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La guerra valutaria: una velata strategia per cambiare in fretta la Russia

Giurista e saggista
La guerra valutaria: una velata strategia per cambiare in fretta la Russia

Entro il 2050 il mondo intero è chiamato ad una sorta di “cessate l’inquinamento”. È il c.d. climate change che già il National Center for Climate Restoration australiano ebbe a paventare in uno studio del 2019: il rischio di innalzamento di tre gradi centigradi nei prossimi decenni potrebbe innescare alterazioni fatali dell’ecosistema globale e colossali migrazioni (stimate in circa un miliardo di persone). A questo dato va aggiunto un quadro energetico che unito alla attuale vita di mercato delle stesse materie (gas, carbone, petrolio, ecc.) si delinea, grossomodo, nelle stime pubblicate nel rapporto dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili al 2020.

Si consideri, tuttavia, che si sta parlando di materie non rinnovabili fossili (quindi esclusa l’energia nucleare – plutonio e uranio). Fonti di energia, quest’ultime, che in base al ritmo di consumo sono destinate a finire nel giro di 150 anni; alcune però, come il petrolio, anche in minor tempo. È questo il punto di snodo che ci conduce a dover ritenere la dead-line per materia in questi termini:

  • Gas naturale, meno dannoso per l’ambiente ma più difficile da trasportare, con stime di esaurimento massimo entro 20-30 anni (trend già confermato da Focus nel 2012);
  • Petrolio, che secondo il rapporto 2020 dell’Opec(Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio), potrebbe esaurire le riserve entro 50 anni;
  • Carbone, meno costoso ma con peggior impatto ambientale, con riserve in esaurimento prima dei prossimi 250 anni.

Se consideriamo le stime riportate, in linea di principio, possiamo pensare che la Russia, primo Paese al mondo per riserve di gas naturale (indagine Statista) e non già primo produttore (posizionamento in capo agli USA), ha necessità primaria di condizionare una economia mondiale verso il prodotto di maggior spendibilità nell’arco dei prossimi 30 anni. Ciò sta a significare che la guerra in Ucraina, a prescindere dalle motivazioni di nascita, è stata funzionale ad una ipotetica strategia russa tesa all’inversione valutaria sul piano delle relazioni con altri Paesi industrializzati.

Da qui, infatti, muove l’idea di considerare la richiesta di pagamento in rubli del gas fornito ai Paesi c.d. “ostili” (per effetto della presa di posizione a difesa e sostegno dell’Ucraina) come un fatto preordinato e preventivato ovvero messo in conto in termini di obiettivo a latere dell’evento bellico. È quindi attendibile pensare che entrare in Ucraina ed irrigidire i Paesi clienti del gas russo avrebbe portato, quest’ultimi stessi, inevitabilmente a decidere di pagare in moneta putiniana oppure trovare a stretto giro altre soluzioni (facendo molta fatica sul piano della tenuta economico – finanziaria interna). Guarda caso i Paesi verso sui la Russia maggiormente esporta (dati dell’Observatory of Economic Complexity al 2020) sono l’Italia primo posto, poi Bielorussia, Giappone, Slovacchia e Cina.

Il dado è presto che tratto: il rublo non sta subendo shock negativi (prima del famoso 24 febbraio un dollaro corrispondeva a circa 76 rubli). Occorre domandarsi però se l’economia interna russa stia soffrendo per via delle restrizioni di interscambio con l’estero. Ciò significa che il fatto di apprezzare la moneta, senza un reale corrispettivo di crescita del Paese c.d. produttivo e senza un vaso comunicante-compensativo sul piano economico stando alle incrinate relazioni con il mondo occidentale (tendenza verso l’embargo a breve), rischia di portare Mosca sul punto di non ritorno generando di fatto un sistema quasi chiuso (salvo i rapporti con altri partner sul fronte mediorientale e dell’estremo oriente).

È su questa scia, allora, che Putin sa di dover fare in fretta: non sulla guerra in Ucraina che invece si mostra funzionale per gli interessi russi, ma per arrivare ad una ridiscussione degli equilibri mondiali (come lui stesso ha fatto intendere in più occasioni) tirando la corda quanto più possibilmente alzando il livello di tensioni. L’operazione “rublo dipendenza” è comunque un percorso ad ostacoli, ma che potrebbe cambiare la Russia in fretta perché, tra meno di qualche decennio, il gas non sarà più all’ordine del giorno dei processi produttivo-industriali nonché di consumo civile (riscaldamento per abitazioni in primis). La scacchiera della geopolitica si fa, così, sempre più impegnativa da decifrare.

Un fatto è certo però. Se il rublo dovesse diventare in futuro una moneta forte (probabilmente cosa molto difficile) al pari di dollaro ed euro delle due l’una:

  • o si potrà giungere ad un nuovo strumento valutario unitario;
  • oppure la velocità dell’innovazione potrebbe portare l’umanità a fare a meno del gas o di altre materie energetiche non rinnovabili molto prima dell’esaurimento delle riserve russe economicamente spendibili ed utili concretamente (in buona sostanza un bene meno richiesto diventa meno strumentale così da generare un minor appeal economico e, per l’effetto, un eccesso di produzione che giunge ben presto ad esser paragonabile ai prodotti sotto scadenza; quindi una sorta di svendita).

La partita valutaria, quindi, non è isolata e, oggettivamente, non campata in aria. Molto più importante potrebbe diventare quella delle tecnologie avanzate e della ricerca scientifica nonché del knowhow non cedibile (esclusivo) a cui un Paese in guerra difficilmente può fare attenzione con serenità. Lo stress test è solo all’inizio.

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