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Indagine sierologica, risultato scontato: l’Italia non è cambiata. Neanche stavolta

Agitatore culturale
Indagine sierologica, risultato scontato: l’Italia non è cambiata. Neanche stavolta

Dopo tanta bagarre finalmente sono partiti i cosiddetti test sierologici su grande scala. Il risultato, però, rischia di essere già un flop.

Andiamo con ordine. Da più di una settimana ha preso il via in Italia l’indagine di siero-prevalenza della popolazione inerente all’infezione da virus Sars-Cov-2, avviata dal Ministero della Salute, su indicazione del Comitato Tecnico Scientifico e promossa con l’Istituto Nazionale di Statistica – ISTAT che ha selezionato un campione rappresentativo dell’intera popolazione italiana.

Parliamo di un’importante indagine campionata, che vedrà coinvolti 150mila italiani, 200 comuni, quasi 700 volontari e una struttura nazionale di supporto.

L’indagine permetterà di scovare la presenza di anticorpi specifici contro il Coronavirus, e servirà a capire quale possa essere stato l’impatto del virus sulla popolazione.

Nello specifico essa permetterà, inoltre, di fare una stima statistica del contagio nel nostro Paese, e stabilire quindi quante persone sono entrate in contatto col virus e quindi elaborare e calcolare dati su quante persone si sono ammalate, la reale letalità della Covid- 19 e la sua diffusione sia geografica che per età.

Tutti concordano su un aspetto: il sierologico non ha valenza diagnostica e non può sostituire il tampone, ma ha una certa importanza epidemiologica. Va poi ricordato che questa non è un’indagine che permette di ottenere un patentino di immunità (cos’è la patente d’immunità).

L’indagine prende il via con una chiamata effettuata dai volontari della Croce Rossa Italiana, a cui però purtroppo molti non hanno risposto, o che diversi utenti hanno addirittura scambiato per una truffa. Dall’incrocio dei primi dati nazionali risulta che, nella migliore delle ipotesi, solo il 25% dei contatti raggiunti si rende disponibile all’esecuzione del test gratuito.

Il motivo principale di questo flop va ricercato nel fatto che ad un esito positivo, deve seguire – in base alle indicazioni normative – un accertamento tramite (spesso doppio) tampone, affinché, si verifichi che l’infezione da Covid-19 non sia ancora in corso. Tuttavia l’inefficienza dell’apparato nel proporre la possibilità di un tampone in tempi rapidi e certi, con la prevista quarantena in vista, spaventano gran parte della cittadinanza che dunque rifiuta.

La non certezza di tempi e di risposte del sistema statale/regionale dunque induce a rinunciare al test per conservare le poche libertà che si sono da poco “riconquistate”.

Paradossalmente, inoltre, accade che molti cittadini, fuori dal perimetro dell’indagine sierologica commissionata dal Ministero delle Salute, fanno il test privatamente ma chiedendo al laboratorio di non informare l’Asl in caso di esito positivo. Tutto questo è possibile a causa del caos nel quadro normativo nazionale/regionale. Percorso tortuoso ma necessario per colmare la propria curiosità ma contemporaneamente per scongiurare una nuova quarantena con l’estate alle porte.

È verosimile pensare che anche i tracciamenti attraverso l’utilizzo dell’applicazione informatica Immuni (che per essere efficace dovrà essere scaricata dal 70% della popolazione) seguirà la stessa dinamica della vicenda dei test sierologici.

Doveroso dalla vicenda trarne conclusioni. In primis l’evidente inefficienza delle Istituzioni a mettere a punto un metodo efficace e con tempistiche certe, riguardo alla fase di assistenza e fornitura dei tamponi.

Qualche settimana fa, l’esigenza di eseguire test sierologici sembrava la priorità per esperti e per tutte le forze politiche. Ora scopriamo che non si è riusciti a creare un sistema chiaro ed in più constatiamo che le esigenze del “popolo” e singolo cittadino non coincidono. Quello che può andare bene per noi pubblicamente è diverso da quello che va bene a me quando vengo chiamato sul telefonino. D’altronde l’individualismo italiano è caratteristica nota. Già nel 2019, Community Media Research -in collaborazione con Intesa Sanpaolo- per «La Stampa» presentavano un’indagine in cui emergeva un profilo dell’italiano medio con un forte accento sulla dimensione individualistica e familiare. In Italia prevale il «particulare», la chiusura alla sfera personale e degli interessi specifici. Facciamo fatica a guardare oltre il nostro perimetro visuale. Non riuscendo a identificare una progettualità più ampia o quello che potremmo definire un «bene comune» che oltrepassi i nostri mondi vitali.

Per questo forse occorre prendere atto che alcune esigenze “romantiche” della massa vanno accompagnate e non affrontate, smussate e deviate e non stravolte o condannate. La realtà e il senso pratico si occuperanno di annacquarle e renderle sterili con complice l’alleato per antonomasia dei saggi. Il tempo.

Dalla frenesia pubblica al flop, la vicenda rappresenta una fotografia schietta della realtà che stiamo vivendo. Le colpe della politica, dello Stato sono conseguenza e non causa dei problemi intrinseci nella società, insomma, in tutti noi.

Questo spiega anche tante altre vicende che riempiono le cronache dei giornali e l’avanzata di sovranismi e populismi. Che fare dunque davanti a questa triste foto? Contestarla, sminuirla, denigrarla può essere utile per il nostro orgoglio. Ma inutile.

I tori non vanno affrontati ma addomesticati. Con energia? No. Serve umiltà, pazienza e grande consapevolezza dei propri limiti. Dal risultato dipende il futuro di tutti noi.

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