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La Fotografia Sostenibile

© courtesy engin akyurt, unsplash
© courtesy engin akyurt, unsplash

L’aggettivo sostenibile viene tipicamente utilizzato in relazione ad oggetti e comportamenti che abbiano un basso impatto ambientale.

L’entropizzazione e il riscaldamento climatico, l’inquinamento ambientale, l’esaurimento delle fonti energetiche fossili, il consumo di suolo ci impongono infatti nuove modalità, di produzione e di consumo, che siano compatibili con le esigenze di sopravvivenza del nostro pianeta e del genere umano.

Pertanto, dai pannelli solari, alle borracce, alle automobili ibride, alla moda del vintage di lusso, la sostenibilità diviene sempre più un’attitudine presente nei comportamenti e nelle scelte di massa, quotidiane.

La sostenibilità è un concetto che si abbina quasi sempre a qualcosa di materiale, di concreto. Difficile utilizzare lo stesso concetto quando si descrive un comportamento che non prevede un consumo fisico di risorse.

Pensiamo, ad esempio, al massivo utilizzo della fotografia e dell’auto-ritratto (selfie) mediante i dispositivi digitali, in particolare gli smartphone.

In questo caso, abbiamo la possibilità di scattare all’infinito, in modo del tutto gratuito e con un consumo relativamente basso di risorse materiali (c’è l’usura del telefono, della batteria, l’energia per ricaricare, ma in fondo è poca roba, rispetto a un pieno di benzina!).

Ecco che la nostra società presenta un comportamento schizofrenico: da un lato propone la riduzione dei consumi (pensiamo alla “città in quindici minuti”, obiettivo primario di tutte le capitali europee, raggiungibile tramite il contenimento della mobilità all’interno del proprio quartiere), dall’altro – quando il consumo si fa immateriale – spesso veicola messaggi opposti (oggi un semplice compleanno è un tripudio di foto, autoscatti, video, stories, ecc. ecc.).

Questa contraddizione esiste per un vizio di fondo: le risorse personali non vengono considerate tali. Come se la nostra energia fosse un bene infinito, sempre disponibile. Energia cui si collega l’auto-immagine: la considerazione e la stima per noi stessi, il nostro valore per la vita e per gli altri.

Non è così: se consumiamo troppa energia, psichica e fisica, le nostre risorse, fisiche e mentali, calano e diventiamo più fragili, più insicuri, più influenzabili, meno realizzati. Diventiamo soggetti “oggettivizzati”, da esseri senzienti ci trasformiamo in cose.

Torniamo alla nostra fotografia: la rivoluzione del mobile collegato al web ne ha trasformato prepotentemente il ruolo. La sua iper-diffusione, in particolare nella forma del selfie, ha cambiato il rapporto tra soggetto e oggetto, e ha cambiato il rapporto con il “potere”. Se, solo negli anni ’80, Oliviero Toscani per vendere doveva scandalizzare, oggi si tende a rappresentare/autorappresentare un gusto medio. Le ragazzine di 13 anni con labbra a canotto e culo in vista ne sono l’esempio massimo.

L’estrema democratizzazione e diffusione del medium lo ha reso estremamente vulnerabile, al punto da essere arrivati ad una sorta di “populismo fotografico”, dannatamente conformista e pericoloso.

E allora, proviamo a recuperare il concetto della sostenibilità, e iniziamo a volerci bene: recuperiamo la nostra soggettività.

“Scattando” in modo consapevole, anche la fotografia si fa sostenibile. Meno dispersione di energie proprie = migliore rappresentazione di noi stessi. Meno esigenza di apparire, meno esigenza di accettazione altrui.

Ricordiamoci, tutte le volte che pensiamo a un mondo più “green” e rispettoso: non si consumano solo petrolio e idrocarburi. Le nostre risorse interiori sono un bene altrettanto prezioso, e vanno consumate in modo consapevole.

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