E alla fine il probabile è diventato inevitabile. Il ministro della salute Wes Streeting si è dimesso. Con una durissima lettera indirizzata al capo del governo, ha aperto le porte alla slavina che trascinerà nel fango non solo Keir Starmer ma che metterà probabilmente una pietra tombale sul futuro del Partito laburista in Gran Bretagna. Che si respiri aria da fine impero lo si capisce anche dalle dichiarazioni al vetriolo che hanno accompagnato le dimissioni. Streeting ha tirato fuori l’artiglieria pesante e ha sferrato il colpo finale: “È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Labour alle prossime elezioni. Abbiamo bisogno di una visione, ora abbiamo il nulla. Ci serve una direzione, siamo nel pieno di una deriva”. Lapidario, nessuna possibilità di dialogo o riconciliazione.

Che Starmer sia a fine corsa è evidente. Il problema resta il quando e il come. L’orizzonte di settembre, che fino a ieri sembrava probabile, ora non è più così scontato. La politica è fatta di liturgie, certo, ma anche di accelerazioni improvvise e incontrollabili. E questo è un caso scuola. Ma la crisi è più profonda e non riguarda solo la persona del premier o una casellina da riempire. È abbastanza evidente che siamo alla fine di un ciclo, e il tonfo è ancora più fragoroso proprio per la ampia investitura che la sinistra aveva ricevuto dagli elettori alle ultime politiche. Aspettative tradite cui segue una delusione cocente che ha spostato i consensi più sinistra, verso i più “credibili” green che hanno vita facile nello sparare sulla croce rossa. Un po’ di retorica ideologica, una spruzzata di scontata propaganda di pancia e il gioco è fatto. Gli scontenti abboccano. Stesso film per Reform Uk, che mette in campo un armamentario retorico molto simile.

Ma governare un Paese è un’altra storia. E lo sa bene Carlo III, che nel suo discorso del Re di questi giorni ha indicato le priorità da seguire: istruzione, sanità e giustizia. Ma neppure le “raccomandazioni” e le parole “concilianti” del sovrano sono servite a fermare la valanga. Deputati in rivolta, dimissioni e punto e a capo. Il paradosso è che questa crisi, che è tutta responsabilità della inconsistenza di Starmer e della lotta fratricida all’interno del partito, arriva in un momento di rilancio per l’economia inglese. I dati parlano chiaro: la corsa della sterlina sul dollaro non mostra cedimenti. Anzi, la visita nelle “ex colonie” della famiglia reale sembra aver agito come iniezione di fiducia tonificante. Così per l’economia, che nel primo trimestre dell’anno segna un incoraggiante rialzo: +0,6% nel primo trimestre dell’anno, in linea con le aspettative di mercato e in miglioramento rispetto allo 0,1% registrato nel trimestre precedente. Ancora più sorprendente il dato mensile del PIL di marzo. L’economia britannica è cresciuta dello 0,3% nel mese, ben oltre le attese che prevedevano una contrazione dello 0,2%.

La risalita è un fatto solo in parte inaspettato, perché qualche segnale si intuiva. A maggior ragione gli elettori non perdoneranno l’incapacità del governo di capitalizzare la crescita per creare lavoro né di non averla saputa usare come argomento contro gli avversari. Starmer e i suoi hanno preferito il suicidio assistito. Gli scenari sono incerti; resta solo da sedersi in prima fila e preparare i popcorn. Ma purtroppo un’Inghilterra fragile è una sciagura che può trascinare in una crisi ancora più nera tutta l’Europa. E non se ne sente il bisogno.