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L’ideologia paternalista e retrograda della Fase 1 bis

Presidente Fondazione PER
L’ideologia paternalista e retrograda della Fase 1 bis

Fino a ieri l’operazione contiana era stata racchiusa nello sforzo di costruire un destino comune della nazione nella lotta contro il Covid-19 attorno a tre messaggi centrali.

I tre messaggi di Conte – Il primo riguardava la scelta della quarantena di massa come unica strategia contro la pandemia, senza combinarla con quelle derivanti da altre esperienze internazionali basate sull’uso di tecnologie innovative: il “tutti a casa” da risposta rapida e in grande parte inevitabile per contrastare la rapidità del contagio, si trasformava nella proposta sempre meno implicita di un nuovo modello sociale sostanzialmente antimoderno – se per modernità si intende il globalismo, l’apertura, l’individualismo, la volontà di fare, il rischio di intraprendere – fondato sull’immobilità, la chiusura e l’esaltazione dello stato grande elemosiniere .

Il secondo messaggio era implicito nel primo e riguardava il primato della salute collettiva come fine superiore sull’altare del quale trovavano giustificazione sia drastiche riduzioni delle libertà personali sancite dalla costituzione, sia una oggettiva contrazione della centralità del parlamento come attore della decisione politica, sia infine il blocco pressoché totale delle attività economiche che per durata e dimensioni non aveva eguali in nessun paese industriale; era un modo per esorcizzare la paura collettiva di fronte a un nemico invisibile non avendo a disposizione nessuna alternativa del chiudersi in casa e attendere.

Il terzo era la lotta contro l’Europa matrigna, che non voleva aiutare l’Italia vittima sacrificale della pandemia, riutilizzando qua e là tutto l’armamentario populista antieuropeista: dietro l’assurda discussione sul MES stava l’idea che la UE doveva finanziare “a fondo perduto” questa Italia immobile che lotta contro i runner, contro “il dio denaro”, che demonizza chi rivendica i diritti dei bambini e dei giovani, additati al pubblico ludibrio come moderni “untori”: sono tutte espressioni del “nemico interno” che dagli inizi del secolo scorso è una grande categoria politica della propaganda nazionalista.

La finta fase due – Questa narrazione ha indubbiamente funzionato se i consensi nei confronti di Conte sono rimasti in queste settimane molto elevati fino al punto da trasformarlo in un piccolo Churchill agli occhi dell’opinione pubblica che ha e soprattutto di una sinistra alla perenne ricerca di un leader, che la guidi lasciandola ferma.

Ora però le pressioni per “riaprire” sono troppe per additarle tutte a espressioni del “nemico interno” e Conte si cimenta con il tentativo di inventarsi una narrazione nuova per la ripartenza ma non ci riesce, non è capace nonostante lo stuolo di commissioni tecniche di cui dispone, per un deficit politico che non può essere camuffato: non è Churchill, non è Aldo Moro, come sentenzia il surreale Scalfari. E’ solo Conte che di fonte alle rete televisive riunite si è presentato con un confuso elenco di provvedimenti contradittori senza pero mettere in evidenza una strategia.

E infatti chiaro anche alla “casalinga di Voghera” che per convivere con il virus per tutto il tempo necessario alla scoperta del vaccino e alla vaccinazione di massa la possibilità di riaprire è direttamente legata a una strategia sanitaria innovativa e stringente fatta di individuazione degli asintomatici, di test sierologici, di tracciamento dei contatti, di protocolli di protezione per chi lavora, di regole per l’utilizzazione dei trasporti pubblici, per riaprire le scuole, per tornare in chiesa, nel quadro di una riorganizzazione della sanità pubblica.

Su tema il nostro PdC non ha detto nulla, ma ha annunciato la diffusione di massa delle mascherine a prezzo “politico”, come il pane in tempo di guerra: presidio utile ma del tutto insoddisfacente perché la ripartenza e la riapertura sono possibili solo se si mette in campo un salto di qualità nel controllo della pandemia, che esca dalla cultura dell’emergenza per entrare in quello assai più complesso della progettualità nel quale intervento sanitario e rilancio delle attività economiche sono strettamente collegati.

Fuori casa con la mamma e il papà – Se si escludono infatti alcune fondamentali filiere produttive, legate all’esportazioni e alle dinamiche del mercato globale, che hanno gli strumenti per controllare i luoghi di lavoro, impedendo un crollo ancora più vistoso dell’economia nazionale tutto il resto, cioè la vita quotidiana resta chiusa come prima, anche se Conte ha elencato alcune cose che finalmente si potranno fare “fuori casa”: o meglio che si potrebbero fare se fosse chiaro ciò che viene “consentito”.

Ma al di la del ridicolo di alcune scelte – si ai funerali con 15 persone al seguito del feretro, ma no a una scampagnata con 15 persone in una giardino pubblico, a una cena 15 persone in un giardino privato, perché ciò e ritenuto “party” e quindi condannabile; si a convivi con i “congiunti”, ma non con gli amici; si a incontrare la mamma o il papà, ma non il fidanzato o la fidanzata (anche se ora lo stuolo degli esperti ha stabilito i confini semantici della parola congiunti per la gioia dei dirigenti del Pd); pizza si, ma solo a domicilio e da soli; bagni si, ma solo per chi abita davanti alla spiaggia – emerge una idea di società vecchia, che ci riporta indietro all’Italia del secondo dopoguerra, familista, maschilista (sono le donne che pagheranno le scuole chiuse e due volte se sono insegnanti), paternalista, ignorante, in cui lo stato è presidio della morale pubblica e si arroga il diritto di stabilire chi i cittadini debbano frequentare: un conto è dire tutti a casa, un conto e stabilire quali rapporti sociali siano leciti a quali no.

A questa società Conte promette protezione, costituita da un intreccio di sussidi e di garanzie di controllo “poliziesco” per chi contravviene alle disposizioni a carico del debito pubblico, cioè delle generazioni che verranno, in attesa “di tempi migliori”: un mondo protetto, ma senza futuro.

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