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Ci sono mancate mostre e vernissage, ma non chiamateci radical chic

Comunicatore & anti-avvocato
Ci sono mancate mostre e vernissage, ma non chiamateci radical chic

Banksy non lascia, raddoppia. Al Chiostro del Bramante il sipario avrebbe dovuto chiudersi lo scorso 11 aprile su “A visual protest”, la mostra totalmente dedicata all’inafferrabile artista inglese. Il rischio, neanche tanto immaginario, era quello di assistere all’ennesima occasione mancata dovuta alla pandemia. Fortunatamente, non è andata così ed ora ci viene regalata un’altra occasione: “All about Banksy”, una seconda esposizione in programma fino al 9 gennaio 2022, stessa storia, stesso posto. Andarci non è un’opzione, è un dovere. Perché un Banksy serve.

Banksy serve perché è contro di noi: contro l’Occidente, contro quello che siamo diventati, contro il politico e contro l’elettore, contro chi scrive e contro chi legge, contro il manager e contro il consumatore. Banksy serve, come serve il punto di vista dell’avversario perché ci ridicolizza, ci mette in difficoltà. L’arte ha questa funzione da sempre: getta benzina sul fuoco quando la società ci vorrebbe tutti pompieri, ed una società di pompieri in cui manca il fuoco è una società ridicola. Appunto.

A tanti, purtroppo non a tutti, in questi mesi è mancata l’arte. Ci è mancato il Laocoonte degli Uffizi con vista sull’Arno, ci è mancato spiare in diretta il Bacio di Hayez, ci è mancata la Pinacoteca di Brera, la Scuola di Atene. E non ci è mancata solo la sfera più colta, più alta, che accompagna l’arte ma anche tutta la sua dimensione ultra-terrena: i vernissage alle case d’aste per sentirsi i Gep Gambardella di turno, l’ignoranza dei commenti (nostri o altrui) su Burri e Fontana facendo la fila al Bilotti, l’istinto suicida di spendere tutti i risparmi accumulati in un anno per comprare un barattolo di zuppa di fagioli neri firmato Warhol da lasciare in eredità a dei nipoti che forse non avremo mai.

Eppure in Italia, a parlare di certi argomenti, si finisce sempre per essere etichettati come “radical chic”, uno dei tanti concetti in voga utilizzati per archiviare i dibattiti sul nascere. “Sei un radical chic” è come dire che non hai diritto ad essere ascoltato perché sei fazioso a monte. Poi, che sia una definizione che nulla ha a che vedere con l’arte o con determinati costumi, poco importa; che tu non sia né radicale e né chic (tuo malgrado) è un dettaglio. Un’espressione che neutralizza un dibattito prima di aprirlo, una delle tante come “politically correct”, “cambio di paradigmi”, “sdoganare”, tutti termini con cui credi di aver detto tutto ma in realtà non hai detto nulla. L’ennesima dimostrazione che ci troviamo in una società etichetta-dipendente. Transgender, cisgender, musulmano, vegano, nerd, populista, sovranista, tutto purché tu abbia un’etichetta ed io possa etichettarti e se non hai un’etichetta invento un nome per la tua mancata etichetta. Perché se non sei etichettabile diventi un pericolo ed allora ecco che l’arte appiccica una banana con il nastro isolante sulla parete per mandare in tilt i più atavici paradigmi.

La sensazione costante è che parlare di arte e musei significhi parlare di qualcosa di nicchia, per le élite, non per il popolo perché il popolo pensa ad altro. I media parlano di Super-Lega e feste scudetto (senza essere Pasolini), di ristoranti, di palestre, ogni tanto di bauli vuoti mentre le pinacoteche e le mostre rimangono figlie di un dio minore. Forse perché se ne ignora il giro d’affari e se ne sottovaluta l’indotto. Nel nostro paese, i musei statali producono l’1,6% del PIL, gli “oggetti d’arte” italiana valgono invece circa 174 miliardi, per non parlare del loro impatto diretto sull’industria del sistema produttivo, culturale e creativo, sul turismo, sul brand Italia e sul loro valore umano e sociale. Ma allora non si spiega come sia possibile che l’arte, quando va bene, venga minimizzata a “rubrica” e collocata, in genere, nelle ultime pagine dei quotidiani che precedono la pubblicità oppure in spazi televisivi modesti (con poche eccezioni). Ci affidiamo ai libri di Philippe Daverio e Sgarbi senza riuscire a distinguere chi tra i due è il vero critico d’arte e chi il personaggio tv.

Visto che cambiare paradigmi e sdoganare vecchie narrazioni sembra essere ormai una professione largamente diffusa, sarebbe l’ora che il sistema paese investisse finalmente sull’arte (Recovery ma non solo), smettendola una buona volta di comunicarla in tv e nelle scuole come una materia démodé per radical chic. La via più semplice da percorrere (non l’unica) sarebbe ricominciare a frequentare mostre e musei (se eravamo già abituati a farlo) altrimenti iniziare ex-novo.

Impara l’arte e mettila da parte”. Si, ma dalla parte giusta, non dimenticata in un’umida cantina ma sul tavolo e ben in vista, tipo natura (non) morta del Caravaggio.

Con l’arte si mangia, perché l’arte è carne, sangue…e PIL.

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