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Giorgio Del Ghingaro, Giacomo Puccini, Diogene e come essere grandi amministratori

Direttore d'orchestra
Giorgio Del Ghingaro, Giacomo Puccini, Diogene e come essere grandi amministratori

Vorrei prendere spunto da un piccolo fatto di cronaca culturale, cioè la prima opera lirica del post Covid in Europa, che, in forma scenica e completa, dal vivo, andrà in scena questo Sabato, 27 giugno, con il Gianni Schicchi di Giacomo Puccini nella Cittadella del Carnevale di Viareggio, nel cartellone del Festival Puccini 2020.

La prima rappresentazione operistica, in Europa, nel post Covid, in Toscana, a Viareggio. Fa piacere che nella regione che ha inventato il genere detto ‘opera lirica’ , si celebri il ritorno alla rappresentazione dell’opera dopo la pandemia.

È un piccolo primato, questo della prima opera lirica in Europa nel post Covid, dovuto ad un sindaco, Giorgio Del Ghingaro, Sindaco di Viareggio, che rientra tra quegli amministratori pubblici che hanno fatto del pragmatismo un vero e proprio stile di amministrazione.

Gli amministratori pragmatici andrebbero ricercati in Italia e, scientificamente, messi su un palcoscenico per essere applauditi da tutti gli italiani.

Non voglio citare i “fatti” che questo sindaco antiretorico, senza cercare pubblicità, ha prodotto in questa cittadina italiana da 62.000 abitanti, considerata la Perla della Versilia: basti dire che all’inizio del suo mandato la città era in dissesto con 250 milioni di euro di debiti, oggi dopo 5 anni, è uscita dal dissesto e ha un attivo in cassa di 30 milioni, ha approvato un regolamento urbanistico dopo ben 21 anni, ha riacquisito il Porto, che ormai apparteneva al tribunale fallimentare, ha ristrutturato e ridato decoro a piazze, musei, ville, passeggiate, ha rilanciato le Fondazioni culturali, tra cui il Carnevale e il Festival Puccini, portato i grandi spettacoli e i grandi concerti, si è circondato della migliore classe dirigente toscana e italiana, il tutto con un grande riguardo per aiutare chi sta peggio.

Ma perché nella amministrazione della cosa pubblica è così importante il pragmatismo? Innanzitutto cos’è il pragmatismo?

William James il grande filosofo americano, morto nel 1910, affermava che “il pragmatismo è la disposizione a togliere lo sguardo dalle cose prime, dai principi, dalle «categorie», dalle pretese necessità, e a guardare invece alle cose ultime, ai risultati, alle conseguenze, ai fatti”.
E ancora: “la verità di un’idea non è una sua stagnante proprietà, un’idea diventa vera, è resa vera dagli eventi. La sua verità è di fatto un avvenimento, un processo: il processo, più esattamente, del suo verificarsi, la sua verificazione”.

Quindi il pragmatismo è in primo luogo considerare la verità di una idea in base alla validità dei risultati che produce. È in altri termini la filosofia dei “fatti’, il politico, secondo questa teoria, deve cercare di commisurare il più possibile le parole e gli enunciati ideali alle realizzazioni pratiche che egli è, ragionevolmente, in grado di raggiungere concretamente.

Ciò porta ad una considerazione molto importante: il politico non deve effettuare annunci esagerati, non deve promettere l’impromettibile, così come non deve fare enunciati di principio vincolati a dogmi, a teorie non verificabili, a ideologie astratte, a verità apodittiche. In base a questa teoria non è possibile promettere progressi troppo grandi, rivoluzioni, cambiamenti epocali, salti evolutivi, bensì un lento processo di miglioramento.

Quei politici che promettono l’”abolizione della povertà”, oppure la rivoluzione dei “cittadini che si fanno istituzione” oppure “il taglio totale ed assoluto delle tasse”, oppure “fuori dall’Euro e dall’Europa”, oppure “la liberazione dalla casta” o altre cose di questo genere, sono destinati allo scacco, al fallimento, al naufragio.

Però la mancanza di principi, di fedi, di ideologie può inchiodarci alla nullità del dubbio, allo scetticismo radicale. Se non ho un ideale o un idealismo o una ideologia da proporre, che fascino posso avere, che interesse posso suscitare nel cittadino? Se non ho una emozione, un fine, un’ orizzonte da indicare, come entro nell’anima del mio popolo.

E in effetti è difficile stabilire delle formule politiche, perché il nostro tempo assomiglia sempre più alla fine della epoca della Grecia classica, all’inizio dell’Ellenismo, quando, alla morte di Alessandro il Grande nel 323 a.C. furono distrutte le “poleis” greche, a cui fu tolta qualsiasi libertà e indipendenza formale e sostanziale, per l’affermazione di quella monarchia universale e divina che era il grande ideale di Alessandro il Macedone.

In quella epoca i grandi monarchi dei regni di Egitto, Siria, Macedonia e Pergamo, successori di Alessandro, assommano tutto il potere nelle loro mani, si identificano con lo Stato, cancellano qualsiasi libertà politica, e distruggono l’identità dell’uomo greco, basato sulla equivalenza di “uomo”e “cittadino”. L’uomo da “cittadino” diventa semplice “suddito” e viene travolta l’idea della “polis”come orizzonte unico della vita morale, propria di Socrate, Platone e Aristotele.

La nuova “monarchia” che si profila all’orizzonte, oggi, nel nostro tempo del nostro Occidente, è la “monarchia” dei grandi monopolisti planetari, monopolisti del Web, della comunicazione, della grande industria metalmeccanica, della grande industria della distribuzione, la “monarchia” degli spazi che sono sempre più privati, i social, la rete, sempre più in mano a poche persone, sempre più incontrollabili, in una società le cui scelte sono sempre meno dipendenti dai cittadini, ma che necessitano di aggregati geografici sovranazionali, di monete sovranazionali, di politiche sovranazionali.

Le monarchie ellenistiche sono un po’ come le piattaforme web nelle quali ci muoviamo, e l’impero di Alessandro come l’orizzonte sovranazionale cui, per forza di cose, dobbiamo aspirare per poter rimanere vivi di fronte alle grandi economie del mondo. Cercare di riaffermare il potere e l’indipendenza della piccola “polis” nazionale, come peraltro alcune forze politiche oggi fanno, è pura fantasia.

È vero che l’impero di Alessandro il Grande e le monarchie ellenistiche non ebbero vita lunga, ma dopo queste non ritornò la “polis”, come aspirano taluni nostri concittadini politici, ma arrivò nel 146 a.C. l’Impero Romano, che trasformò la Grecia e tutta la sua inimitabile tradizione filosofica, scientifica, politica, artistica, letteraria, tecnologica, civile, religiosa, in una semplice Provincia dello stesso impero.

Sotto le monarchie ellenistiche avvenne però una sensazionale scoperta, fu scoperto l’Individuo: fuori dall’ethos della Città-Stato greca l’uomo ritrova i suoi valori dentro se stesso, trova nuovi scopi del vivere, nuove energie, nel proprio intimo; l’uomo, smarrito in un Impero di cui non comprende più la portata e sul quale non può in nessun modo influire, scopre se stesso, si scopre libero di fronte a se stesso, diventa un avventuriero di se stesso, e nascono i miti delle corti, miti di favolose ricchezze, di rapide fortune, di occasioni irripetibili per chi è audace, per chi è geniale, per chi è veramente sapiente.

Se nella Grecia classica i valori fondamentali erano la virtù civile, la responsabilità come membro della polis, con cui l’uomo divideva fortune e disavventure, nell’Ellenismo nasce l’idea che l’uomo sia l’unico artefice del suo valore e del suo destino, nasce lo spirito di avventura, l’ individualismo e, certo, anche l’egoismo. Nell’Ellenismo, proprio come oggi, finiscono le ideologie, svaniscono i grandi sistemi filosofici, svaniscono le grandi verità, e si pone, per i filosofi, la più semplice delle domande: come raggiungere la felicità nella tragica età in cui si vive.

Il filosofo ellenistico, come dovrebbe forse fare anche il politico di oggi, si occupa quindi di cercare di aiutare l’uomo, nella sua individualità, a vivere, a illuminargli la coscienza, a fornirgli nuovi contenuti spirituali, per condurre al meglio la sua vita pratica. E il filosofo ellenistico, sia esso stoico, epicureo, cinico, o scettico, alla base dei propri sistemi, pone sempre l’immediato sentimento della vita, cerca di cogliere sempre una intuizione emozionale del senso della vita.

Il cinico Diogene indica il sentimento esistenziale-emozionale di non aver bisogno di nulla, di bastare a se stesso, Epicuro propone la intuizione emozionale che il senso della vita è nel piacere catastematico (assenza di dolori e turbamenti), lo stoico Zenone di Cizio presenta la virtù come autosufficiente attuazione del “logos” e per lo scettico Pirrone invece la strada da seguire è la rinuncia e indifferenza per il mondo.

Una cosa accomunava tutti: per essere credibile il filosofo ellenistico doveva sapere vivere in piena coerenza con la propria dottrina. Doveva costituire un esempio.

La forza dei grandi filosofi ellenistici è proprio quella di creare delle “fedi laiche”, delle fedi immanenti, e diventare essi stessi, per i propri seguaci, dei “Santi laici”.
E ricordiamo che per mezzo millennio la filosofia ellenistica rimase un paradigma di comportamenti per tutto l’Occidente.

Essi insegnano anche all’uomo di oggi, l’uomo asservito alle cose, l’uomo che invece di possedere gli oggetti con la “scienza e la tecnica” ne viene fagocitato, che il vero dominio non è il dominio del mondo ma è il dominio di noi stessi.

Questa sorta di fede laica, che avevano i filosofi dell’Ellenismo, è quella qualità che contraddistingue anche il grande politico di oggi dal politico mediocre. Anche il pragmatico William James sosteneva che la “fede”- la sua era una fede religiosa in un Dio vicino agli uomini- aiuta immensamente a dare energia, forza, al ricercatore filosofico.

Il toscano Giorgio Del Ghingaro, nella piccola grande Viareggio, e tutti gli amministratori che riescono ad ottenere grandi risultati, dimostrano di avere questa fede, laica o religiosa che sia.

Possiamo quindi dire, riassumendo, che sono necessarie queste tre caratteristiche, per fare il grande politico: coerenza tra idea e stile di vita, passione e fede, pragmatismo, cioè assenza di preconcetti o sistemi ideologici. Almeno nell’epoca dell’impero macedone questi erano gli ingredienti per fare il grande filosofo.

Uno di questi, Diogene di Sinope (morto nel 325 a.C.), fondatore del Cinismo, asseriva che l’uomo basta a se stesso e non ha bisogno di nulla fuori da se, e viveva, coerentemente con la sua filosofia, come un mendicante.

Racconta Teofrasto:

“Mentre una volta prendeva il sole nel Craneo, sopraggiunse l’Imperatore Alessandro Magno, che disse: «Chiedimi quel che vuoi». Diogene rispose: «Lasciami il mio sole».

Alessandro, l’uomo più potente del mondo, rimase molto colpito e commentò con i suoi luogotenenti: “se non fossi Alessandro, vorrei essere Diogene”

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