Napoli
Alto Casertano e Sannio, la rivoluzione gentile del vino: meno rituali e più relazioni
C’è qualcosa che si muove nelle aree interne tra Alto Casertano e Sannio. Non grandi eventi, né operazioni di marketing costruite a tavolino, ma una serie di esperienze che nelle ultime settimane sembrano indicare una direzione precisa: tornare a fare del vino uno strumento di relazione e dei territori luoghi capaci di generare connessioni.
Da Alife ad Apice, passando per le colline del Caiatino e il Taburno, stanno nascendo momenti di aggregazione che sfuggono ai modelli convenzionali. Incontri meno istituzionali e più orientati allo scambio umano, alla convivialità e alla costruzione di reti tra produttori, associazioni, studiosi e operatori culturali. Un fenomeno ancora spontaneo, ma che racconta una nuova sensibilità e forse anche una diversa idea di sviluppo per le aree interne del Mezzogiorno.
Ad Alife, la prima edizione di “RÈN – Connessioni”, ideata da Vincent Renzo e Federica Vitelli, ha scelto di mettere da parte la formula tradizionale della degustazione per trasformarsi in un laboratorio di riflessione sul presente e sul futuro del vino italiano. Nessun palco, nessuna successione di interventi ufficiali, ma domande condivise e confronto tra produttori, comunicatori e professionisti. Il vino come pretesto per interrogarsi sull’identità, sul rapporto tra tecnica e natura, sulle trasformazioni del mercato e sul rischio di una crescente omologazione.
Pochi giorni prima, nelle campagne del Caiatino, attorno all’esperienza vitivinicola di Teresa Mincione e al debutto del progetto itinerante “Feste a Palazzo”, il cibo, il vino e l’accoglienza sono diventati strumenti per immaginare nuove forme di promozione territoriale. Al centro della riflessione, l’enoturismo, l’ospitalità diffusa e soprattutto la necessità di costruire reti tra imprese, associazioni e comunità locali.
Lo stesso spirito si ritrova nel Sannio, dove ad Apice la presentazione di Gaiogin, il distillato ideato da Alfredo Di Rubbo e Rita Pepe e ispirato alle essenze botaniche del Taburno, è diventata l’occasione per un dialogo tra ricerca scientifica, storia e valorizzazione del paesaggio. La prima masterclass dedicata al gin organizzata nel territorio sannita ha mostrato come anche la mixology possa trasformarsi in uno strumento contemporaneo per raccontare identità e biodiversità, coinvolgendo pubblici nuovi e linguaggi diversi.
Tre esperienze differenti, unite però da un denominatore comune: la consapevolezza che il vino non possa continuare a parlare soltanto agli addetti ai lavori.
Negli ultimi anni il settore ha progressivamente costruito un linguaggio sempre più specialistico. Analisi sensoriali, descrittori aromatici, classificazioni, punteggi. Un vocabolario identitario certamente necessario, ma che in molti casi ha finito per trasformare qualcosa di profondamente umano in un esercizio tecnico. Come se davanti a un bicchiere ci fosse il timore di sbagliare.
Il risultato è stato un paradosso: mentre il vino diventava sempre più sofisticato nel racconto, perdeva parte della sua capacità di generare relazioni. Si è parlato molto di bottiglie e sempre meno delle persone. E, a forza di rivolgersi soprattutto a se stesso, il settore ha finito per produrre un silenzio assordante attorno al vino, talvolta persino una certa noia.
Eppure il vino, nella sua lunga storia, ha svolto anzitutto una funzione sociale. Ha accompagnato comunità, custodito paesaggi e contribuito a costruire identità collettive. Prima ancora che un prodotto, è stato un gesto di ospitalità.
In una società che premia velocità, efficienza e performance, forse il gesto più controcorrente è proprio quello di rallentare. Una bottiglia condivisa, una cena che si prolunga, una conversazione senza uno scopo preciso. Momenti apparentemente inutili, ma che rispondono a un bisogno sempre più evidente di relazioni autentiche.
È probabilmente questa la lezione che arriva dalle aree interne tra Caserta e Benevento. Qui si sta sperimentando una piccola rivoluzione gentile: restituire al vino la sua funzione originaria, quella di creare spazi per l’altro.
Perché il dono più prezioso che possiamo fare oggi non è una bottiglia. È il tempo che decidiamo di condividere attorno a quella bottiglia.
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