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Il paradosso della competenza in politica

Il paradosso della competenza in politica

L’ascesa dell’uomo qualunque nella politica italiana ha portato ad un paradosso. Invece di garantire più democrazia, ha avuto l’effetto contrario. Ha assicurato maggiore potere ai tecnocrati, non eletti, che hanno spesso dovuto supplire alle carenze tecniche degli eletti, “invadendone” lo spazio. La democrazia rappresentativa ha virato dunque verso un’aristocrazia, passando però per il mito della democrazia diretta e dell’individuazione dei candidati attraverso un mi piace, messo sotto ad una video-presentazione. Per la rubrica Lobby Non Olet di Telos A&S, ne abbiamo parlato con Lorenzo Castellani, politologo e autore de L’ingranaggio del potere (Liberilibri 2020). Guarda il video

“[…] i poteri non-elettivi, a carattere tecnico, oggi condizionano la vita dei cittadini e le scelte politiche allo stesso modo, se non forse ancor di più, di quelli elettivi e rappresentativi” afferma Castellani. L’effetto di questa situazione è la Tecnocrazia, il “regime misto” tra potere dei tecnici e potere del popolo.

Su questo argomento sono molto interessanti le dichiarazioni di una delle protagoniste del fenomeno della democrazia diretta, che ha portato i membri della società civile, a discapito dei politici di professione, a rappresentarci nei luoghi dove si gestisce la cosa pubblica. “Noi eletti quasi per caso eravamo la sfida al sistema […]. “Per Beppe [Grillo] e Gianroberto [Casaleggio] eravamo i granelli di sabbia nell’ingranaggio”. Sono le parole di Laura Castelli, viceministra del M5S, sia con il Governo Conte II sia con l’attuale Governo Draghi (intervista di Matteo Pucciarelli, La Repubblica, 8 giugno 2021).

Sarebbe utile condurre un’indagine per appurare quanto i cittadini siano consapevoli di come il ruolo di persone che non hanno eletto condizioni la loro vita. A naso, possiamo dire che non ne sanno assolutamente nulla. Così come credo che siano totalmente inconsapevoli di come stanno realmente le cose la gran parte degli imprenditori e dei manager che rappresentano la forza produttiva del Paese.

Lo sanno molto bene invece quelli che, come me, svolgono attività di rappresentanza degli interessi. Noi lobbisti abbiamo imparato da tempo che l’interlocutore non è necessariamente il ministro o il deputato, ma può e, talvolta, deve essere il capo di gabinetto o il direttore generale che, spesso, è la persona che ha la prima, ma anche l’ultima, parola su un argomento. Certamente la sua è una parola informata e competente, perché la classe dirigente della Pubblica Amministrazione italiana annovera personaggi di grande spessore. Ne è una prova il fatto che non è infrequente che lavorino per politici di schieramenti diversi, spostandosi da un ruolo all’altro in un “mercato” informale delle competenze, che certamente privilegia il merito. Ma la competenza, anche la più sofisticata, non basta per fare la democrazia. L’ultima parola dovrebbe essere sempre della politica.

 

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