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L’ordine mondiale liberale per come lo conosciamo è morto?

Consulente aziendale, appassionato di politica estera
L’ordine mondiale liberale per come lo conosciamo è morto?

“Siamo nei guai. Spero che lo capiscano tutti. Non si tratta di guai da cui non possiamo uscire, ma non siamo sulla strada giusta”. Lo ha detto John Kerry, l’inviato presidenziale americano per il clima. Parlava del riscaldamento globale in vista della prossima conferenza delle Nazioni Unite sul clima che si terrà in Egitto a novembre, ma come sottolineano Stephen Collinson e Shelby Rose della CNN, il suo commento sconsolato potrebbe riferirsi tranquillamente all’ondata di crisi mondiali che si sta abbattendo sugli Stati Uniti.

La Russia tiene in ostaggio l’Ucraina e punta a riscrivere l’esito della Guerra Fredda. Fiona Hill, senior fellow alla Brookings Institution ed ex esperta di Russia alla Casa Bianca, ha scritto sul New York Times che Putin “vuole espellere gli Stati Uniti dall’Europa”. Secondo Hill, Putin avverte che il dominio americano sta svanendo e “crede che gli Stati Uniti attualmente siano nella stessa situazione della Russia dopo il collasso sovietico: gravemente indeboliti in patria e in ritirata all’estero”. Oltre a sfidare la Nato, l’aggressione di Putin in Ucraina minaccerebbe “l’intero sistema della Nazioni Unite e metterebbe in pericolo gli assetti che hanno garantito la sovranità degli stati membri dalla Seconda guerra mondiale: qualcosa di simile all’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, ma su una scala ancora più grande”. Anche Jill Dougherty, esperta di Russia ed ex bureau chief della CNN a Mosca, è dello stesso parere: “Vogliono rigiocare la fine della Guerra Fredda”.

Ma, si sa, le disgrazie non vengono mai sole. La Corea del Nord ha accelerato i test missilistici. Le tensioni tra gli Stati Uniti e la Cina su Taiwan si stanno acuendo. Dopo le manovre aeronavali congiunte tra Stati Uniti e Giappone nel Mare delle Filippine, 39 aerei da combattimento cinesi sono entrati nella cosiddetta zona d’identificazione della difesa aerea (Adiz) dell’isola. Anche Tehran fa le sue mosse sulla scacchiera mediorientale. I guerriglieri Houthi, la milizia filo-iraniana impegnata nello Yemen, hanno sparato dei missili ad Abu Dhabi, costringendo gli americani ad abbatterli con le batterie dei Patriot. E l’Iran potrebbe essere sempre più vicino a dotarsi di armi nucleari. Per soprammercato, c’è la pandemia. Insomma, stanno succedendo un sacco di cose. Ovviamente, si tratta di sviluppi che maturano da anni, ma sono in molti a chieresi quale sarà il ruolo che gli Stati Uniti svolgeranno in futuro?

Come lascia intendere l’impasse sull’Ucraina, i nemici dell’America percepiscono la sua debolezza e vedono uno spiraglio in cui infilarsi. “Le sfide montanti all’autorità degli Stati Uniti, vengono in un momento in cui all’estero c’è la diffusa percezione che Washington non è più la potenza che è stata nella seconda parte del XX secolo”, scrive Stephen Collinson. “Nonostante le assicurazioni di Biden che ‘l’America è tornata’, il ritiro caotico dall’Afghanistan dell’anno scorso, ha sollevato più di un dubbio sulla competenza e la serietà degli Stati Uniti. Gli avversari dell’America sanno che gli americani sono sfiancati da vent’anni di guerra all’estero, un fattore che può condurre alcuni di loro a reputare che Washington potrebbe eludere i suoi impegni strategici per ragioni politiche”. Messe così le cose, non deve stupire che potenze ostili come la Cina e la Russia, che stanno diventando sempre più spavalde e agiscono d’intesa, cerchino di mettere alla prova la determinazione del presidente americano. Persino i leader amici ed alleati cercheranno di cogliere le opportunità che si profilano (non per caso il presidente francese Emmanuel Macron ha sollecitato la UE a partecipare al gran ballo della diplomazia che prosegue di pari passo ai giochi di guerra del Cremlino).

Del resto, il mondo è cambiato. La Cina sta mostrando i (nuovi) muscoli (il presidente cinese Xi Jinping approfitterà anche delle Olimpiadi invernali per richiamare l’attenzione sulla superpotenza cinese ) e Washington non può far altro che cercare di rispondere se vuole restare un protagonista del Pacifico. Il presidente russo Vladimir Putin sa bene che gli Stati Uniti vogliono “puntare sull’Asia”. Perciò vuole saggiare se gli Stati Uniti sono vigili o si sono stufati di proteggere i loro amici transatlantici. Oltretutto, l’influenza economica di Putin ha ostacolato una risposta unitaria europea nei confronti della Russia e dato che l’obiettivo russo è quello di frantumare l’unità dell’Unione europea e della Nato, il North Stream 2, il gasdotto che trasporta il gas naturale dai giacimenti russi alla costa tedesca, si è rivelato uno strumento straordinario. E con le elezioni alle porte in Francia, un governo alle prime armi in Germania e la Gran Bretagna alle prese con gli scandali del primo ministro Boris Johnson, perché non provare a vedere se gli alleati sono uniti e in stato allerta?  Vale anche per la Corea del Nord e per l’Iran che sta dimostrando che, per l’America, lasciare il medio oriente più facile a dirsi che a farsi.

 

I leader globali sanno che Biden, ad un anno dal suo insediamento, è sotto forte pressione in patria e ascoltano i repubblicani quando rimproverano al presidente di essere debole e inetto. Non c’è perciò da stupirsi, che cerchino di rendergli la vita ancora più difficile. Eppure il destino di Biden ci riguarda molto da vicino. La vittoria di Joe Biden nelle elezioni presidenziali del novembre 2020 ha aperto una finestra di opportunità essenziale anche da questa parte dell’Atlantico. La crisi economica del 2008 e poi la pandemia hanno destabilizzato la società e il sistema economico neoliberisti. E come scrivono Michele Salvati e Norberto Dilmore nel loro ultimo libro (che si intitola appunto “Liberalismo inclusivo”), i recenti sviluppi politici, economici e culturali potrebbero creare le condizioni per aprire una nuova fase stabile nella storia del capitalismo nei Paesi avanzati (che i due economisti definiscono “una nuova forma di capitalismo inclusivo”). E come per altre fasi stabili del capitalismo, i confini tra Stato e settore privato, tra efficienza e inefficienza dei mercati e sostenibilità sociale e ambientale dovranno essere ridefiniti per dare una risposta alla tensione (che ha caratterizzato tutta la storia del capitalismo) fra la libertà economica e l’esigenza di assicurare condizioni di benessere al più gran numero di cittadini.

Ma come loro stessi ammettono, Salvati e Dilmore non avrebbero potuto scrivere le loro note di cauto ottimismo se fosse riuscita la riconquista della presidenza degli Stati Uniti da parte di Trump. Per capirci, “il ritorno a Keynes” è difficilmente attuabile a livello mondiale o anche nel nostro piccolo angolo di mondo, senza un potere internazionale egemone in grado di sostenerlo. È, infatti, grazie all’assoluto predominio militare ed economico degli Stati Uniti che, nei trent’anni postbellici, i paesi a regime liberal-democratico sono riusciti a “conciliare tre cose che sino ad allora erano risultate inconciliabili: un sistema politico liberal-democratico, un’economia capitalistica, un benessere popolare diffuso”. Il guaio è che il paese che Biden si trova a governare è ben lontano dalle condizioni di forza economico-militare di cui diponevano gli Stati Uniti dopo la vittoria nella Seconda guerra mondiale; non ha la chiarezza di visione politica di Roosevelt e dei suoi successori ed è molto più diviso e polarizzato di allora. Ed il presidente americano si trova in una situazione più difficile per avviare un passaggio ad un liberalismo inclusivo e indurre l’angolo di mondo di cui l’America è egemone a seguirlo.

Per compensare la maggiore debolezza e incertezza dell’America, il nostro continente dovrebbe assumersi maggiori oneri di leadership del nostro angolo di mondo liberal-democratico, pur mantenendo una stretta alleanza con gli Stati Uniti. Ma se l’Unione europea non riesce ad esercitare una maggiore assertività e un maggior protagonismo nei campi cruciali della politica estera e della difesa, è molto difficile che riesca a raggiungere obiettivi avanzati di liberalismo inclusivo anche sul fronte interno.

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