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Il carcere tossico

Giornalista freelance
Il carcere tossico

Mi presentano Laura al primo aperitivo dopo la quarantena. Un aperitivo prudente e sufficientemente distanziato, tra poche amiche che non si vedono da oltre tre mesi. Lei fa l’insegnante, sembra una persona solida, è molto silenziosa ma ha gli occhi sereni e, quando interviene nelle chiacchere, sembra decisa a dire qualcosa che invece non viene fuori. A fine serata, scopriamo di abitare poco distanti. Durante la strada, lei è malinconica ma freme, con una tristezza che resta sullo sfondo e una fame di vita che la fa vibrare costantemente.

È allora che viene fuori. Laura ha un fidanzato, ex tossicodipendente, pregiudicato, che sta concludendo il suo percorso in comunità. Si sono innamorati due anni fa, quando lui aveva già intrapreso il percorso di disintossicazione ma per reati minori è finito in carcere e lì ha ripreso a farsi. È uscito grazie al decreto Cura Italia, durante la pandemia. Ed è entrato in comunità da poche settimane.

Laura racconta tutto come se facesse la cronaca di una vita che non la riguarda, come se non amasse quell’uomo, come se non fosse arrabbiata, non avesse provato – e provi ancora – dolore, non avesse pianto per lui e per la loro relazione, faticosa e “anomala”.

Alla fine, capisco che non ha bisogno che le dica qualcosa di sensato, perché di buon senso Laura ne ha da vendere: “lo so, è strano che una come me, con una vita così ordinaria, si sia invischiata in una storia piena di trappole, di contraddizioni, di dolore. Ma anche se per gli altri lui è solo un tossico che è stato in galera, io so che è molto altro. Ora, il mio terrore è che dopo il carcere, non abbia più la forza di ricominciare: l’ho visto neutralizzato, spento. Ma la funzione della pena non era quella di riabilitare il detenuto?”.

Secondo XVI Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione (gennaio 2020), un terzo dei detenuti è dentro per avere violato la legge sugli stupefacenti: con una legge diversa – meno repressiva – si risparmierebbe un miliardo di euro (la spesa complessiva dei servizi carcerari è pari a 3 mld). Ma, soprattutto, con una legge diversa, scatterebbero le misure alternative che funzionano molto meglio della detenzione.

Il numero delle revoche è un buon indicatore: nel primo semestre del 2018, delle 44.287 misure in esecuzione solo il 3,4% è stato revocato. E di questo, solo lo 0,5% (201 in tutto) per commissione di nuovi reati. L’ultimo aspetto è quello dei costi: le misure alternative costano meno di un decimo di quanto costi la detenzione.

In Italia le persone condannate per violazione della normativa sulle droghe sono il 32%, la media europea è del 18%. I detenuti tossicodipendenti arrivano a sfiorare di media i 30 punti percentuali degli ingressi nel 2019, e ancora rappresentano stabilmente più di un quarto dei presenti.

Ma i dati sui detenuti tossicodipendenti sono parziali perché includono solo quelli presi in carico dai Ser.T. e cioè chi dichiara la propria dipendenza. Non sono pochi a sfuggire a questo conto: per esempio, tutti i consumatori di cocaina i quali spesso, più difficilmente, riconoscono la propria dipendenza.

E non è un caso se, nei 98 istituti penitenziari visitati da Antigone, più di un detenuto su 4 sia in terapia psichiatrica. In alcuni istituti quasi tutti: anche l’OMS conferma il disturbo psichico come la principale patologia in carcere. Un disturbo psichico che è sia la causa che l’effetto della detenzione.

Sì, perché l’affollamento non solo riduce lo spazio fisico a disposizione di ciascun ristretto, ma riduce anche tante altre possibilità.

Riduce l’accesso al lavoro. E assottiglia la possibilità di essere seguiti dagli educatori nel percorso di trattamento e, quello che senza dubbio qui più rileva, riduce anche l’accesso ai servizi per la salute mentale come le ore di servizio di psicologi e psichiatri ogni 100 detenuti (la media nei 98 istituti visitati da Antigone nel 2019 è di 7,4 ore a settimana ogni 100 detenuti per gli psichiatri e 11,8 ore a settimana per gli psicologi).

Di recente la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha annunciato una nuova stretta sulle sostanze stupefacenti “per chi spaccia sostanze indipendentemente dalla quantità ceduta”.

Un approccio che ricorda quello della legge Bossi-Fini che ha riempito le carceri di piccoli spacciatori e consumatori, di “pesci piccoli”, mentre la criminalità organizzata che ha in mano il commercio della droga in Italia continua a lavorare indisturbata.

“Il proibizionismo ha fallito”, ha dichiarato in una relazione la Direzione Nazionale Antimafia, suggerendo di fatto la strada della depenalizzazione, come avvenuto in altri paesi del mondo.

Ne parliamo da anni ma siamo ancora fermi, inchiodati sul terreno fallimentare di politiche repressive e inefficaci.

Laura non sa ancora se il suo amore sopravvivrà al carcere. Ma nutre il vago presentimento – che fatica a trovare le parole – che lui in quel carcere si sia perso per sempre.

Fonti:

http://www.antigone.it/upload/ANTIGONE_2020_XVIRAPPORTO%202.pdf

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