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Elezioni Puglia, riforma della doppia preferenza di genere: “Fate Presto!”

Agitatore culturale
Elezioni Puglia, riforma della doppia preferenza di genere: “Fate Presto!”

A volte per superare una distorsione occorre un gesto forte, di rottura, orientato al raggiungimento dell’obiettivo, del risultato, del sodo. E’ il caso dell’auspicata riforma della legge elettorale per eleggere il nuovo Consiglio regionale pugliese che preveda la doppia preferenza di genere.

La situazione, drammatica, è chiara. Nel consiglio regionale Pugliese ci sono solo 5 donne su 50 consiglieri.

E’ ormai inconcepibile il silenzio sulla situazione di fatto e sull’assenza di discussione sul tema.

Parliamo di una riforma che prevede la possibilità di dare due voti alle elezioni amministrative o regionali purché riguardanti due candidati di sesso diverso ma della stessa lista, pena l’annullamento della seconda preferenza. E’ in vigore dal 2013 nelle amministrative di tutta Italia e dal 2010 in alcune Regioni, nonostante il legislatore nazionale abbia più volte richiamato tutte le Regioni ad adeguarsi.

Purtroppo, in Puglia, nei cinque anni di questa consiliatura non si è mai riusciti ad approvare questa norma, nemmeno mai calendarizzata, per il fondato timore che si replicasse lo scandalo del precedente Consiglio regionale che la parità di genere aveva accuratamente affossato a scrutinio segreto.

Con sole 5 donne il Consiglio regionale della Puglia di oggi non assomiglia nemmeno lontanamente alla Comunità che intende rappresentare e non si può consentire che anche il prossimo Consiglio sia politicamente e moralmente delegittimato come questo. Per non parlare del danno d’immagine per la comunità pugliese che questa situazione determina agli occhi dell’Europa e del mondo intero.

Non sono sufficienti le belle parole ed è arrivato il momento di passare dalle lodevoli prese di posizione alle decisioni.

Azioni come la doppia preferenza, o le “quote rosa” garantite ad esempio dalle legge Golfo Mosca del 2011, costituiscono misure che possono risultare forzate e talvolta inique, ma necessarie per garantire quel bilanciamento di genere, ancora troppo lontano da raggiungere in maniera spontanea.

 

A questo punto è doveroso fare una netta distinzione tra il concetto di uguaglianza e di equità. La prima parte dal presupposto che siamo tutti uguali, niente di più falso, siamo tutti diversi, siamo frutto di geni, cultura, educazione e pensiero ed è questa la nostra forza.

Il concetto di equità, invece, è associato all’idea per cui muovendoci da punti di partenza diversi, abbiamo necessità di strumenti diversi per raggiungere il medesimo obiettivo ovvero quello dello sviluppo del potenziale e della soddisfazione personale.

 

La doppia preferenza non è altro che uno strumento al servizio dell’equità e dell’inclusione, una forma di “discriminazione” positiva, in linea però con il livello di evoluzione culturale del nostro Paese, che a differenza di quelli anglosassoni o nordici, contano ancora troppe poche donne nelle stanze dei bottoni.

 

La domanda vera è, come mai il concetto di parità di genere e dunque di “diversità” nei gruppi di potere e decisionali sta diventando un fattore così critico? La risposta sta nella maggiore qualità delle decisioni prese da gruppi in cui sono presenti persone “diverse”. Avere all’interno di uno stesso gruppo punti di vista diversi consente di prendere in considerazioni un numero superiore di possibilità, di guardare uno stesso problema da diverse angolature e di ridurre il rischio di prendere una decisione sbagliata.

Ecco perché le donne sono importanti all’interno di tutti i contesti perché garantiscono diversità e riducono il conformismo da pacca sulla spalla.

Per quanto riguarda poi il tema delle competenze, è inutile sottolineare la responsabilità di famiglia e scuola nel trasmettere alle bambine lo stereotipo del ruolo della donna nella società, che porta le bambine già all’età di 9 anni a interiorizzare l’idea per cui certi contesti non sono fatti per lei, dunque non ci prova neanche a sfondare il soffitto di cristallo.

 

La principale responsabilità politica è dunque quella di favorire un contesto “equo”, non “tutto uguale per tutti” ma un “ad ognuno il proprio” , in modo da far sì che le future generazioni non si interroghino più sull’utilità o meno delle quote rosa, in politica così come nei CdA.

 

E’ chiara la difficoltà di chi vede un rovesciamento degli equilibri di potere in seguito ad una novità legislativa di questo tipo, ma se fosse questo uno degli effetti positivi della riforma e non un pericolo? Quale atto migliore per dimostrare davvero, nei fatti, di voler superare una mentalità antiquata lottando per la parità di genere. Se tutti a parole sono d’accordo per approvarla basta calendarizzarla e votarla.

 

Ai consiglieri spetta un atto d’amore per la propria comunità, coraggioso, lungimirante. Degno della terra che intendono rappresentare. Perché attraverso questo passaggio inevitabilmente si creano le condizioni per la promozione di una classe dirigente “bilanciata” che possa finalmente facilitare l’esplosione di tutto il proprio potenziale. Un consiglio regionale, rinnovato e inclusivo, con una sacrosanta presenza paritaria di donne e uomini. Manca poco, fate presto!

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