Domani la corte d’appello di Catanzaro deciderà in camera di consiglio sulla clamorosa ricusazione che la Dda presieduta da Nicola Gratteri ha avanzato nei confronti del magistrato Tiziana Macrì, che dovrebbe presiedere il prossimo 13 gennaio la prima udienza del Maxi “Rinascita Scott”. Dalla decisione uscirà anche un verdetto in senso lato “politico” sul potere del magistrato più popolare d’Italia. Di cui ricostruiamo, attraverso tante sentenze che sconfessano le sua inchieste, un po’ di storia.

Dalla retata di Platì del 2003 fino a “Rinascita Scott” e “Imponimento” del 2019-2020. Il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri agisce sempre in grande, fin da quando era ancora un semplice sostituto. Luminosa scenografia e tante, tante manette. Poi la montagna si sgretola, e tanti giudici, quello delle indagini preliminari, quelli del riesame, infine la cassazione, bocciano le speranze di colui che volle diventare il Falcone di Calabria. Di fallimento in fallimento, fino alla totale assoluzione, di Mario Oliverio, l’ex presidente della Regione Calabria che Gratteri voleva arrestare, che fu spedito al confino e indagato per due anni, che perse il suo incarico per niente, perché il fatto non sussiste, ha stabilito il giudice. E la formula più ampia di assoluzione prevista dal codice. Cioè chi aveva avanzato l’accusa aveva preso lucciole per lanterne, aveva visto un reato dove non c’era neanche il fatto.

Le buone abitudini, il dottor Gratteri le aveva imparate da piccolo. Erano le tre del mattino del 12 novembre 2003 a Platì, quando l’intero paesino della Locride fu svegliato dall’arrivo di centinaia di uomini in divisa i quali, in diretta televisiva, assaltarono, perquisirono a arrestarono 150 persone accusate di associazione mafiosa. Tra di loro c’erano due ex sindaci, dodici ex assessori comunali, due ex segretari comunali, due tecnici, il comandante della polizia municipale e un vigile urbano. La richiesta portava la firma di un certo dottor Nicola Gratteri, sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria. Il quale riteneva con questa operazione, che sarà chiamata “Marine”, di aver distrutto il clan della famiglia Barbaro la quale, agendo da egemone sul territorio, avrebbe acquisito il monopolio totale sugli appalti pubblici. Con la complicità di una bella fetta della popolazione di un paese di tremila persone e delle istituzioni locali. I reati, dal voto di scambio all’estorsione, al falso e all’abuso d’ufficio, erano tenuti insieme dall’associazione di stampo mafioso.

Fu il suo primo blitz scenografico in quel territorio. E anche il suo primo scivolone nella zona. Dopo undici anni che cosa resterà di quella montagna di accuse? Solo un risultato politico, perché il paese di Platì resterà sempre più abbandonato ai commissari governativi e sempre più impossibilitato a essere amministrato. Per una radicata presenza mafiosa che i blitz scenografici possonosolo rafforzare.

Se qualcuno ha la curiosità di sapere la fine della storia, eccola: nessuno condannato per mafia, tutti assolti tranne otto (di cui cinque per reati di lieve entità). Otto su centocinquanta, chiaro? Si potrà pensare che possa capitare di sbagliare (ma giocando con la vita e la libertà dei cittadini?), anche se va ricordato che quando sbagliamo noi che siamo senza toga, veniamo processati, e se per caso siamo recidivi scattano le aggravanti. Che aggravante vogliamo contestare a chi ripete sempre lo stesso “errore” giudiziario? Perché, se la notte di Platì era stata una sorta di prima esibizione del sostituto Gratteri nella sua veste di sostituto procuratore di Reggio, la sua azione non era stata da meno, negli anni novanta, quando aveva rivestito lo stesso ruolo a Locri. Indimenticabile, purtroppo, l’operazione Stilaro. Quando partì un’indagine nei confronti di 102 persone e in una gelida notte di febbraio furono portati in carcere 62 cittadini di Camini (40 indagati a piede libero), piccolo centro jonico. Finirono in manette il sindaco professor Giuseppe Romeo, persona stimatissima da tutti, l’intera giunta e gran parte del consiglio comunale. Tutti mafiosi? A quanto pare no, visto che risultarono tutti estranei a qualunque contiguità con la ‘ndrangheta. «Sappia la società civile – aveva detto in conferenza stampa il responsabile provinciale della Dda – che non ci fermeremo davanti a nessun santuario…». Il “santuario” era fatto di persone per bene, che furono trascinate in ceppi nel cuore della notte davanti ai bambini in lacrime e un intero paese che assisteva sgomento. Tutti assolti all’udienza preliminare, meno di un anno dopo gli arresti.

Tutta la storia giudiziaria della Locride nei primi anni novanta è punteggiata dalle inchieste-bufala, cui si accompagnano arresti in diretta televisiva e spumeggianti conferenze stampa in cui ogni capitombolo del procuratore è trasformato in successo. Voglio dimostrarvi, disse una volta il dottor Gratteri in un’intervista, che io sono capace anche di far scattare le manette ai polsi di cinquecento persone in una sola volta. Lo ha anche fatto, nei confronti di amministratori e funzionari dei comuni della Locride. Tutti assolti. Come nelle inchieste “Circolo Formato”, “Ionica agrumi” e “Asl Siderno”.

Lo stile è l’uomo, disse qualcuno. E quello che è servito quasi da esercitazione di un sostituto procuratore, ha la stessa impronta del presente e delle inchieste avviate, con la stessa scenografia, dal capo della procura antimafia di Catanzaro. E alla stessa maniera in gran parte fallite. Nicola Gratteri è nominato all’alta carica il 21 aprile del 2016, ma il suo impegno maggiore lo vedrà protagonista soprattutto tra il 2018 e il 2019. È in questi anni che ogni blitz, ogni inchiesta è sempre la più importante, quella decisiva e definitiva per l’azzeramento della ‘ndrangheta in Calabria. Nel 2018 è l’operazione “Stige”, che vedrà all’alba del 9 gennaio più di mille carabinieri impegnati nella provincia di Crotone a mettere le manette ai polsi di 170 persone. Naturalmente si tratta della «più grande operazione degli ultimi 23 anni». Anche se il primo risultato, nel processo abbreviato, non darà risultati brillanti. L’accusa porta a casa 66 condanne, ma anche 38 assoluzioni. Si attende la sentenza, dopo le richieste del pm (che ha già chiesto altre 18 assoluzioni), per gli altri imputati che vengono giudicati con il rito ordinario.

Il 2019 è l’anno del grande blitz del 19 dicembre, «la più grande operazione dopo quella che ha portato al maxiprocesso di Palermo». Ci risiamo con le conferenze stampa-show. Si chiama “Rinascita Scott”, parte con una richiesta di 334 ordini di cattura, poi decimata dal gip, dal riesame e dalla cassazione, quindi l’inchiesta viene “rabboccata” con il blitz dal nome “Imponimento”, che porta a casa altri 158 indagati, di cui 75 subito in manette. E alla fine il procuratore Gratteri riuscirà a portare a termine solo in parte il proprio sogno di far celebrare il suo Maxi, che vedrà giudicati nell’aula della tensostruttura regalata dalla Regione Calabria 355 imputati, mentre altri ottantanove saranno davanti al gup per il processo abbreviato il 27 dello stesso mese.

Nel frattempo sono state però notti insonni per le ambizioni del procuratore. Vogliamo ricordare per esempio l’inchiesta “Nemea”, un ramo cadetto di “Rinascita Scott” sulla mafia nel vibonese, in cui con la sentenza dell’ottobre scorso, su 15 imputati, 8 sono stati assolti e gli altri 7 hanno avuto le pena dimezzate? Oppure della sentenza clamorosa sull’inchiesta “Borderland” con 20 rinviati a giudizio di cui 13 assolti, tra i quali spicca il nome di Francesco Greco, ex vicesindaco di Cropani, messo agli arresti domiciliari nel 2016 e dichiarato innocente ben quattro anni dopo “perché il fatto non sussiste”?.

Si arriva quindi a tempi più recenti, con la decisione del tribunale del riesame di annullare la misura cautelare nei confronti dell’ex presidente del consiglio regionale calabrese Domenico Tallini, messo ai domiciliari come indagato nell’inchiesta “Farmabusiness”. E poi l’assoluzione nei confronti di Mario Oliveiro e il non luogo a procedere per Nicola Adamo e Enza Bruno Bossio nell’inchiesta “Lande desolate”.

È solo un breve riassunto, probabilmente lacunoso. Cui andrebbero aggiunte considerazioni politiche e anche i comportamenti e le reazioni dei diversi partiti rispetto alle operazioni di certi pubblici ministeri. E anche, perché no, l’atteggiamento degli altri magistrati, a partire dalla gravità del trasferimento del procuratore Otello Lupacchini, e del Csm nei confronti di questa “anomalia” calabrese. Per esempio, nessuno ha ridire sul fatto che la Dda di Catanzaro presieduta dal dotto Gratteri, abbia chiesto la ricusazione del presidente Tiziana Macrì che dovrebbe condurre il processo “Rinascita Scott” del prossimo 13 gennaio? La decisione sarà presa dalla corte d’appello di Catanzaro in camera di consiglio proprio domani 8 gennaio.