BLOG

La grande malata: libertà ai tempi del Coronavirus

Agitatore culturale
La grande malata: libertà ai tempi del Coronavirus

Se in questo periodo la salute è sotto gli occhi di tutti, non bisogna dimenticare un altro diritto fondamentale dell’uomo moderno: la libertà. Col passare dei giorni, a passi più o meno veloci, a causa della pandemia vengono meno anni e anni di conquiste costate la vita a centinaia di uomini e donne. Si è passati dal morire per la libertà, al privarsene per vivere. Ma è davvero necessaria questa contrapposizione tra libertà e salute?

In questo periodo tante sono state le novità. Messaggi istituzionali a reti unificate, limitazione della possibilità di spostarsi, blocco di numerose attività economiche che hanno reso centinaia di migliaia di persone bisognose di credito. Al contrario è cresciuto il potere delle forze dell’ordine.

La campagna del governo #iostoacasa potrà essere ricordata come un esempio di come in pochissimo tempo, ignoranza e paura possono cancellare il patto di mutua ragione tra cittadino e istituzioni. All’hastag #iostoacasa sarebbero stati preferibili e onesti altri come #iostolontano o #iostodasolo, e, nella misura in cui sarebbero stati più sostenibili, sarebbero stati anche molto più efficaci.

La popolazione accetta di affidare ad altri, esperti o autorità che siano, il proprio destino e cosi la morale pubblica stabilisce colpevoli e innocenti. È ovviamente irrazionale pensare che chi corre manchi di rispetto mentre chi sforna torte e pizze sia un monaco penitente, ma è coerente con la cornice ideologica in cui il virus deve essere sconfitto dal sacrificio e dalla sottomissione alla autorità e non dall’intelligenza e dalla ragione.

Non si deve correre, andare al mare, passeggiare in montagna, non perché sia un’attività oggettivamente correlata con il virus, ma perché siamo incapaci di fiducia. L’applicazione rigida della legge diventa il pretesto per sfogare invidie, rivalità, complessi di inferiorità. Ma le regole hanno senso se frutto di ragione e di evidenze. Non se giudicano un modello di vita, se, come è successo, causano paradossi dove è meglio abbuffarsi in casa che uscire a fare attività fisica, dove si possono portare a spasso i cani e non i bambini, dove si costringono le nostre aziende a perdere quote di mercato globale, dove si condanna la ricchezza equiparandola a un peccato proibendo, ad esempio, l’uso delle seconde case ( cosa cambia clinicamente tra stare rinchiuso in casa in città rispetto a una casa al mare?)

Abbiamo medici che non possono parlare alla stampa senza autorizzazione delle autorità sanitarie: in sostanza può parlare solo il governo, regionale o nazionale, con la fortuna (!?) casuale che le due istituzioni non sempre sono dirette dalle stesse forze politiche (in teoria).

Ora è arrivata l’idea di monitorare gli spostamenti attraverso app o altri strumenti informatici. E nonostante sia un’idea da brividi, magari lo faremo anche da bravi cittadini quali siamo, ma attenzione: il passo da cittadini a sudditi è sempre più breve. Saremo costretti a rinunciare anche al diritto alla privacy oltre che alla libertà di spostamento? A questo punto invece di affidarci alle app si potrebbero usare già i braccialetti elettronici dei detenuti. E poi a chi vanno questi dati?  Senza dimenticare che già prima dell’esplosione dell’emergenza la cultura giustizialista ci aveva regalato l’oscenità del trojan anche a telefono spento.

Quando la libertà individuale è sospettata di egoismo, quando si avvalla il principio etico-politico che la sola vera libertà è quella che esprime il bene universale, la persona è in pericolo. Nessuno dovrebbe pretendere che il proprio bene (quello della società in gioco) diventi il bene universale o debba corrispondere al bene di ciascuno. La salvezza del corpo in cambio dell’anima è un baratto ragionevole per alcuni ma afferma un principio pericolosissimo, seppur come diceva Longanesi: “Non appoggiatevi troppo ai principi, perché si piegano”

Ma tutto, ormai, viene incredibilmente giustificato dal paragone tra questa situazione e la guerra, infischiandosene di quel che ricorda il Prof. Sabino Cassese “Nell’interpretazione della Costituzione non si può giocare con le parole. Una pandemia non è una guerra. Non si può quindi ricorrere all’articolo 78. La Costituzione è chiara”.

Eppure la politica dovrebbe assumersi le proprie responsabilità.

Deve essere il Parlamento mettendoci i famosi “nomi e cognomi”, con votazione palese ad autorizzare decisioni che limitino le più elementari libertà dei cittadini e farlo come si deve, con tempi certi e limiti di utilizzo.

L’impressione, però, è che ormai si sia rotto un argine. Lo Stato padre che dice quello che è giusto per la mia salute e la mia vita è un’idea che mi fa paura quanto la malattia. Chi è lo Stato? Cosa sa di cos’è la mia salute. La definizione attuale di salute più bella giusta e concreta è quella OMS “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”. La definizione che invece ci viene proposta oggi, ovvero la assenza di malattia certificata è riconducibile nella migliore delle ipotesi a 4-5 decenni fa.

Il benessere è salute. Ma il benessere è per primo psicologico, frutto dell’affermazione di stessi e del rispetto dei propri principi. Senza benessere non c’è salute e senza salute non c’è equilibrio del sistema.

Per questo non rassegniamoci ad uno Stato che vuole giudicare e non organizzare, che vuole frenare e non agevolare. Non rassegniamoci ad uno Stato che decidere per noi la vita che dobbiamo vivere. Uno Stato che fa pagare a tutti un prezzo troppo alto: la rinuncia alla libertà.

Contenuti sponsorizzati

Commenti


SCOPRI TUTTI GLI AUTORI