Non sarà la dottoressa Tiziana Macrì a presiedere il prossimo 13 gennaio, la prima udienza del processo “Rinascita Scott”, il famoso Maxi (“secondo solo a quello contro Cosa Nostra”) voluto dal procuratore Nicola Gratteri che si celebrerà con grande spolvero di telecamere nell’aula-bunker della tensostruttura che la Regione Calabria ha messo a disposizione. La presidente Macrì è stata ricusata dalla Dda del dottor Gratteri, la corte d’appello di Catanzaro ieri ha convalidato la richiesta. Perdendo forse l’occasione, nel periodo più travagliato nei rapporti tra toghe, di consentire, sulla base di una questione formale su cui la cassazione ha sempre avuto un atteggiamento ondeggiante, che uno dei giudici più inattaccabili, da ogni punto di vista, dell’intera Calabria, sedesse sullo scranno più alto di un processo che, per motivi diversi e tra loro opposti, avrà addosso gli occhi di mezzo mondo.

È stato lo stesso procuratore Gratteri, fin dal primo blitz del 19 dicembre 2019 e poi con il successivo del gennaio 2020, a vantarsi di aver pensato a quell’operazione fin dal primo giorno del suo insediamento a capo della procura di Catanzaro. Un’iniziativa avrebbe distrutto la ‘ndrangheta e soprattutto “l’area grigia” della complicità istituzionale. Quel terzo livello in cui Giovanni Falcone non aveva mai creduto, anche se il dottor Gratteri definisce se stesso proprio “il Falcone di Calabria”.

Ora, venendo alla sentenza di ieri, va ricordato che la presidente Tiziana Macrì gode della massima stima, scrupolosa, precisa, severa, non influenzabile. Non se ne conosce l’appartenenza a una corrente sindacale, né la partecipazione a convegni o pubblici dibattiti. Dovrebbe essere l’ideale, una vera garante di terzietà nel processo per accusa e difesa. Invece succede qualcosa di strano. È arrivato un po’ prima di Natale, il colpo di scena. La stessa Dda presieduta dal procuratore Nicola Gratteri si fa promotrice della ricusazione del giudice. Il motivo formale richiama un provvedimento della presidente Macrì dei tempi in cui era giudice per le indagini preliminari a Catanzaro. In quella veste, nei primi giorni delle indagini preliminari dell’inchiesta “Rinascita Scott” (ma stiamo parlando del 2018, più di un anno prima del blitz), aveva autorizzato la proroga di un’intercettazione.

Nella motivazione del provvedimento aveva fatto cenno al reato di associazione mafiosa, che diventerà poi, come sempre in queste inchieste, il collante di tutto il corpo del processo. È una questione sottile, su cui, come ricordato nel provvedimento di ieri, diverse sezioni della cassazione hanno emesso sentenze opposte, rimarcando soprattutto la differenza tra il giudice che dispone un’intercettazione e quello che si limita ad autorizzarne la proroga, come ha fatto la dottoressa Macrì. Questo è l’oggetto della discussione di ieri.

Ma c’è un’altra vicenda, invece molto sostanziale, sollevata nelle scorse settimane da qualche quotidiano calabrese molto attento a celebrare tutti i successi del procuratore Gratteri. Qualche giornalista di quelli che aspirano a diventare i futuri Travaglio, aveva adombrato il problema dell’incompatibilità della presidente Macrì proprio all’indomani della sentenza sull’inchiesta “Nemea”, quella che per gli uomini dell’accusa non era stata proprio un successo, con otto assoluzioni su quindici imputati e pene dimezzate sulle sette condanne. “Nemea” era un ramo cadetto di “Rinascita Scott” e il processo avrebbe dovuto essere, secondo le aspettative della Dda, l’antipasto positivo di un glorioso successo. Chi era la presidente del collegio giudicante di quel processo? Esattamente Tiziana Macrì, proprio colei che, dopo la richiesta del procuratore Gratteri, ieri è stata ricusata. Per una questione formale, certamente.