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Giulio Giorello, il Prometeo della filosofia

Direttore d'orchestra
Giulio Giorello, il Prometeo della filosofia

È mancato Giulio Giorello. Il grande difensore della Libertà.

Al contrario del suo eroe preferito, il mortale Ulisse, che ritorna nel mondo degli uomini dopo aver rifiutato un’esistenza illimitata, egli è tornato nel mondo dell’illimitato.

Ma egli può essere considerato simile all’altro suo eroe, Gilgamesh, lo splendente sovrano di Uruk, nella Mesopotamia dei Sumeri, che sí, ha fallito nella ricerca dell’immortalità ma muore orgoglioso delle mura della sua città e della sua scrittura, che lascia un ricordo perenne delle sue gesta.

E le sue gesta possono essere considerate un unico grido: “viva la liberta”. Se nel mondo delle lettere, della filosofia e della ricerca scientifica si aggirava un anarchico, ecco questo anarchico possiamo essere sicuri che fosse amico di Giorello.

I suoi amici della storia: Baruch Spinoza, David Hume, Paul Feyerabend, Imre Lakatos, Karl Popper….e ancora, almeno in età giovanile, Leon Trotsky, MalcomX, le Pantere Nere….al contrario del suo Maestro Ludovico Geymonat, con cui da giovane ha esaltato l’attualità del materialismo dialettico, fu testimone del fatto che nel labirinto delle discipline scientifiche non governa un’unica Ragione, ma un’infinità di Ragioni.

Si trattava, diceva Giorello, nella impresa scientifica, di valorizzare la contrapposizione di Programmi di ricerca rivali, enfatizzando il pluralismo: la libertà, diceva, è più importante di qualsiasi razionalità pedagogica. Non si riteneva un Maître á penser, perché Maître vuol dire “maestro”, ma anche “padrone”, e non possono esserci padroni del tuo pensiero.

Giorello, da sempre aderente al PCI, era in aria di eretico; fece scalpore il suo articolo del ‘79 su Rinascita “L’ eclisse dei sistemi centrati”, con la sua critica del modello marxista, nel quale vi è un primato del “centro” del partito su qualsiasi altra articolazione della società; società che dovrebbe essere senza centro.

John Stuart Mill era il suo faro, il Mill del “Saggio sulla libertà”: ogni vincolo in quanto vincolo è male. Il “Collettivo” è un idolo: ogni valore, od ogni strumento, che in nome di una collettività, schiaccia, coarta, limita l’Individuo e la sua eccentricità, è da combattere.

Si definiva un “neoutilitarista”, e in alcuni famosi seminari organizzati da Salvatore Veca alla Fondazione Feltrinelli ruppe con una parte della intelligenza italiana: Salvatore Veca stesso, Sebastiano Maffettone, e la maggioranza si orientarono sulla teoria della giustizia di John Rawls, per una filosofia che tutelasse i diritti degli “svantaggiati”, filosofia nella quale Giorello vedeva un assistenzialismo di matrice cattolico-comunista.

Giorello, come Mill, era contrario alla teoria della “dipendenza e della protezione” per migliorare le condizioni dei poveri e dei lavoratori. La “protezione” è una truffa, diceva con Mill, perché le classi privilegiate e potenti non hanno mai agito nella storia se non a esclusivo profitto del loro egoismo.

Egli diceva che il benessere del popolo non sta, in “provvidenze”, in aiuti umanitari, in contributi a pioggia, ma nella giustizia e nell’autogoverno. I lavoratori stessi devono prendere provvedimenti per il miglioramento della propria posizione, senza rivoluzioni, ma per vie pacifiche come la cooperazione. L’ assistenzialismo, diceva Mill, non fa che creare nuova dipendenza, egli invece era per la “teoria della indipendenza” dei lavoratori.

Per questo Giorello ha sempre preso le parti di tutti quei popoli coartati nella loro legittima aspirazione all’indipendenza. La storia, diceva, è storia della libertà, che è un portato della evoluzione; noi siamo “una scimmia un po’ più complessa delle altre, diceva, capace di eludere i vincoli al proprio agire”. Una scimmia più libera.

Contrario a qualsiasi conformismo, seppure imposto dalla maggioranza, vedeva il rischio del dispotismo in misure magari liberticide in nome della sicurezza o della economia. Al contrario, egli era per una società libera e aperta, di cui però vedeva la infinita difficoltà di realizzazione.

Egli è scomparso in questo momento, in questa epoca tragica, un momento in cui tutti i valori di libertà e di individualità trovano, nei fatti, un plateale disconoscimento. Egli si sentiva in questi mesi, probabilmente, come Spinoza cantore della libertà nell’epoca dei totalitarismi.

La società, lungi da non avere centro, ha sempre più centro, è sempre più accentrata, burocratica, amministrata, l’assistenzialismo è alle stelle, e il popolo, lungi dal rifuggire le leggi della comunità, si riconosce sempre più, entusiasticamente, nelle comunità Social, Instagram, Facebook, le Chat di Whatsapp. Un popolo di schiavi, avrebbe detto, lui che non aveva nemmeno l’iPhone.

Come Prometeo, il Dio condannato al dolore, probabilmente gli ultimi suoi giorni ha riflettuto su questa miseria, la miseria di questa età del conformismo, lui, che era per una democrazia del conflitto.

Lui, che diceva, come il suo amato Spinoza nell’Etica, che “solo nella resistenza a strutture o comunità prevaricanti sui singoli, è possibile sentire o sperimentare di essere eterni”.

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