Spostato come un pacco postale o come un sacco di patate. L’avvocato Francesco Stilo, detenuto in attesa di giudizio gravemente malato, è stato trasferito all’improvviso nella notte tra mercoledì e giovedì da Opera al carcere di Civitavecchia. Di nascosto e all’insaputa di parenti e difensori, come si fa quando la notte è buia e tempestosa. Non pare esserci motivo plausibile, per questo spostamento e per la destinazione scelta, ma basta informarsi un po’ per scoprire che proprio a Civitavecchia il Dap intende aprire una seconda sezione ad alta sicurezza, come confermato dal vicepresidente Petralia nei giorni scorsi. Stiamo parlando di un istituto di pena sovraffollato (490 detenuti con una capienza di 311, di cui metà stranieri), privo di direttore dal mese di febbraio, con la squadra degli agenti di polizia penitenziaria perennemente sotto organico e spesso (l’ultima volta due settimane fa) vittime di assalti da parte di detenuti con comportamenti particolarmente aggressivi.

Un carcere dove non esiste un centro clinico, soprattutto. Il che vuol dire mettere a rischio ulteriore, dopo nove mesi di sofferenze e corse notturne al Pronto Soccorso, la vita già appesa a un filo dell’avvocato Francesco Stilo. Il suo fascicolo sanitario è ben più corposo di quello giudiziario. Dove, dopo la scarcerazione dei suoi tre presunti “complici”, resta solo la tenuità esile e incomprensibile del concorso esterno in associazione mafiosa. Il reato che non c’è, quello cui ci si aggrappa quando non ci sono prove né indizi per qualcosa di più concreto. Che l’avvocato di Catanzaro sia cardiopatico in modo grave, che corra il rischio di dissecazione di un ematoma all’aorta toracica, che soffra di crisi di panico, ipertensione e claustrofobia, lo sanno bene i diversi medici, periti di parte ma anche d’ufficio, che lo hanno visitato in questi mesi nel centro clinico del carcere di Opera. Finora non gli sono stati concessi gli arresti domiciliari, ed è già preoccupante.

Ma il motivo del suo trasferimento, oltre a tutto in un istituto in cui gli stessi operatori penitenziari dicono che è un luogo a rischio, dove oltre alle aggressioni nel passato si sono verificati parecchi suicidi (lo stesso Francesco Stilo ci ha già provato due volte) e dove non esiste un certo clinico, non è chiaro. O forse lo è fin troppo, a leggere un documento del Dap, indirizzato alla Direzione del carcere di Bologna (sua destinazione prima di quella di Civitavecchia), in cui si mettono addirittura in guardia gli agenti a causa “dell’elevata pericolosità del soggetto”. Un vero allerta perché si teme che nel corso della traduzione il prigioniero possa scappare, magari con l’aiuto di complici.

«Si segnala che trattasi di soggetto appartenente all’associazione per delinquere di tipo mafioso denominata Ndr», cioè ‘ndrangheta. Così c’è scritto. C’è da domandarsi se il burocrate che ha vergato questo capolavoro, o che ha usato un documento prestampato, trattando Francesco Stilo come se fosse un capobastone della portata di Riina o Provenzano, si sia reso conto di quello che stava facendo. E anche dei rischi ulteriori che il detenuto, segnalato in quel modo, avrebbe potuto correre, visti i suoi disturbi psicologici e psichici.

L’avvocato di Catanzaro è uno dei legali più conosciuti e stimati in Calabria. Certo, è uno di quelli che danno fastidio, per almeno due buoni motivi. Il primo perché è uno che vince le cause, fa il processo per davvero e non si rimette alla clemenza della corte. E il secondo è dovuto al fatto che, esercitando la professione in Calabria, ha molte occasione per assistere persone, colpevoli o innocenti, imputate per reati di mafia. Un fatto gravissimo agli occhi di quei pubblici ministeri che guardano l’esistenza dei difensori come soggetti processuali superflui e fastidiosi, perché preferirebbero avere a che fare con l’indagato o l’imputato nudo e crudo. E nei processi di mafia, magari più disponibile a trasformarsi in “pentito”. E si sa che il collaboratore di giustizia, in assenza di vere indagini, è spesso l’unica fonte di prova per l’accusa.

C’è poi il motivo principe che tiene legato l’avvocato Francesco Stilo al processo Rinascita-Scott iniziato ieri con l’udienza preliminare nell’aula bunker del carcere romano di Rebibbia. E sta nelle parole del procuratore Nicola Gratteri, che vuole a tutti costi alla sbarra almeno un paio di quelli che lui chiama “colletti bianchi”. Per non passare alla storia solo come uno che ha sconfitto la ‘ndrangheta di quattro pastori dell’Aspromonte.