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Non facciamo pass-falsi

Giornalista
Non facciamo pass-falsi

Tra i tanti (forse troppi) dubbi che attanagliano l’esistenza, siamo abbastanza certi nel poter affermare che non siamo molto inclini a cedere quote di libertà. Le vogliamo tutte, nessuna esclusa, come i piccioni quando si avventano sulle briciole nelle piazze delle nostre città.  Siamo tanto avidi di “diritti” quanto avari di “concessioni” da rasentare situazioni alquanto tragicomiche.

Prendete – ad esempio – il caso del green pass in Francia:  per una coraggiosa decisione del suo presidente Emmanuel  Macron, il documento vaccinale è diventato ciò per cui è nato ossia non una semplice attestazione ma anche segnatamente un’autorizzazione, un vero e proprio lasciapassare per poter svolgere progressivamente una vita sociale tendente alla normalità. 

Questa situazione mi sembra che non stia accadendo in Italia, analogamente all’esito infausto per l’App Immuni pensata per il contact tracing (che a differenza dell’altra app IO non comportava un rimborso o un bonus di qualunque tipo).  Immuni finì nel cestino e  il tracciamento fece un flop pazzesco con il silenzio imbarazzato del ministro Speranza, del CTS e di Conte. Tornando all’attuale Pass Covid,  dal green si sta passando al “pink” dell’imbarazzo poichè sembra una roba fatta a metà. Cioè, tutti hanno questo qr code nel proprio smartphone ma  – in molti si chiedono – a che serve se non diventa “dirimente” per un ampio spettro di situazioni? 

 

Ci vuole un grande sforzo di onestà intellettuale per comprendere in maniera “fertile” la complessità del momento e magari riusciremo anche ad accennare – senza disagio – al tema del dovere collettivo senza la paura di essere tacciati di dittatura sanitaria o figli di una fantomatica società orwelliana – come afferma scioccamente la Meloni – che non esiste de iure benché meno nei fatti.  Si tratterebbe solo di innescare meccanismi di concertazione dentro la comunità civile che declinano la questione al plurale.  Non ha senso quindi continuare a piegare e a ridurre ogni determinazione solo sul piano individuale, privato ma bisogna cercare sempre il bene del “noi”.

In altre parole, non si può fare tutto quando viene messa a repentaglio la salute degli altri e non si è liberali appellandosi alla libertà sacra e inviolabile se poi asfalti il resto del mondo intorno a te; e la dialettica tra libertà e tutela non è un tema da talk show sornione, è un confronto aspro e profondo. Per scioglierlo di volta in volta ci vorrà tanta apertura mentale e una buona dose di  pazienza. Mi ostino a pensare che esista  – in tempo di epidemia – una prospettiva etica oltreché giuridica  tale per cui – per dirla con J. Stuart Mill – That the only purpose for which power can be rightfully exercised over any member of a civilised community, against his will, is to prevent harm to others. His own good, either physical or moral, is not a sufficient warrant

Cosa fare dunque con il pass? Facciamo alla francese? Non lo so ma è una buona idea: del resto, come è giusto esibire il pass per poter mettere piede all’estero (pena la quarantena in albergo o l’essere rispediti a tue spese a casa) così facciamo accadere le cose per come sono nate e costruire meccanismi diciamo di premialità in nome della tutela di se stessi e degli altri senza tanto fiatare o fare il furbetto.  In caso contrario, rischiamo (dio non voglia) di parlare fra qualche mese di variante “LAMBA” avendo dilapidato i sacrifici della maggioranza del paese per colpa di isterismi liberali bizzarri e – eufemisticamente – friabili.  Ricordate JFK quando disse Ask not what your Country can do for you, ask what you can do for your Country” (“Non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te, chiediti cosa tu puoi fare per il tuo Paese”) ?

Ecco, non possiamo permetterci pass-falsi. 

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