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Laboratori di unità europea, Gorizia e Nova Gorica combattono assieme al Covid i fantasmi del passato

Laboratori di unità europea, Gorizia e Nova Gorica combattono assieme al Covid i fantasmi del passato

Chi in Italia proclama sovranismo, nazionalismo autarchico e addirittura Italexit, dovrebbe farsi una passeggiata in questi giorni lungo la frontiera italo-slovena, nel goriziano. Dove sembra essere ripiombati nel passato. Il passato del secolo scorso, quando quella frontiera era un’avanguardia della cortina di ferro tra l’Ovest e l’Est. In un Friuli storico campo di battaglia e di carneficine secolari. E fino alla caduta del Muro di Berlino, e poi di quello di Gorizia, potenziale zona di frenaggio di un’invasione dei carri armati del Patto di Varsavia. Che secondo la dottrina Nato sarebbero potuti penetrare dalla «soglia di Gorizia». Con l’esercito italiano che aveva come compito quello di rallentarli. In particolare con i soldati della fanteria d’arresto. Che indossavano l’uniforme con la cravatta rossa. Rossa come il sangue che avrebbero dovuto versare nel loro sacrificio. In una resistenza di solo qualche decina di ore, prima dell’intervento degli alleati a difesa del triangolo industriale nazionale. Quella dottrina Nato che non permetteva la costruzione di grossi insediamenti industriali nel triveneto, potenziale campo di battaglia e soggetto a numerose servitù militari. Che gli ha però consentito di diventare patria delle PMI tra le più dinamiche.

Sembra siano passati secoli da quella realtà, messa in soffitta dall’Unione Europea, che è stata capace di aprire i confini nelle belle colline goriziane. Ma può bastare un nulla per cancellare i progressi della concordia e della pacifica unità europea, che alcuni sinora hanno creduto conquistata per sempre. E data per scontata e dunque sottovalutata come l’aria che respiriamo. Sinché non arriva l’incubo di un virus micidiale.
Lo sa bene Guido Pettarin, deputato goriziano di FI, valente giurista con un passato anche di ufficiale di complemento della Guardia di Finanza, secondo il quale «è sorprendente quanto possa essere rapido il ritorno ad un passato di degrado che si sperava passato e sopito. La pandemia che viviamo ci ha mostrato anche questo e ci è stato mostrato con particolare brutalità a Gorizia. Qui c’erano voluti decenni per far cadere gli innaturali confini che deturpavano il volto del goriziano e della goriska. Decenni di sforzi che avevano portato a cancellare il confine, a costituire il GECT Go (n.d.r. Gruppo europeo di cooperazione territoriale tra Gorizia, Mestna občina Nova Gorica e Občina Šempeter-Vrtojba), a operare affinché Gorizia Nova Goriča e Sem Peter-Vrtojba lavorassero per diventare una unica conurbazione cittadina, perché il nostro territorio si conquistasse il titolo di laboratorio della EU del futuro. È bastato un virus per far risorgere i muri appena abbattuti, rialzati con qualunque mezzo che segnasse una divisione. Non è stato risparmiato nulla. Nemmeno il simbolo della unità tra le tre cittadine confinanti, la piazza transalpina che è stata deturpata da una rete metallica che la taglia in due. I Sindaci di Gorizia e Nova Gorica ci hanno provato a far capire che non si poteva far morire di polmonite l’unità di queste terre. Hanno insistito con Roma e Lubiana per far capire che qui l’unità di terre e genti non è una facciata, ma è una realtà. Hanno chiesto almeno dei valichi ciclo pedonali e agricoli per permettere alla popolazione del Gect Go di continuare ad essere tale.»

Ma la risposta di Roma e Lubiana non è stata sufficiente. “Ci spiace ma non è possibile” ha risposto il Ministro Luigi Di Maio, evidenziando che Lubiana ricordava di non avere uomini a sufficienza per presidiare i valichi a fini sanitari. «Ma Gorizia e Nova Gorica non si vogliono certo fermare per questo», dice Pettarin «e continuano a coltivare la realtà dell’unità e l’obiettivo della candidatura comune a Capitale della Cultura Europea 2025. Mi rifiuto di pensare che basti una polmonite per riportarci indietro al tempo dei muri. Nel territorio del GECT Go la storia delle divisioni in blocchi è stata sconfitta con il vaccino dell’unità, con lo stesso vaccino sconfiggeremo anche la cecità di chi pensa che il Coronavirus sia più forte della storia».

Prova della forza pacifica dell’unità europea, della quale da quasi vent’anni fa parte anche la Slovenia, miracolosamente risparmiata dalla guerra fratricida della ex Jugoslavia, è il tweet di ieri, con un toccante video messaggio di solidarietà diretto all’Italia, ed in perfetto italiano, da parte del Presidente Sloveno Borut Pahor.
Su questo ed altro, abbiamo intervistato Guido Pettarin.

Come giudica l’augurio fatto in Italiano all’Italia dal Presidente della slovenia?
Il Presidente Borut Pahor è un profondo conoscitore della realtà italiana e, per la Sua provenienza, con particolare profondità per i rapporti di confine in particolare nella zona del Goriziano. Ha per questo un profondo significato il suo saluto. Lo giudico uno strumento di rassicurazione. Ha voluto, secondo me, dire che la Slovenija crede nella UE e crede nelle attività congiunte che le nostre nazioni stanno conducendo, e crede che lo strumento sia la collaborazione e non la creazione di muri. Ringrazio dal profondo del cuore il Presidente Pahor per le sue semplici ma determinanti parole. Troppi ostacoli e troppe separazioni si sono sviluppate per il virus al nostro ex confine in troppo poco tempo. Grazie al Presidente della Repubblica di Slovenija vengono rassicurati tutti coloro che da quanto era successo avevano tratto la convinzione che gli sloveni non ci credessero più. Non è così: la Slovenija ci crede e noi ci crediamo. Il nostro futuro continua ad essere l’UE dei popoli. Grazie, Presidente Pahor.

Com’è cambiata Gorizia dopo l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea?
È cambiata molto. Ha potuto definitivamente riconciliarsi con la propria storia e con i territori che da sempre l’hanno vista come il proprio riferimento urbano. Ha potuto confermare la propria vocazione europea. Ha potuto stringere rapporti sempre più saldi con Nova Gorica. Ha fatto un evidente salto di qualità.

E cosa è cambiato a seguito della pandemia?
Le esigenze di sicurezza sanitaria hanno un peso devastante. Sono risorti muri dove si sperava di non vederne più. Si sono negate sul confine con l’Italia alle città gemelle le possibilità di valichi ciclo pedonali e agricoli, mentre invece su sono permessi ai confini con l’Austria e l’Ungheria. Dopo le parole del Presidente Pahor mi sento di dire che non vi è nulla di cambiato negli ottimi rapporti tra Italia e Slovenija e che le sofferenze dei nostri popoli e la rete tra Gorizia e Nova Gorica è solo uno strumento per vincere assieme la battaglia contro il virus. La vinceremo assieme. Non ne dubito.

Con una mozione firmata per prima da Giorgia Meloni e sottoscritta da tutti i deputati di FdI, e da diversi deputati di FI, con Pettarin in testa, a ridosso del Giorno del Ricordo, prima della pandemia, erano stati rievocati fatti storici relativi alle stragi titine in danno di cittadini italiani. La leader di FdI, citando anche una pronuncia della Corte costituzionale slovena, che nel 2009 ha dichiarato incostituzionale l’intitolazione di una strada di Lubiana a Tito, aveva denunciato che Tito risulta ancora Cavaliere di gran croce. Onorificenza ricevuta nel 1969 dall’allora Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Secondo Pettarin e gli altri firmatari della proposta, l’onorificenza dovrebbe essere revocata post mortem, in ragione del fatto che l’insignito «si è macchiato di crimini crudeli e contro l’umanità universalmente riconosciuti».

Perché questa proposta di legge?
Perché è intollerabile che Tito, macchiatosi del sangue degli infoibati e della tragedia dell’esodo istriano fiumano e dalmata, possa ancora essere indicato come Cavaliere di gran croce con gran cordone, la massima onorificenza dell’OMRI (ndr, Ordine al Merito della Repubblica Italiana). Il rispetto della storia e dei morti e del dolore di centinaia di migliaia di persone impone questo gesto di giustizia.

Lei ha anche chiesto alla Slovenia di rimuovere la scritta Tito sul monte Sabotino, che si affaccia come monito anti-italiano della vecchia Jugoslavia sul goriziano. Perché solo ora si è pensato a chiederlo?
Perché la storia ha i Suoi tempi e tutto il sangue ed il dolore che le vicende belliche hanno portato nel territorio goriziano e della goriska non sono tutt’oggi eredità da prendere alla leggera. Ma la caduta del muro, nel 1989, è stato lo spartiacque. A Gorizia, tra Italia e, allora, Jugoslavia vi era già quello che veniva definito il confine più aperto d’Europa ed il percorso esemplare dello Stato di Slovenia verso la indipendenza, la democrazia, l’Europa Unita, l’area Schengen, ha permesso a territori e popolazioni che nella storia non erano mai stati divisi, di riunirsi. Nel tempo più e più volte il tema della scritta inneggiante a Tito è stato posto ma, al momento, senza aver potuto raggiungere l’obiettivo di vederla rimuovere, da chi naturalmente ne abbia legittimamente la potestà. Nell’Ue del 2020, in un momento storico in cui va affrontato con decisione il tema importantissimo del suo allargamento ai Balcani Occidentali, sono dell’opinione che i tempi sono oltremodo maturi e confido che presto la scritta potrà esser rimossa. Ma ciò che viviamo ora ha travolto qualunque altra esigenza. Non ho dubbi che, affrontata la pandemia, continueremo a fare insieme i conti con la storia ed anche il minaccioso nome di Tito sparirà dal Sabotino, cancellato senza rimpianti dal nostro futuro comune.

Cosa farà ora?
Continuerò nell’azione quotidiana di cucitura tra Gorizia Nova Gorica e SemPeterVrtojba a formare la unica città transfrontaliera che, grazie al GECTGO, i cittadini del goriziano e della goriska si sono meritati. Si sono senza alcun dubbio meritati.

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