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Operare un neonato alla luce di un cellulare

Operare un neonato alla luce di un cellulare

Mi fa sempre impressione il distinguo tra rifugiati e migranti economici. Aventi diritto e non aventi diritto, serie A e serie B in quel campionato della ricerca della felicità che è la storia delle migrazioni. Le politiche dell’accoglienza sono complicate e, molto triste dirlo, non c’è dubbio che sia necessario definire dei criteri. Ma questa collocazione delle persone sui gradini della scala del bisogno è imbarazzante dal punto di vista del rapporto serale con la nostra coscienza e fuorviante nel dibattito pubblico. Non mi addentro sul primo aspetto perché lo trovo troppo difficile da affrontare. Difficile: non mi viene in mente un altro aggettivo. Mi concentro invece sul secondo. Parlare di “migranti economici” porta a pensare che chi decide di affrontare la roulette russa del viaggio lo faccia per scelta, velleità, utopia. In molti, moltissimo casi, la scelta non c’è, a meno che non si accettino condizioni che tutti noi fortunati, che viviamo dalla parte giusta del mondo, giudicheremmo inaccettabili.

Lo tocchiamo con mano quando ascoltiamo la storia del chirurgo pediatrico Dionísio Cumbà, Ministro della Salute della Repubblica di Guinea-Bissau. Ha studiato in Italia, a Padova, grazie al finanziamento di 40 famiglie di Dolo, capitanate dal portiere dell’ospedale dove lavorava.

I suoi racconti sulla situazione della sanità in Guinea-Bissau fanno letteralmente rabbrividire. Dodici anni fa, non un secolo fa, il dottor Cumbà si trovava nel suo Paese. Viene chiamato da un collega per visitare una neonata con un’occlusione intestinale: “Non solo non c’era nessun chirurgo in grado di eseguire questa operazione – il mio collega mi confessò che i bambini con diagnosi di questo tipo solitamente si aggravavano fino a morire – ma non c’era nessun anestesista pediatrico, né una sala operatoria attrezzata per intervenire su una bimba così piccola. In un vero e proprio peregrinare, in taxi – non c’erano autoambulanze nel Paese – e con la bimba in braccio, visitammo due ospedali nei quali non c’erano nemmeno le condizioni minime per l’intervento”.

Sembra un film dell’orrore. Ma il peggio deve ancora venire. Finalmente Cumbà e il suo collega trovano una sala operatoria in una struttura privata. La puliscono e l’attrezzano per eseguire l’intervento. Iniziano l’operazione: “appena fatta l’incisione, il generatore va in blocco e con la luce del cellulare del mio amico oculista riuscimmo a fare la colostomia”. Oggi quella bambina è diventata un’adolescente. Ma questa storia ci fa capire come la distinzione tra serie A e serie B dei fenomeni migratori sia troppo spesso priva di senso.

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