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L’uccisione di George Floyd spacca l’America

Studente e social media manager
Manifestanti afroamericani negli Stati Uniti, muniti di mascherina con su scritto “I can’t breath”- “Non riesco a respirare”.
Manifestanti afroamericani negli Stati Uniti, muniti di mascherina con su scritto “I can’t breath”- “Non riesco a respirare”.

Dopo l’uccisione di George Floyd, afroamericano di 46 anni, a Minneapolis, gli USA sono piombati nel caos più totale. Saccheggi e devastazioni in molte zone delle varie città statunitensi si stanno susseguendo da quando Derek Chauvin, un poliziotto bianco, ha soffocato questo cittadino americano, la cui unica “colpa” era quella di avere la pelle di colore nero.

Questa è la vicenda: La sera di lunedì 25 maggio George Floyd acquista un pacchetto di sigarette a Cup Foods, un piccolo negozio che frequentava, che si trova all’incrocio tra la East 38th Street e la Chicago Avenue a Minneapolis, città in cui viveva con sua moglie e le sue due bambine. Un impiegato del negozio crede che la banconota usata da Floyd per pagare le sigarette fosse contraffatta.

Una volta uscito, i dipendenti, incerti sulla validità del denaro, lo raggiungono e chiedono senza successo a Floyd di restituire le sigarette. Allora chiamano il 911, che corrisponde alla nostra polizia, e, una volta arrivati, gli agenti si avvicinano al SUV di Floyd, estraendo la pistola e ordinandogli di mettere le mani sul volante. Allora un’agente estrae Floyd dal suo SUV, lo ammanetta e gli comunica che è stato arrestato per aver utilizzato dei denari contraffatti. Lo spingono a forza dentro la loro auto. Con l’arrivo di due ufficiali, viene trascinato fuori dalla macchina e buttato a terra, a faccia in giù e ammanettato.

Un ufficiale, il suddetto Chauvin, preme il suo ginocchio sul collo di Floyd, che, nel video registrato da un passante, può essere sentito ripetutamente dire “Non riesco a respirare”, “Per favore, per favore, per favore” e “Per favore, amico”. E dopo pochi istanti, George Floyd smette di muoversi. Rimane immobile. La sua vita è spezzata.

Non posso respirare. Queste parole parlano a tutti noi.

Le scene a cui stiamo assistendo sono ben lontane dal Sogno di Martin Luther King, che auspicava la pace e sopratutto il superamento della discriminazione tra bianchi e neri che ancora oggi persiste in America e comunque, se non in modo così brutale, in quasi tutte le zone del mondo.

Ciò che è accaduto è l’ennesimo atto in cui i bianchi, che si credono forti e invincibili, vogliono affermare la propria supremazia sull’altro, che spesso fa paura. Da questo evento è esplosa però una vera bomba sociale. Non che prima fenomeni del genere non accadessero, ma vi erano in maniera più limitata e non avevano avuto comunque una risonanza del genere in tutto il mondo, che oggi guarda attentamente l’andazzo della situazione negli USA, dove si trova al potere un Presidente che ogni giorno che passa risulta essere sempre più incapace e prepotente. Un Presidente che si mostra in mano con una Bibbia, invece di applicare il messaggio di comunione fraterna espresso nei testi sacri di qualunque religione monoteista.

Al fenomeno del razzismo non si risponde però con altrettanta violenza che rischia di annientare ogni giusta causa e di far passare molti manifestanti, anche quelli pacifici, dalla parte della ragione a quella del torto. C’è il sacrosanto diritto di manifestare e di esprimere il proprio dissenso, ma nei limiti della libertà, della civiltà e della stessa democrazia. La violenza è sempre sbagliata. Molti negozianti stanno subendo violenze. Un esempio è quella coppia di venditori che si difendono a vicenda dagli attacchi vandalici fatti verso di loro e al loro negozio.

Il tweet del candidato democratico alla Presidenza, Joe Biden, mi trova perfettamente d’accordo.

“I ask all of America — not to deny our pain or cover it over — but to use it to compel our nation across this turbulent threshold into the next phase of progress, inclusion, and opportunity for our great democracy.”

Biden chiede non di nascondere il dolore e la sofferenza, ma di usarli per indirizzare la nazione ad una nuova fase di progresso, inclusione e opportunità. Non si può negare che l’amministrazione Trump abbia incoraggiato l’avanzata del razzismo e della violenza, ma al contempo abbiamo due grandi armi per combattere questi fenomeni: la democrazia e l’istruzione.

La prima è allo stesso tempo semplice e complessa. Una cosa però la sappiamo tutti: andando a votare si può cambiare il destino di una nazione. Da una parte gli americani si troveranno un Presidente folle, dall’altra un uomo di grande spessore, già vicepresidente, che non ammirerà o inciterà le fiamme dell’odio, ma cercherà di guarire le ferite del razzismo che da tempo massacrano gli USA. Sta a loro scegliere. Il recarsi alle urne è la maggiore espressione della democrazia e del suo significato.

La scuola e l’istruzione costruiscono le basi di una nazione e delle persone che dovranno esserne liberi cittadini. Se non s’investe sulla scuola, pubblica o privata che sia, non andiamo da nessuna parte. Un grande uomo, Nelson Mandela, diceva che “l’istruzione è l’arma più potente per cambiare il mondo”, ed io ci credo fortemente.

Se davanti a noi ci trovassimo un mondo più acculturato e dotato di conoscenza, tutti vivremmo meglio. Molto spesso i leader utilizzano i social come veicolo per diffondere messaggi falsi che, iniziando a circolare velocemente, possono trarre in inganno molti e orientare il pensare dell’opinione pubblica spesso ignorante su molti temi.

Dopo questo terribile fatto, sappiamo però che la voce di Floyd non si è spenta, ma è viva attorno a noi e lui continuerà a gridare tramite le nostre bocche fino a quando non sarà fatta giustizia in modo giusto, e non con atti vandalici, che sono sempre da condannare.

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