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Il Pacifico è diventato una polveriera?

Consulente aziendale, appassionato di politica estera
Il Pacifico è diventato una polveriera?

In questi giorni, sui giornali di tutto il mondo, sono in molti a chiedersi se, negli anni che verranno, Stati Uniti e Cina siano davvero destinati a duellare per il dominio planetario. Del resto, mai come adesso la questione Taiwan sembra incombere minacciosa e la tensione tra le due potenze è alta come non mai.

A maggio l’Economist ha definito lo stretto di Taiwan «il posto più pericoloso della terra» e dopo che la Cina ha testato quello che si dice sia stato un missile ipersonico (Pechino insiste a dire di aver testato un veicolo spaziale), la redazione del Wall Street Journal, che ha segnalato anche la costruzione di siti missilistici, ha affermato risolutamente: «Questo non è il comportamento di una nazione interessata semplicemente a difendere la propria sovranità», suggerendo che gli Stati Uniti dovrebbero riflettere a fondo sul budget destinato alla difesa.

Va da se che l’allarme potrebbe essere esagerato. Gli Stati Uniti hanno testato un missile ipersonico proprio il mese scorso; la Corea del Nord sostiene di aver fatto lo stesso; la Russia dice che le sue navi saranno equipaggiate con quel tipo di missili. Ma sono in molti a sostenere che tutto questo comincia a somigliare sempre più alla Guerra Fredda e che il Pacifico sembra sempre più una polveriera.

David Sanger sul New York Times ha raccolto opinioni contrastanti sul fatto che tra gli Stati Uniti e la Cina sia in atto davvero una nuova «Guerra fredda». Ma se la definiamo «una inimicizia che resta al di sotto del conflitto aperto», ha detto a Sanger un esperto di lunga data di cose asiatiche, ci siamo già.

Quanto all’immagine del Pacifico come una polveriera, Georg Fahrion, Katharina Graça Peters, Alexander Sarovic e Bernhard Zand hanno spiegato su Der Spiegel che la nuova partnership di sicurezza tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia, denominata AUKUS, «è solo uno dei tanti progetti militari nella regione». «Quasi tutti i paesi che svolgono un ruolo strategico nell’Indo-Pacifico stanno investendo nelle loro forze armate, e tra questi la Corea del Nord e quella del Sud, l’India e Taiwan (…) è difficile prevedere dove un tale sviluppo possa portare (…) Ma la corsa agli armamenti nell’Indo-Pacifico potrebbe condurre questa regione del mondo economicamente dinamica e politicamente fragile verso un confronto militare».

Anche Andrew S. Erickson e Gabriel B. Collins, su Foreign Policy, si sono soffermati sul fuoco che cova sotto la cenere, rilanciando un timore espresso da altri: considerato che la crescita della Cina sta rallentando, Pechino potrebbe piombare su Taiwan proprio per paura che la finestra di opportunità si stia chiudendo.

Non per caso, nell’audizione al Senato di ieri, Nicholas Burns, il candidato di Joe Biden destinato a ricoprire il ruolo di ambasciatore in Cina si è soffermato sulla recente aggressività cinese. «La nostra responsabilità è di rendere Taiwan un osso duro», ha detto Burns ai senatori. Ha anche ammonito che il fatto che la Cina abbia calpestato la formula «un paese, due sistemi» a Hong Kong, significa che non ci si può fidare riguardo a Taiwan e ha detto di considerare il paese che lo ospiterà un nemico terribile: «Non c’è dubbio che nel XXI secolo, data la potenza cinese … la Cina sia la più grande minaccia alla sicurezza del nostro paese e del mondo democratico».

Ma contro le richieste di una linea più dura, il presidente del Council on Foreign Relations, Richard Haass, avverte su Project Syndicate che, riguardo a Taiwan, gli Stati Uniti non hanno piena libertà di scelta e di azione. Alcuni in America danno per scontata la conquista di Taiwan da parte di Pechino; altri vogliono tracciare una chiara linea rossa e sostenere l’indipendenza taiwanese. Haass sostiene una via di mezzo: rafforzare le capacità militari degli Stati Uniti, magari autorizzando il Presidente ad usare la forza se Pechino dovesse tentare un’invasione, suggerendo, al tempo stesso, a Taipei di agire con cautela e mettendo in chiaro con Pechino che la posizione politica degli Stati Uniti, che riconosce ufficialmente un solo governo cinese, pur mantenendo legami non ufficiali con Taiwan, è ancora in vigore.

«Per quanto i leader cinesi desiderino Taiwan, vogliono anche conservare il potere e il monopolio politico del Partito comunista», scrive Haass. «Una costosa guerra per scelta diretta a conquistare Taiwan potrebbe compromettere tutto questo. Ma se Taiwan dichiarasse l’indipendenza, o se gli Stati Uniti riconoscessero la sovranità di Taiwan, molti sulla terraferma vedrebbero l’invasione dell’isola come una guerra di necessità. L’obiettivo della politica degli Stati Uniti dovrebbe essere quello di scoraggiare la prima ed evitare la seconda».

La Cina, va detto, ha sempre negato di avere ambizioni egemoniche. E gli esperti di relazioni internazionali sottolineano che il paese è alle prese, in casa propria, con una montagna di grane: problemi economici interni a cascata, bombe demografiche ad orologeria e una penuria di risorse per aumentare i suoi tassi di crescita.

La profonda crisi di Evergrande, uno dei maggiori promotori immobiliari della seconda economia del pianeta, sta rivelando le fondamenta a volte precarie della ricchezza cinese. Inoltre, il comportamento bellicoso della Cina nella regione potrebbe averle già alienato potenziali alleati. E c’è chi si chiede se le spietate repressioni politiche e il rafforzamento del potere del presidente Xi Jinping non possano, in ultima analisi, provocare disordini e lotte interne al regime.

Washington (e anche molta gente in Europa) vede spesso la Cina come un’entità monolitica, al riparo dalle forze e dalle spinte politiche interne. Ma potrebbe essere un’illusione.

Come ha ricordato la CNN, ai tempi dell’amministrazione Obama, si è discusso ai massimi livelli del fatto che lo scenario peggiore per gli Stati Uniti in realtà sarebbe quello determinato da un collasso della Cina, con tutti i riverberi politici e geostrategici che ne potrebbero derivare. Poi è arrivato Xi e ha nutrito generosamente sia il nazionalismo del paese che gli investimenti diretti ad aumentare l’influenza cinese globale.

Ma dal punto di vista della prospettiva strategica potrebbe non fare molta differenza: «Se la Cina sta andando verso una resa dei conti interna, Xi non sarebbe il primo leader mondiale a ricorrere ad azioni economiche e militari aggressive al di fuori dei confini del proprio paese».

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