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Dalle difficoltà la riscoperta del patriottismo nazionale, ma speriamo anche europeo

Dalle difficoltà la riscoperta del patriottismo nazionale, ma speriamo anche europeo

Nel trionfo e nel dolore il tricolore ci dà forza”. Con questo titolo il Corriere dello Sport, il 6 maggio, ha presentato i contenuti essenziali di un’intervista al Prefetto Francesco Tagliente. Con grande spirito di squadra, l’ex Questore di Roma e Prefetto di Pisa, ha voluto esprimere la propria gratitudine ai suoi compagni di viaggio, professionale ed associativo. Da una parte i colleghi dell’Amministrazione della Pubblica Sicurezza e dall’altro i soci dell’ANCRI, l’Associazione Nazionale Insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Condividendo con entrambi il valore dei simboli della Repubblica e l’impegno nel promuoverne il rispetto.

È significativo che uno dei principali quotidiani sportivi abbia voluto dedicare al nuovo patriottismo italiano, che sembra aver fatto uscire il tricolore dalle arene sportive e dagli stadi, stringendo in occasione della pandemia i cittadini attorno ai simboli del loro essere e sentirsi italiani. A cominciare proprio dal tricolore. Quel tricolore fino a qualche tempo fa utilizzato dai più solo in occasione dei mondiali di calcio, o di altri eventi sportivi. Quello stesso tricolore che alcuni, in certi momenti della storia recente, non hanno esitato a vilipendere, in nome addirittura di fantasiose e antistoriche secessioni. Con lo spirito che oggi sembra essere invece riservato ai simboli dell’Ue ed alla sua bandiera.

Personalmente convinto che non si possa essere patrioti italiani senza esserlo anche europei, mi auguro che chi è stato recentemente folgorato sulla via del patriottismo nazionale, possa esserlo, un giorno, anche sulla via del patriottismo europeo. Perché nel 2020 non si può tifare per l’Italia senza tifare anche per l’Europa. Se davvero non si vuole che l’Italia, al pari di qualunque altro paese europeo, compresa la “grande” Germania, che a ben vedere è anche piccola, sia condannata all’irrilevanza economica, politica, demografica o militare dinnanzi a giganti mondiali. Quali Cina, Russia, Stati Uniti, India, Brasile.

Due eventi di questi giorni dovrebbero fare riflettere i tanti nuovi patrioti e sovranisti italiani. Il primo è quello dell’annuncio da parte della stampa nazionale che la Direzione Generale della Concorrenza della Commissione Europea ha autorizzato la concessione di 1900 miliardi di euro in aiuti di Stato alle aziende europee. 1000 miliardi dei quali, cioè il 52%, sono concessi dalla Germania alle aziende tedesche. Mentre solo il 17% sono concesse dall’Italia alle aziende italiane. A parte le sgangherate affermazioni di chi ha parlato a tale proposito di “aiuti europei”, mentre invece sono aiuti di stato – autorizzati dalla Commissione europea – dei singoli paesi alle proprie aziende nazionali, va ricordato ai sovranisti nazionali qualcosa che non dovrebbero mai dimenticare. E cioè che quanto accaduto conferma quello che da anni l’economista Fabio Colosanti, ex direttore generale della Commissione Europea, mi dice aver ripetuto in vano ai nostri concittadini: “le regole che limitano gli aiuti di stato a livello europeo sono a difesa di tutti i paesi, anche quelli meno ricchi.  Senza queste regole, i paesi che hanno più soldi rischiano di poter dare molti più soldi e falsare la concorrenza. Le regole europee sugli aiuti di stato sono quindi sempre state nell’interesse dell’Italia.

Purtroppo, dai governi ai politici più ignoranti”, precisa Colasanti, “troppi in Italia hanno sempre criticato le regole sugli aiuti di stato come delle interferenze ingiustificate nella vita economica volute dagli ordo-liberalisti tedeschi. Adesso che le regole sono state sospese – per motivi giustificati dalla pandemia – vediamo quello che succede.

«Sarebbe bello potersi consolare con il fatto che adesso la nostra opinione pubblica potrebbe cominciare a capire come stanno le cose; ma non ci credo.   Troppi ministri, di fronte alle richieste di salvare con aiuti di stato la nostra ennesima impresa decotta, riprenderanno a dire che loro vorrebbero, ma che quegli ottusi burocrati della Commissione europea non permettono gli aiuti di stato o li legano a condizioni troppo rigide.

Il secondo è quello della storica sentenza del 6 maggio della Corte Costituzionale tedesca a proposito del quantitative easing della BCE. Presentata dalla stampa come uno scacco all’Ue. Non possiamo infatti non sottolineare a proposito la ferma e immediata presa di posizione della Commissione Europea, presieduta dalla tedesca von der Leyen, e dalla stessa BCE, presieduta dalla francese Lagarde, che si sono limitate a prendere atto di questa sentenza. Ribadendo però che l’indipendenza delle Istituzioni e la supremazia del diritto Ue rispetto a quello nazionale non può mettersi in discussione. Fosse anche il diritto nazionale della “grande” Germania.

Perché, come ci ha ricordato in proposito Pierpaolo Rossi, generale della Guardia di Finanza in congedo, ed oggi avvocato esperto in diritto dell’Ue, “le valutazioni di corti nazionali sulla validità di strumenti di diritto dell’Ue sono mere opinioni: le corti nazionali non possono invalidare atti di istituzioni UE [in questo caso le misure della BCE] né limitarne la portata in alcun modo.
Le misure di quantitative easing oggetto della sentenza della corte di Karlsruhe erano state inviate da quella stessa corte al vaglio preliminare della Corte di giustizia Ue, che è l’unica competente a valutarne la compatibilità col mandato della BCE e le ha considerate legittime. Senza le condizioni ora poste da Karlsruhe.  È quindi la sentenza della corte di Karlsruhe ad essere contraddittoria e incomprensibile, perché dispone di questioni sulle quali non è competente e che sono state già decise dalla Corte Ue, rispetto a lei suprema per quanto riguarda l’interpretazione degli atti di diritto Ue, quali le misure della BCE.

Aggiunge Rossi: “La sentenza di Karlsruhe è comunque inoperante perché ordina al proprio Governo di esigere chiarimenti dalla BCE, pena l’interruzione della partecipazione della Bundesbank, la Banca centrale tedesca, alle misure disposte dalla BCE. Ma la BCE non può accettare istruzioni dagli stati membri né la Corte tedesca ordinare alla propria Banca centrale di disapplicare misure della BCE perché così violerebbe il diritto Ue che comprende certo le misure della BCE. E questo in quanto il diritto Ue non si rivolge direttamente solo ai tedeschi ma a tutti i cittadini Ue indistintamente. Non c’è un diritto speciale Ue per i tedeschi, per il quale la Corte di Karlsruhe ha competenza specifica”.

Queste osservazioni ci confermano che è proprio il sistema Ue, e le sue regole obbligatorie per tutti gli Stati membri dell’Unione, che proteggono gli stati membri meno forti economicamente. Tra i quali, nei due casi presi ad esempio, figura proprio l’Italia. Ma è chiaro che questo vale caso per caso e le situazioni possono rovesciarsi. Perché la contropartita della volontaria cessione di parte della propria sovranità nazionale (sancita dall’articolo 11 della nostra costituzione), come nel caso della concorrenza o delle questioni finanziarie ed economiche, è proprio quello di difendersi dalla legge della giungla. Secondo la quale è il più forte a dominare sui più deboli. E quando non basta la politica e l’economia, in assenza di un’unità, seppure perfettibile, sul piano europeo, nella storia si è poi passati ai confronti armati. Con i drammi che fanno parte della storia millenaria del nostro continente, e che tutti non dovremmo scordare.

Secondo il giovane filosofo e europarlamentare francese Fraçois-Xavier Bellamy, che a 35 anni è considerato un astro nascente del gollismo e del PPE, “l’Europa sembra oggi essersi persa perché si è vista prima di tutto come un progetto. Noi parliamo continuamente di un progetto europeo. E parliamo dell’Europa come se fosse una nostra costruzione. Parliamo della costruzione europea. Ma l’Europa non è una costruzione. L’Europa è prima di tutto un’eredità. L’Europa non è un progetto. L’Europa è prima di tutto una civilizzazione. Ed è quello che dobbiamo ricordare, non per rinchiuderci nella nostalgia del passato, ma per poterci proiettare nell’avvenire”.
Ricordando poi Ulisse “che è un avventuriero, e conduce un’odissea, che ne prende il suo nome”, Bellamy precisa che “l’odissea di Ulisse è permessa solo perché Ulisse ha un obiettivo: ritornare a casa, ritrovare la sua casa, ritrovare un luogo familiare. E noi siamo oggi tutti, francesi, italiani, cittadini dell’Europa, abitati da questa nostalgia. Noi vogliamo ritrovare il senso della nostra dimora comune, il senso di ciò che ci unisce. Quando sapremo riproporlo nuovamente, non c’è dubbio che sapremo ritrovare la forza necessaria per poter convincere e riunire. Se non ci riusciremo, dovremo ricordarci che, come ammoniva Valery, le civilizzazioni sono mortali. Noi siamo ad un punto di biforcazione. O ritroveremo il senso di ciò che siamo, il senso di ciò che ci costituisce, il senso di ciò cui noi teniamo assieme, oppure, e lo sappiamo bene, l’Europa è oggi minacciata – per non aver saputo ritrovare la sua memoria – forse di uscire dalla storia. È la nostra responsabilità che è in gioco, nei confronti di una civilizzazione, ma anche nei confronti della condizione umana tutta intera il cui avvenire si deciderà nelle prossime generazioni”.

Questa è quindi la visione di patria, e di patriottismo, per chi scrive. Patriottismo nazionale, ma prima ancora anche regionale, cittadino, e persino di quartiere. Nella bellissima Italia dei tanti campanili e delle tantissime parrocchie. Ma che per le ragioni appena spiegate deve esserlo anche europeo. E con questa nostra visione, abbiamo posto al Prefetto Tagliente alcune domande su questo riscoperto patriottismo nazionale. Che, mutatis mutandis, vogliamo sperare che, dalle stesse difficoltà cui si può fare fronte solo nell’unità, si potranno un giorno porre a proposito di un maggiore patriottismo europeo.

Qual è il valore simbolico del Tricolore nel 2020 della pandemia di Covid-19?

Il Tricolore oltre ad essere il simbolo della Nazione e delle libertà conquistate, è il simbolo dei sentimenti più nobili del popolo italiano. Rappresenta l’unità nazionale.

Peraltro Tricolore e Canto degli italiani, sono i due simboli Ufficiali della Repubblica – presenti nella simbologia di tutte le nazioni – che con il loro valore e linguaggio universale richiamano i valori fondanti della coesione e della responsabilità nazionale.

Sono valori che accompagnano la nostra vita anche quando non ci rendiamo conto e riemergono e si manifestano in momenti particolari. E non è un caso se in questa prima fase di isolamento domiciliare e di costrizione in casa, milioni di cittadini si sono uniti intorno ai simboli della Repubblica.

La quarantena ha davvero rafforzato il sentimento patriottico di identità nazionale?

In questi giorni abbiamo sentito cantare l’Inno nazionale e tanti altri brani della migliore canzone italiana da nord a sud del paese. Abbiamo visto edifici istituzionali e i monumenti tingersi di tricolore; finestre, balconi e terrazzi adornati con i colori della nostra Bandiera.

Non escludo che molti possano averlo fatto per esorcizzare la paura del coronavirus che li ha messi in quarantena, ma abbiamo visto milioni di cittadini animati dal nobile sentimento di applaudire e incoraggiare chi stava rischiando la vita, combattendo sulla linea del fronte. Gli italiani si sono uniti intorno a quei simboli dimostrando un forte sentimento patriottico di identità nazionale. Sono manifestazioni scaturite dalla forza interiore, dalla empatia, dal senso della comunità.

Come possiamo spiegare questa riscoperta dell’amore per il tricolore e del senso di comunità, nonostante le grandi difficoltà che potrebbero sfociare in protesta?

Quando una comunità si trova a vivere momenti particolari come una incontenibile euforia delirante tipo la conquista di una coppa del mondo, o una emergenza dai risvolti drammatici come quella che stiamo vivendo, si risvegliano ed emergono più solidi legami sociali, un sorprendente senso di appartenenza e di solidarietà e un forte sentimento di identità nazionale.

Era dai Mondiali di Calcio che non si vedeva tanto amore per il Tricolore. La vittoria a Berlino fu accolta da manifestazioni di piazza con il tricolore. Tutti alla ricerca del vessillo con i colori dell’Italia. Quella Coppa del mondo conquistata a Berlino sembrava aver risvegliato anche nei giovanissimi un patriottismo psicologico collettivo con momenti di tanta incontenibile euforia.

E al rientro della squadra migliaia di tifosi manifestarono nobili sentimenti di identificazione nazionale. Oltre a sventolare bandiere cantando l’inno nazionale arrivarono a lanciare bandiere tricolori verso il pullman degli azzurri diretto al Circo Massimo.

A questo riscoperto patriottismo formale degli italiani, c’è da augurarsi segua anche un patriottismo sostanziale. Nei fatti. A cominciare dal ricordarsi dei doveri che discendono dalla nostra cittadinanza, e non solo dei diritti. Perché c’è da chiedersi quanti veri patrioti ci siano tra gli italiani che, pur detenendo risparmi individuali per oltre 4000 miliardi di euro, dichiarano al fisco, quasi la metà di essi, redditi annui inferiori ai 15.000€. Mentre solo il 6% dichiara redditi superiori ai 50.000€.
E i politici italiani che vogliano davvero essere veri leader patriottici, dovrebbero poi ricordare ai propri simpatizzanti che “il patriottismo” – come diceva Charles De Gaulle, che era un autentico patriota – “è quando l’amore per la tua gente viene per primo. Nazionalismo è invece quando l’odio per quelli che non sono della tua gente viene per primo”.
Personalmente ho difficoltà a vedere amore per la nostra gente in quei cittadini che istigano a mettere continuamente le dita negli occhi di coloro ai quali si chiede solidarietà, comprensione per i nostri limiti e sostegno economico.
Far prevalere l’amore per la propria gente in questo momento, significherebbe invece cercare di ottenere una risposta accettabile da parte delle istituzioni europee – che significa il Consiglio Europeo, i governi nazionali – ed in modo particolare dalla Germania, alle richieste di maggiore solidarietà provenienti dall’Italia. E questo richiede soprattutto la capacità di garantire, in cambio della pretesa solidarietà, serietà, onestà ed affidabilità. Nella speranza che nel trionfo e nel dolore, forti delle considerazioni del gollista Fraçois-Xavier Bellamy, oltre al tricolore anche la bandiera stellata possa darci la forza di cui tutti abbiamo tanto bisogno.

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