Una delle tessere di iscrizione al Pd nel corso della segreteria di Elly Schlein porta l’immagine di Enrico Berlinguer. Appare un po’ singolare che la nuova Segretaria, certamente una scelta di rottura e ben lontana per ragioni storiche ed anagrafiche da una tradizione lontana e nemmeno rappresentative di tutte le anime del Pd, abbia fatto questa scelta. L’unica giustificazione, non credo certo per rivendicare una continuità politica con quella storia, è il ricorso al grande carisma che Enrico Berlinguer possedeva non solo nei confronti degli elettori comunisti, ma di molti altri settori della società italiana. Ma a parte l’indubbio fascino di quella figura, l’Enrico Berlinguer politico rimane per molti versi un rebus e va sottoposto ad una revisione che non lo trasformi in una sorta di immagine sacra e non discutibile.

Io mi sono iscritto al PCI durante la sua segreteria, all’inizio degli anni ’70. Negli anni successivi EB ha trasformato la scacchiera politica in modo determinante mettendo a segno una serie di mosse in (quasi) completa discontinuità con la storia precedente. La “apertura” sono i tre articoli su Rinascita in cui lancia la proposta del Compromesso Storico. Interpreto quella proposta soprattutto come la rinuncia al carattere alternativo/rivoluzionario che contraddistingueva il PCI. Nel ’74 mettendo a tacere molti mugugni che erano presenti anche nel PCI, il Segretario che quando guidava la Federazione Giovanile aveva tessuto le lodi di Maria Goretti, vergine martire cristiana indicata come un modello per le giovani donne comuniste, schiera decisamente il PCI a favore del divorzio connettendosi così con la parte più avanzata della società italiana.

Nella marcia di avvicinamento al Governo, che culminerà nell’astensione all’Andreotti III nell’agosto del 1976, rilascia nel giugno dello stesso anno un’intervista a Pansa in cui afferma “mi sento più sicuro stando di qua… io voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico”. È solo il caso di ricordare che la NATO era la controparte militare diretta del Patto di Varsavia controllato dall’URSS. A seguire, il 2 novembre del 1977 a Mosca, Berlinguer gela una platea con i leader comunisti di tutto il mondo affermando che la democrazia e il pluralismo politico sono valori universali su cui costruire il socialismo. Nel frattempo Gianni Cervetti tratta con Mosca la fine dei finanziamenti clandestini che da decenni legavano il PCI a Mosca. Leggendo in sequenza quegli avvenimenti si potrebbe dedurre che Berlinguer volesse approdare definitivamente ad un “socialismo democratico” ben lontano dall’esperienza dei paesi del socialismo reale. Ma era così? In realtà Berlinguer mostra negli anni successivi più di un arretramento e, a mio parere, anche una certa confusione di idee dovuta ad un’analisi insufficiente e reticente di quella storia, a cominciare dal significato della Rivoluzione d’Ottobre e di tutte le vicende che la hanno seguita.

Già nel 1978, nel discorso di chiusura della festa dell’Unità a Genova – dopo avere rivolto critiche sia all’ esperienza storica delle socialdemocrazie, sia a quella dei socialismi realizzati – Berlinguer aggiunge: “… sia ben chiaro che non mettiamo sullo stesso piano dal punto di vista storico l’esperienza della Rivoluzione d’Ottobre della Unione Sovietica, e l’esperienza della socialdemocrazia… infatti noi riconosciamo alla Rivoluzione d’Ottobre, e alla successiva costruzione in quella parte del mondo di una società nuova (sic!), il valore di una rottura storica …”. La costruzione della società nuova significava la dittatura del Partito unico, lo stalinismo e le purghe di milioni di presone. E ancora negli anni in cui parla, nonostante la denunzia di Krusciov sui crimini dello stalinismo, nell’Unione Sovietica vivono la censura, la messa al bando degli intellettuali non allineati, la repressione di ogni libertà individuale, i campi di lavoro per i dissidenti, oltre ad uno stato di povertà materiale estrema. Tutte cose di cui i dirigenti del PCI erano perfettamente al corrente. Perché allora questa insistenza? Perché questa evidente contraddizione fra il dichiarare la NATO uno spazio libero e l’esaltazione dell’URSS ancora nel 1978? Nel 1979 per altro l’URSS invaderà l’Afganistan e si consumerà un’altra frattura, ma mai quella definitiva.

Bassolino ha recentemente ricordato come alla sua richiesta di troncare i rapporti con Mosca proprio a causa dell’Afganistan non Berlinguer ma Giorgio Amendola, il leader dei riformisti del PCI, lo redarguisce duramente ricordandogli che il mondo era diviso in due campi e “noi stavamo nel campo dell’URSS”. Gli esempi potrebbero continuare a lungo, ivi compresa l’intervista di Minoli a Berlinguer nel 1983 quando rispondendo alla domanda su quale fosse il leader vivente che lui stimava maggiormente risponde Kádár, l’uomo che Mosca aveva scelto per ristabilire l’ordine a Budapest dopo l’invasione dei carri armati nel ’56 e rimasto poi al potere fino al 1988. Kádár fu l’uomo che cattura con l’inganno dopo una promessa di salvacondotto Imre Nagy, suo ex compagno e amico, e lo impicca su richiesta di Krusciov. Val forse la pena ricordare che l’impiccagione fu rinviata al giugno del ’58 su esplicita richiesta di Togliatti che temeva che la notizia potesse danneggiare il PCI impegnato nelle elezioni politiche del 25 maggio di quell’anno. Napolitano nel 2006 si recherà a rendere omaggio alla tomba di Nagy.

Ma per andare alle origini di questa evidente e intollerabile contraddizione bisogna tornare indietro di molti anni. Togliatti sbarca a Salerno e costruisce un doppio binario che rappresenta un capolavoro politico, ma anche un’enorme ipocrisia. Da una parte si inserisce nel gioco democratico, partecipa alla Costituente e fa parte dei primi governi dopo la caduta del fascismo. Dall’altra erige il mito dell’Unione Sovietica e della Rivoluzione d’Ottobre e diventa il sacerdote supremo di una religione laica, ma che come tutte le religioni vive di credenze, miti e negazioni della realtà. Una religione laica da contrapporre all’egemonia della chiesa e della DC e agli evidenti benefici della scelta degasperiana di avere collocato l’Italia nel campo atlantico. A cominciare dal boom economico che ne seguì. Il mito della Rivoluzione d’Ottobre e dell’URSS è il vero atto fondativo del PCI, sia negli aspetti storici, ma soprattutto nella costruzione di un immaginario autonomo. Quando Alessandro Natta interrompe Claudio Petruccioli che, intervenendo alla riunione della Direzione dopo l’annuncio di Occhetto alla Bolognina sottolinea come da tempo in realtà il PCI avesse perso le sue caratteristiche di partito comunista e potesse essere avvicinato ai comportamenti dei partiti socialdemocratici, e quasi gli urla “parla per te, io rimango comunista”, riassume in una frase tutto il senso delle scelte di quella generazione, allieva di Togliatti. Per Berlinguer era impensabile potere essere assimilato alla tradizione del socialismo democratico. Perché in quel modo sarebbe venuto meno quel carattere quasi religioso della militanza comunista. Impossibile da definire nei suoi elementi programmatici e costitutivi: come avrebbe definito Natta il suo essere comunista? Che cosa lo avrebbe caratterizzato come tale rispetto ad una tradizione socialista e democratica? Non certo la dittatura del proletariato o l’abolizione della proprietà privata! È piuttosto il bisogno di definire un proprio essere “altrove”, un’alterità rispetto alla società moderna, un antagonismo privo di alternative reali. Si rifà quindi vivo quell’elemento quasi religioso di cui la trasformazione di Berlinguer in un quasi santo laico, un’icona.

Quanto fosse radicata questa percezione di sé come diversi lo si è poi visto assai bene nei giorni drammatici della svolta di Occhetto quando una parte non piccola ha preferito ribadire la propria fedeltà a quell’identità, che per altro è sempre rimasta sterile e senza voce propositiva. Paradossalmente uno stato d’animo ben definito da Bertinotti che conclude il suo intervento citando il Vangelo di san Giovanni dove si afferma che i cristiani “stanno nel mondo, ma non appartengono al mondo”. Perché la vera cittadinanza dei cristiani è in Paradiso. Quella dei comunisti non si sa, non certo in URSS. Perciò alla domanda “che cosa avrebbe fatto Berlinguer se fosse sopravvissuto fino all’ 89 al posto di Occhetto” la risposta probabile è che si sarebbe inventato qualsiasi cosa pur di non rinunciare all’aggettivo qualificante: comunista. Perché quella, pur se non definibile, era la sua storia e la sua identità. Infatti, a una larga parte dei militanti di quell’epoca, piace più il Berlinguer degli anni ’80, quello dell’alternativa democratica e della questione morale che sono tornate a separare il PCI dal resto del mondo, a farlo “diverso”, che quello innovativo degli anni ’70.

Tutto questo apparterrebbe alla storia se non fosse che le sue conseguenze di quel modo di pensare ancora permea la sinistra. Anzi dopo una stagione a cavallo fra la seconda metà degli anni ’90 e la metà del primo decennio del duemila, quelli segnanti soprattutto dall’esperienza dei Governi Prodi e D’Alema, quando D’Alema riuniva insieme Clinton e Blair, Jospin e Schroeder, facendo immaginare una sinistra riformista finalmente pacificata fra le varie anime, la sinistra di origine comunista ha ritrovato in Berlusconi la scusa per tornare a non fare politica, lo spauracchio per alimentare il mito della propria diversità. E quale è oggi il collante del PD e del campo largo? Certamente non una struttura ideale e programmatica coerente e in grado di spingere in avanti l’Italia, ma piuttosto una deriva quasi narcisistica, certamente identitaria, minoritaria e antagonista, alimentata dall’agitazione di un pericolo fascista che tutti sanno essere falso. Con inoltre l’onda lunga del connubio fra giustizialismo e moralismo d’antan, che si sono visti al lavoro nel recente referendum. La speranza che un’alleanza di questo genere possa governare l’Italia con capacità e competenza è solo un desiderio che consola chi lo coltiva. Forse.

Chicco Testa

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