Un mio giovane amico fa il ricercatore e vive negli Stati Uniti. Qualche anno fa concorreva per una cattedra in un importante ateneo. Prima ancora di candidarsi lo avevano scoraggiato: l’assunzione non sembrava facile. Era il turno delle minoranze. Il mio amico, con arguzia, ha ribaltato la situazione, affermando che anche lui apparteneva a una minoranza: era cattolico.
Nel suo libro La trappola identitaria (Feltrinelli), il politologo Yascha Mounk ricorda come, sempre negli Stati Uniti, nel secondo anno di pandemia, i medici si siano trovati di fronte alla variante Omicron e a una scarsità di farmaci e vaccini. Nel dibattito scientifico si sono insinuate nuove regole per il triage, la pratica di accoglienza e smistamento nel pronto soccorso. Medici, attivisti ed esperti hanno portato alla luce un criterio fino a quel momento trascurato: la parità razziale. Dagli studi risultava infatti che le categorie marginalizzate venivano curate peggio. Tra queste rientravano gli afroamericani. La domanda etica che si poneva era dunque: chi deve ricevere prima le cure, chi è più a rischio o chi solitamente riceve assistenza più scadente?
Mounk riporta anche la testimonianza di due medici del Brigham and Women’s Hospital di Boston. In vari articoli, i due sanitari hanno descritto come, inizialmente, il loro ospedale di fatto discriminasse i pazienti non bianchi e come, successivamente, la direzione avesse deciso di rimediare alle disuguaglianze creando una corsia preferenziale per i neri. In sostanza, avevano “sistemato” il problema sul piano statistico, non su quello etico, e ancor meno su quello organizzativo.
Il tema delicato delle identità lo abbiamo affrontato con Anna Paola Concia, politica e attivista. Nella sua intervista a PRIMOPIANOSCALAc di Telos A&S abbiamo ragionato sulle nuove sensibilità della società contemporanea. “Vedo nelle nuove generazioni una sensibilità molto forte su questi temi: femminismo, diritti delle persone LGBT, questioni legate all’identità. C’è una forte attrazione verso queste battaglie, e questo è sicuramente un elemento positivo. Allo stesso tempo, però, vedo anche un rischio. Quando tutto viene letto solo in chiave identitaria, si rischia di costruire una società fatta di tante identità separate. E queste identità, invece di rafforzare i diritti, possono diventare delle trappole. Perché frammentano. Dividono. E alla fine rischiano anche di indebolire le conquiste fatte” ha affermato Concia.
Il rischio è di rinchiudere tutte le categorie che compongono la ricchezza della società in tanti orticelli separati, intorno ai quali vengono scavati fossati. Ne deriva un attivismo che alimenta separatezza e astio, come se i diritti fossero tutti rappresentati da coperte troppo corte. Sarebbe bello ritornare a coltivare l’idea di una grande e unica coperta: quella, come suggerisce Anna Paola Concia, dei diritti universali di cittadinanza.
© Riproduzione riservata
