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Paolo Ghezzi: “In emergenza l’ordinario rischia di saltare, bando all’improvvisazione”

Paolo Ghezzi: “In emergenza l’ordinario rischia di saltare, bando all’improvvisazione”

L’Organizzazione mondiale della sanità l’11 marzo 2020 ha ufficialmente dichiarato l’epidemia di Covid-19 una pandemia mondiale. Essa costituisce una grave emergenza di salute pubblica per i cittadini, le società e le economie. Sta mettendo da mesi a dura prova i sistemi sanitari nazionali e sta provocando l’interruzione delle catene di approvvigionamento su scala mondiale, volatilità sui mercati finanziari, shock dei consumi e ripercussioni negative in vari settori. La pandemia sta mettendo a repentaglio i posti di lavoro dei cittadini, i loro redditi e le attività delle imprese. Ha provocato un forte shock economico che sta già avendo gravi ripercussioni nell’Unione europea. Il 13 marzo 2020 la Commissione Europea ha adottato una comunicazione che sollecita una risposta economica coordinata alla crisi, coinvolgendo tutti i soggetti a livello nazionale e dell’Unione.

Molti Stati membri hanno quindi dichiarato lo stato di emergenza o hanno introdotto misure di emergenza. Misure di emergenza che, secondo le regole europee, devono essere rigorosamente proporzionate, necessarie, limitate nel tempo e in linea con le norme europee e internazionali. L’UE prevede inoltre che  siano sempre soggette al controllo democratico e a un sindacato giurisdizionale indipendente.

Il 20 marzo 2020 la Commissione ha poi adottato una comunicazione sull’attivazione della clausola di salvaguardia generale del patto di stabilità e crescita . La clausola facilita il coordinamento delle politiche di bilancio in tempi di grave recessione economica. Nella sua comunicazione la Commissione ha condiviso con il Consiglio il suo parere secondo cui, data la grave recessione economica che si prevede a seguito della pandemia di Covid-19, le condizioni attuali consentono l’attivazione della clausola. Il 23 marzo 2020 i ministri delle finanze degli Stati membri hanno concordato con la valutazione della Commissione. L’attivazione della clausola di salvaguardia generale consente una deviazione temporanea dal percorso di avvicinamento all’obiettivo di bilancio a medio termine, a condizione che la sostenibilità di bilancio a medio termine non ne risulti compromessa. Nell’ambito del braccio correttivo il Consiglio può anche decidere, su raccomandazione della Commissione, di adottare una traiettoria di bilancio riveduta. La clausola di salvaguardia generale non sospende le procedure del patto di stabilità e crescita. Essa permette agli Stati membri di discostarsi dagli obblighi di bilancio che si applicherebbero normalmente, consentendo alla Commissione e al Consiglio di adottare le necessarie misure di coordinamento delle politiche nell’ambito del patto.

Secondo la Commissione Europea é necessario continuare ad agire per limitare e controllare la diffusione della pandemia, rafforzare la resilienza dei sistemi sanitari nazionali, attenuare le conseguenze socioeconomiche mediante misure di sostegno per le imprese e le famiglie e garantire condizioni sanitarie e di sicurezza adeguate sul luogo di lavoro al fine di riprendere l’attività economica. È opportuno che l’Unione si avvalga pienamente dei vari strumenti a sua disposizione per sostenere gli sforzi degli Stati membri in tali ambiti. Parallelamente gli Stati membri e l’Unione dovrebbero collaborare al fine di preparare le misure necessarie per tornare al normale funzionamento delle nostre società ed economie e a una crescita sostenibile, integrandovi tra l’altro la transizione verde e la trasformazione digitale e traendo dalla crisi tutti gli insegnamenti possibili.

La crisi della Covid-19 ha però anche evidenziato la flessibilità offerta dal mercato unico per adattarsi a situazioni straordinarie. Tuttavia, al fine di garantire una transizione rapida e agevole alla fase di ripresa e la libera circolazione di beni, servizi e lavoratori, le misure eccezionali che ostacolano il normale funzionamento del mercato unico devono essere rimosse non appena non sono più indispensabili. La crisi attuale ha anche evidenziato la necessità di piani di preparazione alle crisi nel settore sanitario che comprendono, in particolare, migliori strategie di acquisto, catene di approvvigionamento diversificate e riserve strategiche di forniture essenziali. Si tratta di elementi fondamentali per l’elaborazione di piani più ampi di preparazione alle crisi per la sicurezza della popolazione e la gestione delle emergenze.

In altri termini, ogni Comune dovrebbe aggiornare con urgenza le procedure di gestione delle emergenze (terremoti, incendi, alluvioni ed altre catastrofi naturali)  in funzione delle misure anti contagio. Ma dovrebbe anche avere  pronto un piano B per non trovarsi impreparati come accaduto al mondo della sanità.

Paolo Ghezzi, con decenni di esperienza istituzionale nella protezione civile, è Delegato nazionale ANCRI (l’Associazione Nazionale Insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana) per la Protezione civile e l’ambiente, e viene considerato uno dei maggiori esperti in tematiche ambientali, quale responsabile scientifico del master “Gestione e controllo dell’ambiente: economia circolare e gestione efficiente delle risorse” della Scuola Superiore S. Anna di Pisa. L’abbiamo voluto intervistare.

Cosa ci ha insegnato la gestione dell’emergenza Covid19?

In questi mesi abbiamo vissuto distanziati, imponendoci comportamenti poco naturali, imparando a diffidare della normale inclinazione all’affettività, abituandoci all’utilizzo di gel e mascherine. Una nuova dimensione con cui, ci viene detto, dovremo convivere ancora molto a lungo sia nella gestione della quotidiana vita privata che nell’ambito lavorativo e produttivo.

L’evoluzione del contagio, ha reso chiaro per tutti che essere impreparati ad affrontare scenari di rischio, perché ritenuti improbabili o inaspettati, può generare tempi di risposta inadeguati per contenere la portata del danno. Questo vale per una pandemia, scenario difficile per cui prepararsi in grande scala, ma a maggior ragione vale per le emergenze da rischi ordinari.

E non siamo già abbastanza preparati?

Considerando le complicazioni dovute al COVID, direi di no.

Questa fase 2 e quelle che la seguiranno, ci porteranno ad un costante monitoraggio degli effetti della routine su una possibile ripresa dei contagi. Per contenere il contagio, giustamente, ci affidiamo ad un sistema rigido di regole, al sistema di distanziamento, alla prevenzione negli ambienti di lavoro ed in quelli sociali: sono misure volutamente e necessariamente standardizzate per prevenire nuove diffusioni del virus. In emergenza, ciò che è ordinario rischia di saltare. Quindi è necessario interrogarsi su come dovremmo affrontare gli scenari di rischio più comuni, per evitare di generare situazioni di possibile contagio diffuso.

E’ possibile farlo?

Non è semplice e dipende dal livello di pianificazione da cui si parte. Ogni gestione di emergenza, qualunque sia il livello della sua gestione, richiede la ricostruzione preventiva di più scenari di rischio e la conseguente predisposizione delle misure per ridurne gli impatti. E’ quanto è previsto nei Piani di Protezione Civile in cui ad ogni scenario di rischio sono associate specifiche azioni, risorse, uomini e mezzi. Ciò che è standard nella vita quotidiana, gestione preventiva del COVID19 compresa, non può funzionare nella concitazione dell’emergenza.

Quali sono gli scenari più comuni cui guardare?

Il 10% della popolazione italiana e delle famiglie vive in aree a cosiddetto “rischio idrogeologico (alluvioni e frane) medio o elevato. Nelle stesse aree ricade oltre il 15% del patrimonio culturale del Paese. A questi scenari possiamo aggiungere, tra gli altri, il rischio sismico e quello estivo degli incendi. Sono inseriti in appositi Piani di Protezione Civile e richiedono la gestione collaborativa e di sistema non solo di addetti ai lavori ma anche della popolazione coinvolta che, in ogni scenario, è parte attiva e fondamentale della risposta efficace.

Quindi i Piani ci sono. Perché preoccuparci?

Sarebbe bene prendere coscienza che ad oggi, probabilmente nessun Piano di protezione Civile può ritenersi efficace per dare contemporaneamente risposta allo specifico scenario di rischio e alla minimizzazione degli effetti pandemici. Basta riguardare le immagini di repertorio delle più recenti gestioni emergenziali per capire che se proiettati nell’abisso di un terremoto o di un’alluvione, gli strumenti standard utilizzati fino ad oggi si rileverebbero inadeguati a prevenire la diffusione del contagio. Interventi sul luogo, trasporti di persone, evacuazioni, aree di ammassamento, attrezzature sanitarie di emergenza, aree di accoglienza: tutte azioni tarate per essere efficaci in condizioni di una pianificazione di risposta ordinaria ma che risulterebbero insufficienti all’interno delle necessita di una gestione pandemica.

Quali le priorità?

E’ un dovere delle Istituzioni quello di salvaguardare sia gli operatori che la popolazione, spesso numerosa, coinvolta nelle emergenze. Per questo, non solo andrebbero adeguate le previsioni di pianificazione e di intervento, ma andrebbero anche testate con specifiche esercitazioni, coinvolgendo gli operatori professionali e il mondo del volontariato. La popolazione andrebbe informata delle nuove modalità comportamentali anche in caso di emergenza.

Possiamo fare un esempio?

Pensiamo agli scenari principali della nostra Toscana e alle procedure previste dai singoli Piani per la riduzione del rischio dell’Arno o dei suoi numerosi affluenti. Andrebbero testati i nuovi tempi di risposta del sistema e i diversi tempi di allertamento della popolazione in funzione delle risorse locali e dell’evoluzione della piena. Là dove era possibile garantire accoglienza a 100 persone, le regole di distanziamento sociale consentirebbero accoglienze ben inferiori. Le sale operative e tutta la logistica di supporto dovrebbero essere uniformate alle necessità di sanificazione costante e di distanziamento. Dovrebbero essere garantite adeguate quantità di DPI anche per la popolazione, di mascherine e di quanti, di mezzi di trasporto che non potrebbero certo accogliere lo stesso numero di persone. Il patrimonio artistico e culturale avrebbe bisogno di tempi ben più importanti per essere messo in sicurezza.

Sembra però tutto pianificabile

Certo ma con maggiore complessità e con la doverosa attenzione che il momento richiede. Ci sono molti scenari di rischio improvvisi che si trasformano in breve tempo ed in cui si deve intervenire nell’immediato senza possibilità di improvvisare troppo sulle modalità. Serve preparazione e adeguata dotazione preventiva di strumenti e mezzi.

Per questo andrebbero utilizzati al meglio questi mesi estivi per incrementare la capacità di risposta in emergenza anche in ottica di prevenzione della diffusione del contagio.

Da dove partire quindi?

Dalla consapevolezza delle Amministrazioni locali e raccogliendo l’invito del Dipartimento che mi risulta abbia stilato linee guida di comportamento in emergenza. Adeguare i Piani, coinvolgere il sistema di Protezione Civile in tutte le sue componenti e la popolazione. Promuovere una reale cultura dell’emergenza per affrontare i rischi ordinari all’interno di questo scenario di rischio pandemico. ANCRI è a disposizione per affiancarsi a chi lo ritenesse utile.

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