Ha perso ancora il processo, il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri. Di nuovo un tribunale boccia clamorosamente un’inchiesta “antimafia” e smonta la tesi della Dda. Dopo “Nemea” (quindici imputati, otto assolti) è la volta di “Borderland”, con venti rinviati a giudizio di cui ben tredici giudicati innocenti. Tra questi ultimi il caso più clamoroso, l’ex vicesindaco di Cropani, Francesco Greco, messo ai domiciliari nel 2016 con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e per il quale la procura aveva chiesto la condanna a dodici anni di carcere, assolto ieri “perché il fatto non sussiste”, la formula più ampia. Il fatto, quello che non esiste, sarebbe stato un suo comportamento di disponibilità nei confronti delle cosche.

E un qualche giorno, prima o poi, questi magistrati dell’accusa e questi giudici delle indagini preliminari che rinviano a giudizio dovranno spiegare in che cosa consisterebbero questi atteggiamenti di “disponibilità” dei rappresentanti delle istituzioni, in assenza di fatti-reato. Forse quando incontrano un boss per strada, in cittadine di poche migliaia di abitanti come Cropani, gli sorridono, fanno l’occhiolino, ammiccano? O magari addirittura lo salutano, in un luogo dove tutti si conoscono? Fatto sta che poi, quando si va a processo, davanti a un tribunale, tutte queste inchieste che partono con conferenze stampa roboanti e conquistano titoloni di giornale, ne escono con le ossa rotte. Per almeno due motivi. Perché si basano, oltre che su intercettazioni telefoniche e ambientali, sulle deposizioni dei “pentiti”, i quali ( l’esperienza delle inchieste sulla mafia siciliana ce lo insegnano) spesso raccolgono solo vociferazioni o addirittura colgono l’occasione per piccole vendette personali. È così che si costruisce una vera catena di S. Antonio, la pesca a strascico della casualità.

Il secondo motivo è la vera ossessione che i magistrati (e il procuratore Gratteri in particolare) hanno nel cercare quel famoso “terzo livello” che Giovanni Falcone ha sempre contestato. Quasi paresse loro che un’inchiesta per fatti di mafia, o anche di criminalità comune non abbia credibilità se non si mettono le manette ad almeno un politico. Un terreno scivoloso su cui spesso si rischia di cadere. Quando, nel novembre del 2016, in una conferenza stampa in cui il procuratore di Catanzaro era affiancato dai suoi due vice ma anche dal questore e dal prefetto, il dottor Gratteri aveva detto con solennità «abbiamo ridato libertà alla gente», non ha tenuto in conto della fragilità delle prove. È vero che un primo gruppetto di imputati è stato poi condannato dal gup nel processo immediato, ma è ancor più significativo il fatto che se l’accusa arriva davanti a un tribunale chiedendo 200 anni di condanne complessive e non ne porta a casa neppure 80, questo si chiama fallimento. Della Giustizia? No, della scenografia mediatico-giudiziaria. Perché nel processo “Borderland” non solo il politico chiamato in causa è stato assolto perché non esisteva alcun indizio di una sua “simpatia” nei confronti della cosca che avrebbe esercitato il controllo su una serie di villaggi turistici nelle zone a cavallo tra le province di Catanzaro e Crotone, ma sono stati considerati innocenti anche imprenditori per cui il pm aveva chiesto 20 anni di galera. E che nel frattempo il carcere lo avevano già assaggiato in custodia cautelare.

Val sempre la pena di ricordare quel che era stato detto nelle conferenze stampa e che spesso vengono dimenticate dopo qualche anno (sempre troppi), quando arrivano le sentenze. E qui siamo soltanto al primo grado di giudizio, quello in cui in genere si sente ancora forte l’eco mediatica dei blitz e delle dichiarazioni fatte a voce alta. Sentiamo il procuratore aggiunto di Catanzaro, Vincenzo Luberto nel novembre del 2016: «La cosca Trapasso ha avuto il controllo del battito cardiaco del territorio, con il controllo totale sui villaggi turistici, ma anche attraverso il condizionamento mafioso alle elezioni amministrative del 2014».

Questo “ma anche” era proprio indispensabile? Non era sufficiente aver portato a giudizio persone sospettate di gravi reati quali estorsione, illecita concorrenza con uso di violenza o minaccia, esercizio abusivo del credito, intestazione fittizia di beni, il tutto aggravato dal metodo mafioso? Evidentemente no, perché gettare l’ombra del sospetto anche su un politico fa anche il titolone del quotidiano locale e, se c’è il nome di Gratteri, anche su quelli nazionali. I quali si sono ben guardati, in questi giorni, dal dare la notizia delle tredici assoluzioni di oggi al processo “Borderland” così come una settimana fa di quelle del processo “Nemea”.

Ma siamo agli antipasti. In attesa del processone, il maxi che si dovrebbe celebrare, ammesso che ci siano tanti rinvii a giudizio, sul terreno di tremila metri quadri che la Regione Calabria ha messo a disposizione per “Rinascita Scott”, con 456 indagati che sono oggi davanti al giudice dell’udienza preliminare. Nell’aula bunker di Rebibbia, a Roma, stanno sfilando da due mesi accusati e difensori. Il gup aveva programmato un calendario fino al 31 ottobre, data ormai ampiamente superata e che fa sperare in una seria attenzione da parte del giudice nell’esaminare ogni singola posizione.