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Milano 2021, qualche nota a margine per andare a votare

© 2020 Giordano Di Fiore
© 2020 Giordano Di Fiore

A Milano, nel 2021 si va a votare (a giugno o a settembre? Ancora non lo sappiamo). Ed è giusto fare qualche riflessione.

Il Covid ha posto degli interrogativi importanti, evidenziando alcuni nervi scoperti della città. Ma procediamo con ordine.

Il primo punto da mettere in luce è in continuità con la storia di sempre: la cesura tra il centro (che quasi sempre coincide con la circonvallazione esterna) e le periferie. La città è sempre meno monocentrica, sono nati nuovi e diffusi luoghi d’interesse (Gae Aulenti e City Life per esemplificare). Tuttavia, i nuovi “centri” sono tutti interni alla circonvallazione (quella della 90). Fuori, tragicamente, non si riesce ad uscire. Il misero esperimento della Triennale Bovisa, collegata con Expo, è naufragato senza lasciare traccia. Bovisa, un quartiere esemplificativo: l’eterna storia di enormi potenzialità che non sbocciano.

I progetti su Lambrate-Rubattino fanno ben sperare: dopo la riqualificazione di Conte Rosso, e il consolidamento del Ventura District, crescono le aspettative la riqualificazione dell’area Innocenti, che porterà in periferia i laboratori della Scala. A dire il vero, la chiusura del Serraglio all’Ortica (causa Covid) e lo spostamento di East Market non sono un ottimo segnale.

Arriviamo ai “gemelli diversi”: Fondazione Prada ed Hangar Bicocca. Progetti interessanti (soprattutto il primo, maggiormente integrato), ma non sufficienti a rivitalizzare quei quartieri. La Bicocca è, diciamocelo fuori dai denti, una delusione: più simile ad una speculazione immobiliare che ad un quartiere universitario. Su Fondazione Prada, il futuro pare più luminoso: la riqualificazione dello scalo romana sanerà la cesura e darà probabilmente i natali ad una nuova Gae Aulenti (la stessa Prada, peraltro, è nel progetto, insieme all’onnipresente Coima).

Infine, c’è NoLo, esperimento riuscito a metà. Locali graziosi e gentrification non riescono ad incrociarsi con le sacche di immigrazione e povertà, presenti specialmente su Via Padova. Peccato. E’ come se ciascuno vivesse nella sua bolla. L’esperimento fighetto della Social Street che non sbarca nella strada, quella vera.

Non mi sovvengono altre “rivoluzioni” periferiche: cittadella olimpica a Rogoredo e parco di San Cristoforo non incideranno così tanto sul lifestyle dei quartieri. Porta Vittoria sembra il nulla assoluto, roba da menare le mani. Scalo Farini è già in una zona centrale, che si prepara a diventare stellare. Il resto, non pervenuto.

A parte alcuni rari esempi, come abbiamo visto, le periferie restano un mondo lontano. Luoghi dove troppo spesso si concentra povertà, sofferenza, esperimenti non sempre riusciti di integrazione e fenomeni delinquenziali.

Una grande città deve sapere mischiare le carte: e non basta una pista ciclabile (mal fatta) su Viale Monza ad integrare la periferia al centro.

Ci sono buoni margini di miglioramento. La Martesana, ad esempio, potrebbe prendere una vocazione più commerciale, diventando alternativa agli “altri” Navigli. Magari sede di ristorantini e locali più intimi e soffusi (un po’ come il greco, avete in mente?).

Percorrendo il canale verso fuori, sarà prima o poi necessario ripensare a Cascina Gobba. Oggi, un guazzabuglio, senza né arte, né parte. Eppure, potenzialmente interessante. Con la sua commistione tra le campagne, il canale, il fiume Lambro, gli svincoli autostradali, il “capolinea” della metro, l’ospedale San Raffaele, e poi Vimodrone e Segrate. Ci vuole una soluzione di continuità, per rendere fruibili tutti gli spazi.

Riprendendo la Martesana e tornando indietro, altre due promesse: cominciamo da piazza Greco, meravigliosa, con quel bellissimo recupero delle cascine, davvero si può sognare una rinascita del quartiere. E se andiamo verso la Stazione Centrale, beh: non ci siamo dimenticati che lungo l’asse Aporti-Sammartini ci promettono da anni street food e design (un po’ come dietro Bastille a Parigi). Il Mercato Centrale sarebbe dovuto essere il volano, ma dobbiamo attendere prima il vaccino, mi sa.

Poche righe fa, ho accennato al Lambro: questo fiume putrido e maledettamente inquinato è al contrario una meravigliosa risorsa. Il bacino verde che lo contiene va reso continuo. Non ci può essere parco Lambro, poi mille interruzioni fino ad arrivare al Forlanini. Deve assolutamente diventare un percorso unico (con in mezzo la cittadella della Scala). Possibilmente RIPULITO.

E tornando ancora alle ciclabili: è giunto il momento di integrarle tra di loro. Che senso ha, facendo un esempio a caso, che tra corso Buenos Aires e via Morgagni non ci sia un collegamento?

Concludendo, però, il ragionamento sulle periferie, Milano ha una grande fortuna rispetto ad altre città. Quartieri come Barona, Quarto Oggiaro, o Corvetto, profondamente popolari, furono pensati con criterio: case popolari inserite in parchi, costruzione di scuole, ospedali, mezzi pubblici. Questi luoghi oggi devono tornare a vivere. Non solo nei video dei trapper, con i miseri racconti di spaccio e piccola mediocrità elevata a bandiera. Integrazione e continuità territoriale delle zone verdi può essere un primo passo, per rendere possibile la fruizione, il raggiungimento fisico dei territori. Ma qui comincia la progettualità: festival, contest, investimenti in scuole e relativi campus (pensiamo a Iulm in Barona), iniziative. Per restare in zona, c’è quel gioiello del Teatro Barrio’s: va valorizzato. Tanto quanto la Scala. E’ una fortuna avercelo. E se poi i casermoni anni ’80 piacciono tanto ai trapper, partiamo da qui. Una città della musica, un laboratorio per videomaker. Non c’è solo la città della Salute, cosa dite (e, a proposito, a che punto siamo? E che fine faranno le aree di Besta e Tumori?).

Sempre sui grandi progetti: Reinventing Cities, come siamo messi? Soprattutto, non basta rifare, che so, piazzale Loreto e non toccare la viabilità intorno. Lì ci sono Viale Monza, Via Padova, Via Costa-Leoncavallo-Palmanova, Porpora-Rubattino, Vallazze che praticamente sono parallele. Tutte a doppio senso, tutte congestionate. Pensiamoci. I grandi progetti hanno grandi ricadute sui territori locali: questo processo va coordinato meglio. I percorsi partecipati restano sempre un’esperienza chimerica per pochi.

Dopo periferie e grandi progetti, arriviamo al punto caldo della riflessione: Milano e il Covid. Su questo abbiamo scritto tantissimo in precedenza. E lo ribadiamo.

Stanno chiudendo TROPPI, TROPPI negozi. Bar, ristoranti, abbigliamento. Gli affitti costano troppo. I fondi non mollano. Preferiscono tenere gli spazi vuoti e conservare le quotazioni immobiliari. Il governo risponde con un piano affitti del tutto inefficace. Non si può pensare che il credito di imposta possa ristorare chi non ha più una lira. L’unica è intervenire direttamente sul canone d’affitto. I crediti vanno elargiti ai proprietari per il mancato guadagno, in cambio di un blocco o sensibile riduzione.

Poi, ci sono gli uffici vuoti. Gli alberghi chiusi. Gli airb’n’b deserti. Offerta di spazi illimitata. Lo abbiamo detto e stradetto. Incentiviamo il privato a riallocare quegli spazi. Ad esempio in soluzioni di co-working e co-office.

Una grande eccellenza milanese è sempre stata il trasporto pubblico. Eppure, non è stata all’altezza. Non ha saputo trasformarsi.

Di fronte all’onda dei contagi, la capienza non avrebbe mai dovuto eccedere il 50%. Il trasporto deve integrarsi con compagnie di bus privati e taxi. Dedicando orari e corse alle persone più fragili.

E non basta: bisogna trattare con le grandi aziende e le scuole. Per redistribuire tutti gli orari.

E rendere, in questo, Milano una città più internazionale. Guardate che è la normalità, per le grandi città, vivere 24 ore su 24. Che non significa solo fare la spesa. Ma significa, per esempio, poter seguire un corso universitario serale. Perché qui non ce ne sono?

Una riflessione finale sul quartiere in 15 minuti. Ok la sostenibilità ambientale e il chilometro zero, ma attenzione a non entrare in una dimensione da stato sovietico, che ti deve dire dove andare e cosa fare. Al contrario, i quartieri debbono essere tutti integrati tra di loro (circle line?) e soprattutto attrattivi. Perché è troppo facile fare di Porta Venezia un quartiere in 15 minuti. Più difficile esportare lo stesso modello a Bruzzano. Quindi, occhio a non creare dei ghetti. Perché il Covid ci ha dato contezza che un confinamento con villa e piscina è differente da un confinamento in un monolocale degradato.

 

 

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