Esteri
Il Regno Unito volta ancora pagina: sette premier in dieci anni, economia a picco e alta pressione fiscale
In una settimana storica nello UK, caratterizzata per l’estremo caldo da allerta rossa, l’aspetto più sorprendente delle dimissioni di Keir Starmer, con la voce rotta di commozione oggi fuori dal number 10, è quanto fossero state preannunciate. Solo ieri alla BBC, il ministro per le Imprese Peter Kyle ha deliberatamente evitato di ribadire la promessa di Starmer di restare e combattere, affermando invece che il premier si stava prendendo del tempo per “riflettere sulle sfide politiche”. Oggi Starmer lascia la leadership dei laburisti e il posto da Primo Ministro, dopo aver informato Re Carlo III per tornare dalla famiglia a cui ha rivolto il ringraziamento più sentito.
La diagnosi della fine avviene per aritmetica interna, come il laburista Charlie Falconer ha sintetizzato bene affermando che al primo ministro non era rimasta “assolutamente alcuna autorità” costringendolo ad un passaggio di consegne concordato. Sulla successione, l’analisi è pressoché unanime nel ritenere Andy Burnham favorito, ma non senza avversari. Arrivato con il treno da Manchester poco fa alla stazione di Euston affollata di giornalisti e fotografi nel cuore di Londra, Andy Burnham ha subito prestato giuramento come parlamentare a Westminster. Sa che le candidature per la leadership si aprono il 9 luglio e si chiudono con la pausa estiva del 16 dello stesso mese. Se non avrà sfidanti, potrebbe diventare premier nel giro di poche settimane, altrimenti il nuovo leader arriverà entro il primo settembre.
La decisione di Streeting di farsi da parte e sostenere Burnham ha eliminato il rivale più ovvio tra i laburisti, anche se rimane l’ex ministro delle Forze armate Al Carns come possibile candidato “outsider”. La lettura dell’opposizione è scettica verso la narrazione del “nuovo inizio”. Kemi Badenoch, leader dei Conservatori, ha sostenuto che “vincere una contesa non equivale ad avere un programma di governo”, chiedendo a Burnham di spiegare come intenda finanziare la difesa e avvertendo che il problema di fondo, come i deputati contrari ai tagli al welfare, sopravvive a qualsiasi cambio di leader. Reform UK ha reagito con tono trionfante. Forte dei 1.453 seggi locali conquistati a maggio, pari al 28% del consenso nazionale – il suo miglior risultato di sempre – Nigel Farage ha subito chiesto elezioni generali. Ha definito Starmer il premier “più incompetente” della storia britannica e ha attaccato Burnham: “Non ho paura di Andy Burnham”. Tono diverso per i Liberaldemocratici: il leader Ed Davey, che era stato tra coloro che chiedevano l’uscita di scena di Starmer per la nomina di Mandelson legata a Epstein, da lui definita “un altro disastro”, ha mantenuto l’attenzione del suo partito sulla riforma dell’assistenza sociale e su legami più stretti con l’Europa.
Quanto al futuro, se Burnham eredita Downing Street come settimo primo ministro britannico in un decennio, si ritrova in un momento di acuta instabilità, con i mercati nervosi: il FTSE 100 in calo, la sterlina che perde lo 0,2%, il debito pubblico che si attesta vicino al 95% del PIL e la pressione fiscale ai massimi da settant’anni, lasciando pochissimo margine per finanziare i servizi o la difesa senza nuovo indebitamento o nuove tasse. La sua promessa di “rinnovamento” si scontra ora con un partito diviso, un elettorato scettico che non ha testato la sua capacità e le sue idee innovative a livello nazionale e un Tesoro privo di quasi ogni margine. Comunque la si voglia vedere, le sfide della Gran Bretagna sono enormi, tra innovazione tecnologica, economia della difesa e welfare e sicurezza nazionale. Qualunque sia il governo che verrà, avrà bisogno di un’Europa forte, insieme alla quale costruire un continente in grado di raggiungere quella autonomia strategica così necessaria: vero faro delle liberal democrazie del futuro.
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