“Roma da bere e da chiacchierare” è un format geniale nella sua semplicità. Un ospite, un posto “in”, una platea giovane, quattro ragazzi che ci sanno fare.
Ieri sera, in piazza Mattei, nel cuore del Ghetto Ebraico, l’intervistato è Carlo Calenda. Uno che parla chiaro, un linguaggio a metà tra l’istituzionale e il giovanile. E forse anche per questo, di fronte alla celebre Fontana delle Tartarughe l’età media è contenuta, come sempre avviene in queste serate.
Politica, geopolitica, economia, tenuta del governo. Il leader di Azione spazia a tutto campo, intervistato dal giornalista di AGI Francesco Spartà.
“Se l’Europa è inerte, Usa e Cina ci spremeranno”, afferma parlando del tema che più degli altri è legato al suo ultimo libro, “Difendere la libertà. L’ora dell’Europa”, edito da Piemme. Un volume che il segretario di Azione dedica “agli ucraini, perché hanno dentro qualcosa che noi abbiamo scordato. Penso che li muova una fortissima consapevolezza, il desiderio di libertà. La libertà è la capacità di un popolo di autodeterminarsi”. Pungolato da Spartà, Calenda non si sottrae a giudizi anche piuttosto tranchant che sanno anche un po’ di alert. ”Siamo a un crocevia della storia. Se l’Europa persevera in questa situazione di inerzia, gli Stati Uniti ci spremeranno e la Cina ci invaderà di merci. Può accadere qualunque cosa, e non farla accadere ricade sui cittadini. Se i cittadini voteranno gli influencer, diventeremo vassalli dei cinesi e degli Usa. Siamo alla peggiore fase della storia in termini di senso di comunità, – prosegue -, ma l’Europa è il migliore posto in cui vivere”.
Inevitabile un’analisi sulle leadership mondiali, a partire da quella di Trump. “Non è che la cartina di tornasole del declino dell’Occidente – è il suo punto di vista – di cui l’Europa è inevitabilmente il vaso di coccio. Dall’altro lato, infatti, ci sono le velleità imperiali “della Russia e la necessità di contenere la Cina”. Senza dimenticare le ambizioni “neo-ottomane della Turchia di Erdogan”. Un “contenimento” che passa senza dubbio dall’azione della diplomazia. L’importanza di costruire rapporti con i giganti del mondo – citando l’incontro della Meloni con modi – è il grimaldello che apre lo scrigno della politica italiana. “Alla fine oggi si vota l’ultimo che cazzeggia. Ma votando chi è bravo a fare l’influencer facciamo l’Europa secondo voi?”, si chiede Calenda. “Gli Stati Uniti chi li ha fatti, Fedez o Washington?”, incalza con sarcasmo. Un passaggio finale anche sulle coalizioni e alchimie varie. “Ma Azione sarà o non sarà nel Campo Largo?”. Calenda rispedisce al mittente la domanda e l’ipotesi, chiarendo che quello che immagina è “un ruolo da ago della bilancia. “Vogliamo fare una coalizione di governo larga a piacere, su cui ci sono pochi principi fondamentali. Siamo indispensabili per formare un governo”, rivendica prima di fare ricorso a un leit motiv finale: la picconata al bipolarismo “Se non mandiamo in blocco questo sistema chiude -, rischiamo che le maggioranze vadano da Vannacci a Tajani e da Di Battista a Renzi”.
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