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ll lobbying e la politica a due velocità

ll lobbying e la politica a due velocità

Ci sono leggi che per anni sembrano non riuscire a fare un passo e altre che, improvvisamente, percorrono l’intero tragitto in pochi giorni. La storia recente della sicurezza delle piscine è un buon esempio di entrambe le cose e offre anche qualche indicazione su un aspetto poco raccontato del lobbying: rappresentare un interesse significa talvolta chiedere alla politica di accelerare, altre volte chiederle di fermarsi abbastanza a lungo da scrivere bene una norma.

Partiamo dall’inizio. In Italia manca ancora una disciplina nazionale organica sulla sicurezza delle piscine. Esistono norme tecniche UNI e UNI EN, accordi tra Stato e Regioni e discipline regionali, ma il quadro è frammentato e molte delle prescrizioni tecniche non hanno di per sé forza di legge. Il Governo ha quindi presentato nel 2025 un disegno di legge quadro, oggi all’esame della Camera, che disciplina in maniera molto più ampia sicurezza, requisiti degli impianti, responsabilità, controlli e sanzioni. Fin qui nulla di particolarmente insolito. Lo diventa se si guarda a chi, tra gli altri, ha sollecitato l’approvazione della legge: le imprese del settore.

Assopiscine ha sostenuto pubblicamente la necessità di rendere obbligatorie regole di sicurezza che oggi sono in parte affidate a norme tecniche volontarie. Una posizione che contraddice uno dei luoghi comuni più resistenti sul lobbying, secondo il quale le imprese busserebbero alla porta della politica soltanto per ottenere meno regole. Una disciplina uniforme può certamente imporre costi di adeguamento, ma impedisce anche che chi investe nella sicurezza debba competere con chi quei costi decide di non sostenerli. E infatti il presidente di Assopiscine, Ferruccio Alessandria, lo ha detto senza troppi giri di parole: non si può essere contrari a una legge soltanto per evitare di spendere soldi per adeguare gli impianti.

Il disegno di legge, però, procedeva lentamente. Nel frattempo sono avvenuti alcuni gravissimi incidenti, in particolare quelli provocati dall’intrappolamento nei sistemi di aspirazione delle piscine. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità richiamati nel dibattito parlamentare, nel biennio 2024-2025 sono morte in piscina 37 persone e più della metà delle vittime aveva meno di quattordici anni. A quel punto la politica ha cambiato velocità. Invece di attendere l’approvazione della legge quadro, alla Camera è stato presentato un emendamento al decreto-legge Sport. Il 23 luglio è stato approvato con 244 voti favorevoli e il 29 luglio il Senato ha dato il via libera definitivo al provvedimento. La nuova disposizione impone alle piscine pubbliche e a quelle private destinate a un’utenza pubblica o ad uso collettivo di garantire che i sistemi di ricircolo e le prese di aspirazione impediscano il cosiddetto effetto ventosa. Se l’obbligo non viene rispettato, è prevista la chiusura immediata dell’impianto. La stessa politica che non era riuscita a portare a termine una legge organica aveva trovato in pochi giorni un altro veicolo normativo per intervenire sul problema più urgente.

È un passaggio che chi fa lobbying dovrebbe tenere bene a mente. Una proposta non vive soltanto della propria bontà tecnica. Conta il momento nel quale viene presentata, conta l’attenzione politica che riesce a raccogliere e conta persino il provvedimento sul quale può essere innestata. Un disegno di legge può rimanere fermo, mentre un emendamento inserito nella conversione di un decreto-legge può trasformare rapidamente la stessa esigenza in una norma cogente. Ma la storia non finisce qui, perché quando la politica ha accelerato sono emersi problemi di segno opposto.

L’articolo approvato stabilisce infatti con grande chiarezza che si deve impedire l’effetto ventosa, ma dice molto meno su come farlo. Ma soprattutto c’è una disparità molto concreta. L’obbligo riguarda piscine pubbliche e numerose piscine private aperte al pubblico, comprese quelle di centri sportivi e strutture ricettive. Per aiutare gli impianti ad adeguarsi è stato istituito un fondo di 4 milioni e 725 mila euro, ma le risorse sono destinate esclusivamente alle piscine pubbliche. I privati sono sottoposti allo stesso obbligo e alla stessa possibile chiusura, ma devono sostenere autonomamente i costi degli interventi. Ed eccoci nuovamente al lobbying.

Le associazioni che prima chiedevano alla politica di intervenire hanno ora tutto l’interesse a rappresentare i problemi prodotti dall’intervento. Non per indebolire l’obbligo di sicurezza. FIIS, per esempio, chiede criteri tecnici uniformi, tempi realistici per gli adeguamenti strutturali, procedure chiare per i controlli e la riapertura degli impianti e l’estensione del sostegno economico anche ai gestori privati soggetti agli stessi obblighi.

Prima si chiede una legge, ma soprattutto si chiede che quella legge sia applicabile. Spesso si è costretti a fare la seconda richiesta dopo. Non c’è contraddizione. C’è semmai una buona rappresentazione di ciò che dovrebbe fare il lobbista: conoscere il procedimento legislativo abbastanza bene da capire dove e quando intervenire, ma conoscere altrettanto bene il settore rappresentato da riuscire a spiegare al legislatore quali conseguenze produrranno concretamente le parole che sta per trasformare in legge. La vicenda delle piscine dice anche qualcosa sulla presunta lentezza della politica. Il Parlamento può essere lentissimo quando manca la spinta per decidere e velocissimo quando quella spinta arriva. Nel secondo caso, però, la rapidità non garantisce automaticamente una norma migliore. Tra una legge che non arriva e una legge che arriva troppo in fretta c’è parecchio spazio per il lobbying. Forse proprio lì che serve di più.

 

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