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Milano liberal-democratica: intervista a Dario Forti

Intervista a Dario Forti

Continuiamo il nostro ciclo di “chiacchierate” ispirate alle elezioni milanesi, intervistando Dario Forti, esperto di organizzazione, formazione e presidente di Ariele – Associazione italiana di psicosocioanalisi.

Dario Forti, lei è un esperto di organizzazione e di psicosocioanalisi. Proviamo a dare uno sguardo alla imminente campagna elettorale milanese utilizzando questa lente. La Milano degli ultimi anni, a partire da Expo, è una città sorprendentemente sexy, capace di sedurre e conquistare come mai prima. Il Covid deflagra in modo inatteso, portando alla luce ciò che prima era invisibile (o poco visibile). Milano e fragilità, soltanto un anno fa, sarebbero apparse come un ossimoro. Oggi, al contrario, la città sta facendo necessariamente i conti con le sue paure, con le sue debolezze.
A suo parere, ha retto la sfida? La classe politica dirigente si è mostrata all’altezza di gestire un quadro tanto cambiato?
 
Non so se le mie supposte competenze aiutino ad avere uno sguardo privilegiato sulla realtà politica e amministrativa, anche se il mio maestro, Gino Pagliarani, affermava che il fondamento della disciplina che ho imparato da lui ad amare e coltivare – la psicosocioanalisi – consiste propriamente nel rapporto che si ha con la polis, il luogo elettivo della cittadinanza e, appunto, della politica.
Milano, per me, è un soggetto ed un oggetto difficile da inquadrare e giudicare. A Milano ci sono nato (anche se le origini della mia famiglia sono ferraresi e mantovane), ne ho respirato gli odori e i colori (per la verità al tempo quasi indistinguibili); ho amato i segni caratteristici dell’immediato dopoguerra, dalla nebbia e i tram con le panche di legno ai vigili ritti su degli strani cilindri di legno a righe rosse e bianche nel mezzo di incroci stradali percorsi da non tante automobili.
L’amministrazione comunale, per i milanesi, è sempre stato un riferimento amichevole, impersonata nella figura del Sindaco. Forse dico una cosa non condivisa da tutti, ma faccio fatica a non ricordare con apprezzamento e affetto ognuno dei Sindaci milanesi, a partire da quelli socialisti degli anni 60’ e 70’ – su tutti Aniasi e Tognoli – a quelli del post-Tangentopoli – dal leghista ex socialista Formentini fino alla signora Moratti – e naturalmente Giuliano Pisapia e Beppe Sala, per la cui campagna mi son dato parecchio da fare.
Milano infragilita? Può darsi. Ma qui mi viene in soccorso la psicosocioanalisi, che si fonda sul concetto dell’insopprimibile “incompletezza” dell’individuo, che, da tale condizione, mai risolta una volta per tutte, trae la forza per continuare a generare idee, azioni e così costruire ogni giorno se stesso.
La “Milano da bere”, che io ho amato moltissimo, quella dell’internazionalità coronata da Expo, quella ripiegata su se stessa, a me non sembrano città diverse, forse solo necessarie fasi evolutive di trasformazione e di latenza.
Concludo questa prima, così lunga, risposta con un auspicio. La sfida per l’amministrazione consisterà proprio nell’accettazione e interiorizzazione di questa natura complessa, e per certi versi ambigua, di Milano: smagliante, piena di eccellenze, ma anche vulnerabile. E, se devo provare a giocarmi anche il punto di vista del supposto esperto di organizzazione, Milano sarà chiamata ad affrontare davvero e finalmente la questione dell’efficienza amministrativa, della rapidità delle risposte e di un saldo orientamento al cittadino, al professionista, alle imprese.

Prima della pandemia, numerosi intellettuali, architetti, urbanisti hanno evidenziato la profonda dicotomia che si stava delineando tra le grandi metropoli e gli altri centri urbani. In questo scenario, la metropoli diventa sempre più attrattiva, per una sorta di economia di scala, che rende le risorse (di qualunque genere) più facilmente accessibili. Dall’anno scorso, abbiamo assistito ad una inversione di tendenza: alcuni di questi intellettuali, con una inversione a U, hanno esaltato le qualità dei centri medio-piccoli, le loro maggiori possibilità di adattamento, l’ambiente più favorevole alle nuove modalità di lavoro in remoto.
Lei come vede la Milano dei prossimi anni? In quanto metropoli, tornerà ad essere indispensabile e vincente, oppure davvero qualcosa è cambiato in modo definitivo?

Ma sì, la capisco questa posizione, peraltro non nuovissima – ce la ricordiamo l’epoca in cui la borghesia milanese, causa inquinamento, rapine e terrorismo, lasciava la città, curiosamente secondo un ordine di rigida stratificazione socioeconomica: la piccola borghesia nelle villette a schiera della Brianza, la media nelle new town di Berlusconi, la grande e grandissima borghesia sulle rive dei laghi di Lugano e Ginevra.
Io al mito dei piccoli centri, dei borghi medioevali, ho sempre collegato la piacevole e privilegiata condizione dell’artista che può, anzi, per certi versi, deve, isolarsi in un casale monferrino o del Chianti, versione nostrana dello scrittore newyorkese (penso al mio amato Philip Roth), che si ritira a scrivere in un cottage tra i boschi del Connecticut.
È vero che reti e piattaforme ormai consentono un’interconnessione totale, e che l’Internet delle cose aiuterà anche a risolvere il problema oggettivo del trasferimento di materiali e merci, ma insomma, come è pensabile che i piccoli centri – almeno quando saremo usciti dalla precarietà attuale del distanziamento fisico – possano essere un’alternativa credibile alle città come Milano e offrire anche solo una quota ridotta di occasioni lavorative, culturali, artistiche e di intrattenimento?

Le prossime elezioni vedranno presumibilmente comparire sulla scena nuovi soggetti politici: partiti come Azione, o Italia Viva si presenteranno alle votazioni, da soli oppure combinati alchemicamente in varie liste. Quali caratteristiche ha un’organizzazione di successo?

Domanda difficilissima. Milano è una città di ceto medio, naturaliter pragmatico e a basso livello di ideologizzazione, pregiudizio, populismo e tutto ciò che abbiamo visto fiorire in questi anni, tra il trucismo (cito Giulianone Ferrara) di Salvini e quello postdemocratico di Donald Trump (che non a caso è stato rigettato da New York, la sua città). Ciononostante, Milano solo in certi felici momenti ha premiato le forze politiche che meglio ne incarnavano lo spirito imprenditivo e “sviluppista”. L’ha fatto un po’ con la DC di Marcora, il PSI craxiano, il PRI di La Malfa (che pure aveva le sue enclave più solide in Romagna e Sicilia), con i Radicali almeno sui temi civili, quando non lasciava granché spazio al PCI e, più recentemente, alla Lega di Bossi.
Oggi non sono sicuro che le forze dal profilo più dichiaratamente a favore della prosecuzione della stagione dello sviluppo (rinunciando alla talvolta stucchevole retorica, così prevalente a sinistra, del “e le periferie?”) riescano a trovare riconoscimento in quanto tali. Preferisco pensare che la coperta protettiva che mi pare il Sindaco uscente offre loro sia la soluzione elettoralmente più percorribile. Di più, non essendo un politologo né un sondaggista, non mi sento di dire.

Dario, lei si riconosce nell’area cosiddetta LibDem: che cosa rappresenta la liberal-democrazia? È una categoria nuova, che supera quelle del secolo passato? Quali istanze persegue?

La risposta è sostanzialmente sì. Per molto tempo liberalismo e socialismo sono stati, più ancora che forze politiche, sistemi di pensiero contrapposti. Non posso dimenticare l’impegno strenuo, allora vincente, dei socialisti italiani per la nazionalizzazione dell’energia elettrica, riforma tenacemente avversata dai liberali di Malagodi. E che, ancora alla fine degli anni ’70, Mitterand vinse finalmente l’elezione presidenziale su un programma comune con i comunisti centrato tutto sulle nazionalizzazioni (programma che, fortunatamente, abbandonò appena un anno dopo l’insediamento all’Eliseo).
Oggi definirsi liberaldemocratici, almeno per me, significa non solo riprendere una felice intuizione degli anni del craxismo – ricordo il dialogo “Lib-Lab” tra Enzo Bettiza e Ugo intini a inizi anni ’80 – ma, nelle presenti condizioni, riconoscere che le ragioni del socialismo (lotta alle diseguaglianze senza scadere nel mito dell’uguaglianza comunista) e quelle del liberalismo (open society alla Karl Popper e alla Anthony Giddens, non certo alla Margaret Thatcher) debbono trovare una ricomposizione tra loro, per costruire finalmente una sintesi virtuosa – come disse Claudio Martelli – tra meriti e bisogni.
Cercare una sintesi tra posizioni politiche diverse non equivale ad affermare il loro fallimento; questa immagine la lascio volentieri ai nipoti nostalgici di Enrico Berlinguer che affermava la necessità di una terza via tra comunismo e capitalismo. È solo che le sfide della contemporaneità, tra globalizzazione, populismi, aggressività cinese e mettiamoci pure le pandemie, obbligano a distillare il meglio delle tradizioni più solide che la storia degli ultimi due secoli comunque ci ha lasciato.

Ultima domanda, per concludere questa intervista: di cosa ha bisogno Milano in questo momento, di cosa si dovrà occupare la nuova legislatura?

Qui mi trovo a ripetere sostanzialmente le cose che vi ha detto qualche giorno fa l’amico Mario Rodriguez. Milano ha la possibilità, in larga misura già a portata di mano, di valorizzare la sua natura accogliente e attraente di giovani (penso all’importanza del ruolo delle università milanesi, senza pari in Italia e tra le più significative in Europa), di ricercatori (io sono ammirato ed entusiasta per il progetto della città della scienza che sta sorgendo nel sito di Expo) e di imprese internazionali (processo che credo, una volta superata la crisi pandemica, riprenderà, anche favorito dagli effetti della Brexit, ancora in larga misura inespressi).
Credo che non solo il Comune, ma l’insieme delle istituzioni milanesi e lombarde e dei corpi intermedi, imprenditoriali, professionali e sindacali, è in questa direzione che dovrebbero concentrare il proprio massimo impegno nei prossimi anni.

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