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La sfida di Amazon: si stava meglio quando si stava peggio?

Agitatore culturale
La sfida di Amazon: si stava meglio quando si stava peggio?

Articolo Di Roberto Biondini

 

Amazon non smette mai di far discutere, come d’altronde tutti i giganti del web del nuovo millennio. La recente petizione francese di boicottare l’utilizzo della piattaforma digitale in vista degli acquisti natalizi non tarda ad espandersi a macchia d’olio. Probabilmente senza stupire, il leader della Lega Matteo Salvini è il primo ad accogliere in Italia la richiesta transalpina di supportare le piccole imprese nazionali tramite acquisiti in loco. Secondo i firmatari, Amazon penalizza le attività nazionali e sponsorizza i prodotti stranieri, rappresentando una cultura consumistica in contrasto con la lunga tradizione di negozi di quartiere, specie se a conduzione familiare. Ma è davvero così? I dati dimostrano che la realtà è molto più complessa ma basata su un’effettiva trasformazione (probabilmente incontrovertibile) del mercato. Ma un conto è cavalcare con demagogia il sentimento di paura che ogni cambiamento comporta, un conto è razionalizzarne gli aspetti per migliorarne il servizio.

Si veda quindi una serie di ‘pro’ e di ‘contro’ (secondo l’autore) che la rivoluzione Amazon sta apportando all’economia e al mercato del lavoro europeo ed italiano. Facendo ciò, non si pretende di ottenere un’elencazione esaustiva degli effetti ma, quanto meno, un terreno fertile per sviluppare un dibattito ragionevole sul tema.

  • Gli effetti sui consumatori

Se oggi il patron di Amazon Jeff Bezos è l’uomo più ricco del mondo, un motivo va sicuramente ricercato nella comodità che la piattaforma digitale regala ai suoi clienti. Tra i comfort si possono ritrovare: l’ampia gamma di scelta proposta dalla piattaforma, la convenienza di conoscere dei beni provenienti anche da molto lontano, la comodità di ricevere direttamente a casa gli acquisti e il costo complessivo decisamente più ridotto (prezzo prodotto e spedizione, assente necessità di spostarsi per avere l’acquisto, ecc.). Un esempio pratico può essere l’abitante del paese di montagna o di campagna che dovrebbe ogni volta viaggiare lontano da casa per raggiungere un’esercente avente una vasta varietà di prodotti a prezzi contenuti.

D’altra parte, l’acquisto on-line rende più problematico e lungo (ma non impossibile) la richiesta di resi nel caso di malfunzionamento dei prodotti o errori di consegna. A questo si aggiunge la possibilità di un utilizzo improprio dei dati sensibili da parte di Amazon (materia di cui si parlerà in un paragrafo poco più avanti). In conclusione, si può supporre che Amazon crei un generale beneficio nei confronti della classe dei consumatori, tanto che l’Unione Consumatori trova la petizione contro Amazon “ridicola” e si chiede a che titolo venga fatto l’esposto all’Antitrust.

  • Gli effetti sui produttori

Qui gli effetti sono più intrecciati tra loro e già lo si deriva dall’essere essi il fulcro della polemica di questi giorni. Si analizzino nel dettaglio le due facce della medaglia. Da un lato (e di riflesso ai benefici per i consumatori) Amazon promuove una pubblicità estesa dei prodotti delle aziende che utilizzano il suo sistema anche in zone geografiche molto distanti tra loro. La piattaforma riesce quindi ad aumentare le vendite offrendo i prodotti ad una platea più ampia. Sull’argomento, l’ultimo report di Amazon afferma che le 14mila piccole medie imprese italiane che vendono sul suo canale hanno registrato vendite per una media di oltre 75mila euro ciascuna nell’ultimo anno, vendendo sia in Italia che all’estero; la piattaforma è riuscita a mantenere o a far crescere il loro business anche in tempi di Covid. In più, Amazon ritiene di aver permesso alle PMI di creare oltre 25.000 posti di lavoro in assoluto.

A questi vantaggi diretti, se ne possono aggiungere alcuni indiretti legati alla concorrenza. Si premette che, generalmente, la concorrenza è positiva poiché abbassa i costi e spinge l’innovazione. Su questo fronte, il genio imprenditoriale inizia a dare i suoi frutti. Infatti, alcuni negozi, che non si appoggiano alla piattaforma Amazon, hanno già iniziato ad organizzarsi per concorrere con quest’ultima: le librerie indipendenti si sono riunite su una contro piattaforma tutta italiana (Bookdealer), Carrefour ha potenziato le vendite on-line anche sul non-alimentare, Auchan ha messo a disposizione il proprio network fisico e di ritiro ai commercianti colpiti dall’isolamento, moltissimi negozi hanno messo online i loro showroom con visite virtuali a 360 gradi, Ceetrus e Mondial Realy (attività di spedizione) sono stati scelti da 55mila piccoli commercianti, e si potrebbe andare avanti.

Come si deve dare merito alle PMI che hanno sviluppato nuovi metodi per facilitare le vendite (anche in tempo di Covid), allo stesso modo, è sbagliato colpevolizzare le imprese che già si appoggiano ad Amazon per vendere i propri prodotti. Questo è semplicemente il mercato. Chi scrive non pensa quindi che sia condivisibile l’esposto Confesercenti di denunciare la disparità di condizioni che si è creata tra negozi tradizionali e gli operatori online: infatti, non si è mai vietato a nessuno l’utilizzo di Amazon per promuovere le vendite.

Tuttavia, gli svantaggi che Amazon sembra procurare alle imprese sono anch’essi di natura concorrenziale ma si esplicano in un utilizzo improprio di una moltitudine di dati sensibili che essa possiede. Per capirlo meglio, si venga a conoscenza delle due interrogazioni da parte della Commissione Europea contro l’azienda di Bezos. In primo luogo, la Commissione contesta ad Amazon di usare dati aziendali non pubblici di venditori indipendenti, che si appoggiano sul suo mercato, per avvantaggiare le attività di vendita al dettaglio di Amazon stessa, la quale compete direttamente con quei venditori di terze parti. Secondo, l’esecutivo della UE contesta il trattamento preferenziale sul sito sia delle offerte al dettaglio di Amazon sia delle offerte dei venditori sul mercato che però utilizzano i servizi di logistica e consegna di Amazon. È un’accusa pesante, alla quale Amazon dovrà rispondere in modo soddisfacente per non incorrere in multe antitrust.

  • Gli effetti sullo Stato

Infine, uno sguardo sulla tassazione che Amazon sopporta. Come riporta il Fatto Quotidiano, nel 2019 l’azienda ha pagato allo stato italiano 10,9 milioni di euro a fronte di un fatturato di 1 miliardo di euro: una cifra ridicola. E il motivo è presto detto: attraverso operazioni tra filiali domiciliate in diversi stati, Amazon riesce a spostare gli utili nei paesi dove il prelievo è bassissimo o inesistente; questo è inaccettabile. Si tratta, anche in questo caso, di una forma di concorrenza sleale: Amazon, da multinazionale, può pagare le tasse all’estero ma operare in Italia, le piccole imprese, invece, non possono sfuggire al fisco nazionale. Il tema è cruciale e gli stati europei devono presto trovare una soluzione comune a questa ingiustizia tributaria e sociale.

L’analisi appena svolta mostra quindi una realtà complessa che non può essere liquidata con un semplice ‘Sì’ o ‘No’ ad Amazon. Quello che, a parere di chi scrive, si dovrebbe comprendere come fattuale è la dinamicità del mercato. L’economia ha uno sviluppo costante; cercare di fermare nuove invenzioni e tecnologie con atti di luddismo fa cadere, chi li sponsorizza, nell’anacronismo storico e, tutta la società, nella perdita di tempo prezioso che potrebbe essere utilizzato per levigare la strada del mercato verso la solidarietà (equa tassazione, equa concorrenza). Questo sì che si può e si deve promuovere affinché la società benefici appieno del progresso economico!

Per concludere, non ci sono parole più esplicative sulla questione di quelle pronunciate dal sociologo Luciano Pellicani recentemente scomparso: dare sfogo all’iniziativa privata è necessario per lo sviluppo economico, lasciare che il mercato si autoregoli è nocivo per la società.

 

Roberto Biondini – Vice Presidente di Spazio Milano

Giovane bocconiano neolaureato in economia e finanza da breve tornato da un’importante esperienza a Bruxelles

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