di fatti-reato che riguardavano magistrati calabresi e di avere un rapporto troppo disinvolto con l’applicazione delle regole. Naturalmente Gratteri aveva respinto con sdegno i sospetti. E aveva prevalso sul collega. In ogni caso le inchieste che riguardano magistrati (e anche avvocati e cancellieri) catanzaresi a Salerno ci sono. La principale è quella del blitz Genesi con cui nel gennaio di quest’anno è stato arrestato un alto magistrato, il presidente della seconda sezione della corte d’appello di Catanzaro Marco Petrini, accusato di corruzione in atti giudiziari.

Petrini parla e non parla. Con i suoi accusatori fa un po’ il gioco del gatto col topo. Prima ha ammesso di essersi fatto corrompere e ha fatto nomi e cognomi dei presunti corruttori, guadagnandosi così la custodia domiciliare. Poi si è fatto intercettare mentre parlava con l’ex moglie che gli dava buoni consigli, così ha ritrattato tutto. È tornato in carcere, finché una ritrattazione della ritrattazione lo ha riportato nuovamente ai domiciliari in un centro religioso. Ora, proprio ieri, i pubblici ministeri di Catanzaro hanno depositato agli atti del processo Rinascita Scott alcuni interrogatori del giudice Petrini. Il che certo non gioverà alla serenità dell’aula e del clima in Calabria. Perché significa che secondo l’accusa c’è un nesso tra le ‘ndrine e addirittura una parte della magistratura.

Questa sarebbe forse, secondo le accuse del procuratore generale Lupacchini, l’inchiesta che sarebbe stata “rallentata”. Ma ce ne è un’altra su cui invece è Gratteri ad accusare il suo ex collega di un eccesso di amicizia con l’ex procuratore capo di Castrovillari, Eugenio Facciolla. Il quale è già stato trasferito a Potenza dal Csm, e oggi è accusato a Salerno di aver favorito una società di apparecchiature per intercettazioni, in cambio di piccole cose, una scheda telefonica e due telecamere davanti a casa sua. Sul procuratore Facciolla, che gode di ottima reputazione ed è stimato anche da molti avvocati, c’è un piccolo giallo. Perché è intervenuto il procuratore generale presso la cassazione Cesare Salvi a precisare di non esser stato lui a chiedere l’azione disciplinare nei suoi confronti (l’iniziativa sarebbe stata del ministro Bonafede) e ad accettare di incontrarlo. Un punto a favore del suo difensore, l’avvocato Ivano Lai.

Fatti concreti, ma anche voci e sussurri agitano la vita politico-giudiziaria della Calabria, quasi come ai tempi di de Magistris e della sfortunata inchiesta Why Not. Ma una cosa è certa. Nonostante il procuratore Gratteri continui a parlare di mafia dei colletti bianchi, mentre l’avvocato Giancarlo Pittelli si è già sottratto chiedendo e ottenendo il processo con il rito immediato e la posizione dell’avvocato Stilo (nel cui collegio difensivo è ormai entrato anche un avvocato non calabrese, Roberto Lassini) si vada via via sfarinando, qui finora si sta cercando di processare solo un nutrito gruppo di pastori del vibonese. A meno che per “colletti bianchi” il procuratore capo di Catanzaro non intendesse parlare dei propri colleghi. Visto che è convinto, come disse un anno fa in un’intervista, che in Italia ci siano almeno 500 giudici corrotti. Se anche solo un decimo di questi fosse in Calabria, a maggior ragione, questo processo andrebbe fatto fuori confine regionale.