Dopo 10 anni torna l'appuntamento sui Sibillini
Coppa Vettore 2026, sui Monti Sibillini si rivive una leggenda lunga sessant’anni
Ci sono eventi sportivi che vanno oltre il semplice risultato agonistico. Manifestazioni che diventano simboli di un territorio, custodi di tradizioni e testimoni di una passione che attraversa le generazioni. La Coppa Vettore appartiene a questa categoria. Non è soltanto una gara di sci, ma una storia che si rinnova ogni volta che uomini e donne decidono di sfidare la montagna per celebrare un legame profondo con uno dei luoghi più affascinanti dell’Appennino. Dopo dieci anni di assenza, il 2026 ha segnato il ritorno della storica competizione organizzata dallo Sci Club Ascoli sul Monte Vettore, la vetta più alta dei Monti Sibillini. Un ritorno atteso e fortemente desiderato dagli appassionati, reso possibile dalla presenza di neve sufficiente sulla celebre “Pista delle Ciaule“, situata a 2.476 metri di quota. Qui la neve riesce ancora a resistere fino alle porte dell’estate, regalando uno spettacolo raro e suggestivo che continua a sorprendere chiunque abbia la fortuna di assistervi.
La storia della Coppa Vettore affonda le sue radici nel 1966, anno in cui venne disputata la prima edizione ufficiale. L’idea nacque dall’intuizione di alcuni appassionati che, osservando le grandi lingue di neve presenti sul Monte Vettore anche a stagione avanzata, immaginarono di trasformare quel fenomeno naturale in un appuntamento sportivo unico nel suo genere. Da allora la manifestazione è diventata un simbolo dello sci estivo in Appennino, attirando atleti, escursionisti e curiosi provenienti da tutta Italia. La particolarità della Coppa Vettore non risiede soltanto nel fatto che si gareggi in pieno giugno. A renderla davvero speciale è il contesto nel quale si svolge. Sul Monte Vettore non esistono impianti di risalita, seggiovie o infrastrutture turistiche dedicate allo sci. La montagna conserva un carattere autentico e selvaggio. Per raggiungere la zona di gara occorre camminare, trasportare materiali e organizzare ogni dettaglio con spirito di adattamento e grande passione.
Una delle immagini più caratteristiche dell’evento è quella dei muli utilizzati per trasportare il materiale necessario all’allestimento della competizione. Pali da slalom, attrezzature tecniche, strumenti logistici e tutto ciò che serve per organizzare la gara vengono caricati sugli animali e portati lungo i sentieri che conducono alla pista. Una scena che sembra uscita da un’altra epoca e che invece continua a rappresentare uno degli aspetti più affascinanti della manifestazione. In un mondo sportivo sempre più dominato dalla tecnologia, la Coppa Vettore conserva un’anima genuina e autentica. Qui il rapporto con la montagna è diretto. Non ci sono scorciatoie. Ogni discesa è il risultato di un lavoro collettivo fatto di sacrificio, impegno e amore per il territorio. L’edizione 2026 ha assunto un significato ancora più importante proprio perché arrivata dopo un lungo periodo di assenza. Rivedere gli sciatori affrontare la Pista delle Ciaule ha rappresentato una sorta di rinascita per l’intero comprensorio dei Sibillini. Una giornata che ha avuto il sapore della festa e della riconquista di una tradizione che sembrava destinata a rimanere soltanto un ricordo.
A rendere ancora più speciale il ritorno della Coppa Vettore è stata la presenza di un ospite d’onore d’eccezione: Alfonso “Fonzì” Bianchini, autentica leggenda dello sci piceno. A novant’anni compiuti, Bianchini ha deciso di partecipare alla competizione dimostrando ancora una volta il suo straordinario attaccamento alla montagna e allo sport. La sua presenza ha emozionato tutti i partecipanti. Non soltanto per il traguardo anagrafico, ma per il messaggio che ha saputo trasmettere. In un’epoca in cui spesso si associa l’attività sportiva esclusivamente alla performance e alla competizione, vedere un atleta novantenne affrontare la montagna con entusiasmo e determinazione ha ricordato a tutti il vero significato dello sport: passione, condivisione e amore per la vita. Intorno a lui si è sviluppata una grande festa in quota che ha coinvolto atleti, organizzatori, volontari e semplici appassionati. Un momento di incontro tra generazioni diverse unite dalla stessa passione per il Monte Vettore e per una manifestazione che continua a rappresentare un patrimonio culturale oltre che sportivo.
Le immagini provenienti dalla giornata raccontano molto più di una semplice gara. Raccontano una montagna viva, capace di attrarre persone e creare comunità. Raccontano il fascino di un ambiente straordinario che continua a esercitare una forte attrazione su chi ama la natura e l’avventura. Raccontano soprattutto la volontà di non lasciare che le tradizioni si perdano con il passare del tempo. Il ritorno della Coppa Vettore offre anche uno spunto di riflessione sul rapporto tra uomo e ambiente. La presenza della neve a giugno sul Monte Vettore rappresenta oggi un fenomeno sempre più raro. Le condizioni climatiche degli ultimi anni hanno reso meno frequenti situazioni che in passato erano considerate quasi normali. Proprio per questo ogni edizione della competizione assume un valore ancora più significativo, diventando una celebrazione della montagna e delle sue straordinarie peculiarità. Per un giorno il Monte Vettore è tornato a essere il centro di una grande festa popolare. Gli sci hanno solcato la neve sotto il sole di giugno, i muli hanno percorso i sentieri come accadeva decenni fa e centinaia di persone si sono ritrovate per condividere una tradizione che continua a emozionare.
La Coppa Vettore 2026 non è stata soltanto una gara di sci. È stata la dimostrazione che alcune passioni non conoscono il trascorrere del tempo. È stata la prova che una comunità può ritrovare sé stessa attraverso le proprie tradizioni. È stata la conferma che i Monti Sibillini continuano a custodire storie capaci di unire sport, natura e identità territoriale. Dopo dieci anni di silenzio, il Monte Vettore è tornato a riempirsi di voci, colori ed entusiasmo. E mentre gli ultimi sciatori lasciavano la Pista delle Ciaule, tutti avevano la stessa sensazione: quella di aver assistito non soltanto al ritorno di una competizione, ma alla rinascita di una leggenda che continua a vivere nel cuore dell’Appennino.
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