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La terra vista dall’alto è un posto bellissimo, senza barriere ne confini

Esperto di politiche attive del lavoro
La terra vista dall’alto è un posto bellissimo, senza barriere ne confini

La terra vista dall’alto è un posto bellissimo, senza barriere ne confini”. Inizia con questa frase dell’astronauta sovietico Yury Gagarin un film bellissimo che consiglio a tutti di vedere: Hotel Gagarin.
Cosa capiterà nei prossimi mesi? – Ci sono due possibilità. La prima è la vittoria della paura e con essa dei sovranisti: un fiorire di frontiere, dazi e controlli in tutto il mondo. La seconda è l’apertura ad una riflessione serissima sulla globalizzazione e sull’utilizzo delle nuove tecnologie; soffermandosi sì sulle diseguaglianze e sulle ingiustizie che hanno generato, ma anche sulle opportunità che riservano se efficacemente governate.
In cosa non ha funzionato la globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta? – Essa è entrata prepotentemente in campo negli ultimi decenni del secolo scorso. La scansione temporale prevedeva innanzitutto l’apertura dei nostri mercati alle merci prodotte nei paesi in via di sviluppo. Perché ciò fosse possibile occorreva avviare il trasferimento di nostre tecnologie e la realizzazione di investimenti per consentire la loro industrializzazione. La conseguenza sarebbe stata, in una prima fase, l’impoverimento del tessuto industriale dei paesi sviluppati con la conseguente perdita di posti di lavoro. Le nostre aziende avrebbero potuto trasferire le loro produzioni, beneficiando del ridotto costo del lavoro e, ammettiamolo, di un’approssimativa legislazione in tema di tutela della sicurezza del lavoro e reati ambientali.

La finanzia mondiale avrebbe dovuto supportare gli investimenti nei paesi in via di sviluppo, assumendo negli equilibri mondiali un ruolo sempre più preminente. Nel frattempo, le nostre economie, avviata la trasformazione in senso post industriale, avrebbero puntato su beni e servizi ad alto contenuto tecnologico e valore aggiunto che i paesi emergenti, completata la transizione da economie sottosviluppate ad economie di produzione e di consumo, avrebbero avuto la possibilità di comprare.

Il nostro sacrificio iniziale sarebbe stato, quindi, compensato dall’apertura di nuovi mercati con enormi potenzialità di espansione, e da una potenziale platea turistica in entrata, formata da soggetti con elevata capacità di spesa. La governance del progetto era affidata ad istituzioni mondiali come il Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione Mondiale del Commercio,  G8, G20, ecc.

Tutto ciò sottendeva la costruzione di un “mondo piatto”, quindi uniforme, in cui si sarebbero diffusi gli stili di vita dell’occidente, la sua cultura ed i modelli delle sue Istituzioni liberal-democratiche. Una sorta di suggestione di poter esportare, insieme ai nostri modelli di vita, anche la democrazia.

Non è andata esattamente così. – I legami internazionali sono tuttavia ormai indissolubili e le interdipendenze, come dimostrano queste settimane di pandemia, sono realtà inestricabili. Non abbiamo governato questi fenomeni, le istituzioni internazionali si sono dimostrate deboli, lasciando troppo margine alla retorica populista e sovranista. Da un lato una Unione Europea molto debole, dall’altra Istituzioni lontane governate da logiche tecnocratiche e autoreferenziali che hanno lasciato spazio ad una deregulation spinta.

La prima sfida che abbiamo di fronte è proprio quella delle regole. Riusciremo a costruire il nostro futuro in un quadro normativo il più possibile condiviso in una prospettiva mondiale? Riusciremo a farlo senza rinunciare ai valori liberal democratici in cui siamo cresciuti?

Il dopo pandemia sarà la grande occasione per affrontare questi temi. Un’occasione che non va sprecata. Se vogliamo costruire il nostro futuro e non subirlo, insieme alle modalità della ripartenza dell’economia del nostro paese, dovremo riflettere su questi temi.

La ragione contro la paura, questa la sfida che abbiamo di fronte. Ne va di mezzo l’intero quadro di valori in cui siamo cresciuti.

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