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Magistratopoli e riforma della giustizia: la libera stampa alla scoperta dell’acqua calda

Magistratopoli e riforma della giustizia: la libera stampa alla scoperta dell’acqua calda

Quanti giornalisti folgorati sulla via del garantismo

Che il vento stia cambiando, per il partito delle procure e dei manettari, lo si capisce da molte folgorazioni sulla via di Poggioreale o di San Vittore. Due delle più celebrate carceri italiane. Delle quali, per molti agitatori di cappi, dovevano essere gettate le chiavi per ogni semplice indagato eccellente dalle procure della repubblica.

E non mi riferisco ovviamente solo a quella recentemente più celebrata del ministro degli esteri Luigi Di Maio. Che si é scusato  per i linciaggi, mediatici e del del suo partito, subiti dall’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti.  Che ora,  dopo l’assoluzione in appello, definisce « grotteschi e  disdicevoli ». Nonostante per decenni sia stat la sorte, disdicevole e grottesca, di un’infinitá di altri «presunti innocenti colpevoli fino a prova contrara». Come riportava il titolo di un articolo del Foglio del 23 aprile 2016.

Mi riferisco anche alla folgorazione di tanti colleghi giornalisti. Che ovviamente si difendono dalle accuse di un forse un po’ tardivo ravvedimento operoso, ricordando che sono sempre obbligati ad «attaccare il ciuccio dove vuole il padrone». Che nel loro caso é l’editore. E non si può certo negare che vi siano stati editori che per decenni hanno «appaltato» di fatto il servizio di portavoce delle procure della repubblica. Alla faccia del « watch dog » che, secondo gli anglosassoni, dovrebbe essere il ruolo della stampa. Cioè del cane da guardia contro gli eccessi di ogni potere. Che in Italia, per almeno tre decenni, é stato solo uno che meritasse di essere considerato tale. Quello giudiziario. O meglio, quello della magistratura inquirente. Alla faccia di quanto insegnato da Monsieur Charles-Louis de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu. Meglio noto semplicemente come Montesquieu. Che sanciva la moderna dottrina del « checks and balances », che significa controllo reciproco e  contrappesi. Oltre alla loro più conosciuta separazione, tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario.

Sparare contro la crocerossa, aiuta a soccorrere i (presunti) vincitori.

Ogni giorno sembrano crescere i giornalisti folgorati da questo nuovo garantismo de noantri. Forse perché ispirati dal cambiamento del vento. Che soffia verso la riforma della giustizia «perché ce la chiede l’Europa». O forse semplicemente perché  Salvini potrebbe guidare il Paese nei prossimi anni.  E non si sa mai.

Un caso tra i tanti che sembra dimostrare questo cambiamento, quello di Milena Gabanelli. Una delle più accreditate giornaliste italiane d’inchiesta. Che solo qualche anno fa qualcuno voleva persino alla Presidenza della Repubblica. E che io ammirai per il suo schernirsi. Dicendo che era laureata al Dams di Bologna (in arte, musica e spettacolo) e non riteneva quindi di averne le qualità. Certamente un merito, in un Paese dove tutti si dicono capaci di fare tutto. Soprattutto di gestire la cosa pubblica. Anche quando non possono dimostrare di aver  fatto qualcosa di serio nella loro vita. Arrivando a candidandosi persino alla guida del paese, pur non avendo mai gestito in vita propria nemmeno un condominio o una tabaccheria.

Meglio tardi che mai. Ma dove stavate prima?

Milena Gabanelli,  assieme a Virginia Piccolillo, nella rubrica Dataroom del Corriere della Sera, giornale cui confesso essere ancora abbonato, nonostante la grande cautela con la quale ha trattato la magistratopoli scoperchiata dal « Palamaragate », il 30 maggio ha pubblicato un video servizio dal titolo : « Giudici, cosa succede quando sbagliano : magistratura, processi e carriere».

Alla brava Gabanelli, e con essa anche al suo giornale, mi verrebbe da dire meglio tardi che mai.

Mi viene però anche da chiedere, e più che a lei a tanti altri giornalisti cosiddetti investigativi e della cronaca giudiziaria : ma dove stavate negli ultimi trent’anni? Non certo in Italia.

Perché quelle raccontate oggi da Gabanelli e Piccolillo sono cose che Stefano Liviadotti aveva denunciato nei dettagli, quasi tre lustri fa,  nel libro edito da Bompiani, “Magistrati. L’ultracasta”. Spiegando le ragioni tecniche per le quali era  impossibile (e penso ancora sia) una riforma della giustizia italiana che non sia unicamente leopardesca. Ed il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga in un celebre intervento telefonico in diretta durante una trasmissione di Sky Tg24 dello stesso periodo, non si limitò ad umiliare pubblicamente l’allora presidente dell’ANM Luca Palamara. Che definí « faccia di tonno ». Ma arrivò persino a definire l’Associazione Nazionale Magistrati come un’“associazione sovversiva di tipo mafioso”.

Parole di una gravità assoluta seguì dall’assordante silenzio della stragrande maggioranza dei media italiani. Come se a lanciare quella devastante pubblica accusa, che in altro paese europeo avrebbe meritato ben più che l’immediata apertura di un inchiesta giudiziaria (che non ci fu, da quanto ne so), seguita dalla costituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta, non fosse stato un presidente della repubblica emerito. Che come tale era anche presidente emerito del Consiglio Superiore della Magistratura, oltre che un professore di diritto costituzionale. Ma uno dei tanti imbecilli che, secondo Umberto Eco, « prima dell’avvento dei social media, parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Perché venivano subito messi a tacere ».

Leggetevi Stefano Livadiotti e riascoltate Francesco Cossiga

Negli ultimi tempi, sempre più «giornalisti coraggiosi» sembrano invece diventati bravi a dare lezioni sulle scandalose storture nella magistratura italiana.  Stracciandosi i capelli con l’italica vocazione a fare i primi della classe, incuranti di aver per anni marinato la scuola. Fingendo di chiudere le stalle quando sanno che i buoi sono già scappati.

Fingendo soprattutto di non sapere che in questi ultimi decenni solo Piero Sansonetti, e davvero pochissimi altri (oltre a Cossiga e Livadiotti), hanno avuto il coraggio di dire e scrivere  ciò che era invece sotto gli occhi di tutti. Quanto meno degli addetti ai lavori (politici, forze di polizia, giornalisti e anche avvocatura) che non avessero avuto il prosciutto sugli occhi. Che tanti si si sono messi con piacere.  Perché molto utile alla propria carriera. Ed é noto che in italia non c’é nessuno che non «tenga famiglia».

Ma a chi ora sembra essere votato al soccorso dei presunti vincitori del garantismo vs giustizialismo, voglio dare un consiglio. Quello di leggersi il libro di Liviadiotti. Poi quello di Palamara-Sallusti. Senza dimenticare, prima di cedere alla italica tattica del correre sempre in aiuto dei  vincitori, di leggere quello più recente, edito da Feltrinelli, a firma di un capo di gabinetto ministeriale, che ha voluto però restare anonimo. Dal titolo « Io sono il potere. Confessioni di un Capo Gabinetto ».

Capirá così non solo che la luna é gia stata scoperta da tempo. Al pari dell’acqua calda. Ma anche che l’arrivo della riforma della magistratura, nonostante un premier del livello di Mario Draghi ed i proclami di Matteo Salvini, é tutt’altro che cosa scontata. Almeno sinché il Ministero della Giustizia ed i gabinetti dei Ministri rimarranno in mano ai magistrati. Fuori ruolo, certo. Ma pur sempre magistrati.

E forse opterà per la scelta del più prudente rifoderarsi gli occhi di prosciutto. Prima di farsi magari rifolgorare sulla via del giustizialismo manettaro.

Perché il ciuccio, come noto, si deve sempre attaccare dove vuole il padrone e l’editore. O forse, semplicemente, dove si trova il proprio particulare.

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