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Fare teologia sul serio!

Giornalista e saggista
Fare teologia sul serio!

Il teologo Andrea Grillo ha fatto centro, come d’abitudine. Commentando nella seconda puntata, sul suo blog, l’appello di un gruppo di dieci teologhe e teologi, capitanati dall’arcivescovo Vincenzo Paglia e da mons. Pierangelo Sequeri, ha messo il dito nella piaga.

Se vogliamo rinnovare la teologia, fare in modo che prenda sul serio l’enciclica “Fratelli Tutti”; ma soprattutto se vogliamo che la teologia dica davvero qualcosa alle donne e agli uomini del nostro tempo, uscendo da Facoltà teologiche e sacrestie, allora è necessaria la libertà di azione, la libertà di dialogo, e si apre un campo di ricerca inconsueto. Del resto Papa Francesco dice che siamo di fronte ad un cambio di epoca, non ad un’epoca di cambiamento. Prendere sul serio il Papa e i suoi testi – ma ancora di più: prendere sul serio la nostra epoca – vuol dire agire e pensare in modo diverso.

Il documento Salvare la Fraternità (l’Appello dei dieci teologhe e teologi) in un passaggio nota: “La teologia ecclesiale deve perciò acquisire lo stile di un pensiero creativo e ospitale per tutti, non ridotto a un gergo per iniziati. Sembra evidente che questo comporterà un significativo mutamento delle istituzioni ecclesiali”.

E Grillo appunto commenta: Questo passaggio è di grande importanza: perché implica un esercizio del lavoro teologico “creativo ed ospitale”, che non elabori soltanto un “gergo da iniziati” e che si sporga coraggiosamente sul “mutamento delle istituzioni ecclesiali”. Qui, come è evidente, si tocca un passaggio delicatissimo, spesso lasciato sotto silenzio dai teologi. La qualità creativa ed ospitale, critica e dialogica, ma anche necessariamente riformatrice sul piano istituzionale del pensiero teologico chiede modifiche radicali, anche nel  modo con cui la Chiesa cattolica pensa il lavoro del teologo. Il modo stesso con cui il Codice di Diritto Canonico pensa la funzione del teologo a partire dal 1983 – diversamente dal 1917 .  contrasta duramente con questo nobile progetto. La obbedienza teologica, pensata come poco creativa e poco ospitale, non trova la sua verità nel silenzio, ma nella parola. Che questi termini, così espliciti, di ripensamento della teologia giungano da un gruppo di lavoro strettamente legato a due istituzioni ufficiali è un segno di grande speranza e di svolta reale.

E aggiunge, in modo significativo: Restituire la teologia alla sua destinazione popolare, alla folla, e non solo ai discepoli, implica un profondo cambiamento di metodo, di linguaggio e di obiettivi. Anche nelle forme del concreto esercizio del lavoro teologico. Questo significa, con una immagine, costruire un “ponte” tra Ecclesiam suam (Paolo VI 1964) e Fratelli tutti (Francesco 2020), condividendo la aspirazione comune alla “redenzione dell’uomo”, in cui mistero dell’uomo e mistero della Chiesa si danno insieme, senza dualismi, senza contraddizioni anche se non senza delicatissime opposizioni polari. Costruire questo “ponte”, che per primi i teologi devono osare attraversare, è una loro peculiare responsabilità, qui ed ora. Chi si ostina a pestare l’acqua nel mortaio della tradizione fa semplicemente un altro mestiere.

Che teologia e fare teologia siano in questione, lo dice anche la prestigiosa rivista America, dei gesuiti Usa, che al tema  ha dedicato molte pagine in un recente numero in cui parla di “crisi” della teologia . Il giudizio è negativo: la teologia è una disciplina autoreferenziale, le Facoltà sono a caccia di studenti perché il loro numero si riduce, gli spazi di lavoro accademico e fuori dalle università è scarso, i diversi centri vanno ognuno per conto proprio. La diagnosi è preoccupante ma non è del tutto precisa. Infatti America omette di dire quello che Grillo dice chiaramente e l’Appello vuole cercare di superare. Negli ultimi 35 anni ha prevalso una linea ecclesiale precisa: la teologia deve sottostare al Magistero e i teologi per insegnare hanno bisogno di un “mandato” cioè l’approvazione delle autorità ecclesiastiche. E tanti sono i teologi estromessi dall’insegnamento, dall’epoca del provvedimento contro Hans Kung – 1979 – proprio perché cercavano di dire qualcosa di nuovo. E a risentirne, alla lunga, è proprio la qualità di tutta la teologia che oggi non si confronta con i saperi scientifici, non dialoga davvero con le scienze umane, e alla fine si limita a ripetere il già detto o il già noto, piuttosto che aprire strade e costruire ponti. 

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