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Perché è importante la privacy?

Legale specializzato in data protection e privacy
Perché è importante la privacy?

Apprensione – In queste settimane di lotta alla pandemia, in molti si sono chiesti cosa ci sia di così tanto importante nella privacy. Credo che sia inevitabile chiederselo, osservando con apprensione il braccio di ferro tra fautori delle soluzioni tecnologiche e detrattori. Ci si chiederà, ad esempio, il perché dei numerosi scrupoli di sicurezza riguardanti le app per il contact tracing. Se questi strumenti possono essere utili nel limitare i danni peggiori della pandemia (sanitari ed economici), perché esitare?

Qualcosa da nascondere – In generale, molti staranno pensando che, a fronte dei chiari vantaggi della tecnologia, non è chiaro quali siano i pericoli. Da un lato, il pensiero è che ormai su internet circoli qualsiasi informazione che ci riguarda ed è, quindi, inutile ogni resistenza. Dall’altro lato, è piuttosto diffusa l’idea per cui la privacy sia un problema solo per chi ha “qualcosa da nascondere”.

Ca**ate – Tutti questi dubbi sono assolutamente comprensibili, quando a esprimerli è un normale cittadino. Per questo, chi ha ben chiara l’importanza vitale della questione, ha il dovere di provare a spiegare. Solo così ognuno potrà rendersi autonomamente conto di quanto troglodita sia la retorica di chi parla di “abolire la privacy”, o declassa il problema a “ca**ate”. Queste caricature di politici e virologi-rockstar dallo stile oxfordiano, infatti, mettono seriamente in pericolo la nostra sicurezza e la nostra identità. Ma andiamo per gradi.

Riservatezza e anonimato – Prima di tutto bisogna archiviare un concetto ormai vecchio di privacy, che la riduce alle idee di riservatezza e di anonimato. Fino a poco tempo fa, prima dell’esplosione delle tecnologie e dei servizi digitali, la privacy equivaleva in effetti al diritto di “essere lasciati soli”. Il bene tutelato dal diritto era, per così dire, il proprio quieto vivere o, al massimo, la reputazione. Solo in contesti eccezionali, il bene tutelato poteva essere la libertà individuale e collettiva. Pensiamo, ad esempio, ai regimi totalitari realmente esistiti (fascismo, stalinismo) o a quelli immaginati (il Grande Fratello di 1984). In effetti, già questo aspetto impone una riflessione.

La storia è maestra di vita – Chi sostiene che la privacy non gli riguardi in quanto “non ha nulla da nascondere”, è viziato da una presunzione. L’errore, infatti, è pensare di sapere in anticipo quale aspetto della propria vita potrebbe, in futuro, causarci problemi. Un ebreo francese degli anni ’20, ad esempio, non avrebbe immaginato di certo che, poco tempo dopo, la notorietà della sua appartenenza gli avrebbe causato drammatici problemi. Un esempio? La storia di Marc Bloch, che potete ascoltare qui dalle parole del Professor Alessandro Barbero. Come possiamo, quindi, presumere che domani non potremo essere vittime di ingiustizie per motivi che oggi ci appaiono del tutto neutri? Già questo, dovrebbe allertarci non poco.

Rivoluzione digitale – Per chi legge non è però chiaro, a questo punto, cosa sia cambiato oggi. Per quale motivo, ci si chiederà, si accosta la discriminazione totalitaria con i pericoli della tecnologia? Perché, poi, il problema dovrebbe riguardare tutti i dati e non solo quelli critici come appartenenza etnica, religiosa o orientamento sessuale? Cerchiamo di capire assieme. Indaghiamo, cioè, perché la rivoluzione digitale ha cambiato tutto, amplificando enormemente la portata dei rischi e, quindi, delle garanzie necessariamente connesse alla privacy.

Gemello digitale – Partiamo da un presupposto: oggi praticamente ogni aspetto della nostra vita ha un suo doppio digitale. Comunichiamo via chat o e-mail, raccontiamo tutta la nostra vita nei social, acquistiamo, prenotiamo e paghiamo online, accediamo a numerosi servizi pubblici via web (sanità, fisco, politiche attive). Ancora, esprimiamo i nostri desideri o le nostre paure utilizzando i motori di ricerca, carichiamo sul cloud i nostri documenti di lavoro o scientifici. Forse non ci pensiamo, ma nell’ecosistema digitale parla di noi anche il “come” facciamo queste cose. I “metadati”, ossia l’ora in cui facciamo un acquisto o la velocità con cui clicchiamo su un sito o da dove digitiamo, sono tracciati. Con l’aiuto della psicologia e delle scienze cognitive, queste informazioni raccontano moltissimo di noi. Tanto più ovviamente, se messe assieme a quelle relative a cosa abbiamo acquistato, che articoli abbiamo letto o cosa abbiamo ordinato sull’app di food delivery.

L’oceano dei dati – Tutte queste attività sono ormai ritenute essenziali per vivere. Dati e metadati sono la vera e propria benzina della new economy. Nessuno dei servizi a cui ci siamo abituati negli ultimi dieci anni – dai social network agli smart assistant – sarebbe possibile senza dati.  Nemmeno sarebbero possibili i vari componenti della cosiddetta “digital transformation” delle aziende, considerata imprescindibile per la competitività, ancor più nel mondo post Covid-19. Niente smart working, niente Internet of Things, niente data-driven business intelligence, senza dati e metadati.

Il valore dei dati – Già, ma quali dati? Quelli che ci riguardano, spesso. Questi servizi, per funzionare bene, ci localizzano, ci chiedono quali sono i nostri gusti, tracciano le nostre scelte, archiviano i nostri post e le nostre foto. In alcuni casi, poi, monetizzano i nostri dati cedendoli a terzi a pagamento (illecitamente, a volte). I dati digitali, infatti, differentemente dal “passaparola”, possono essere copiati – identici a sé stessi – infinite volte e trasferiti a costi bassissimi. Inoltre, possono essere elaborati velocemente e in grandi quantità, sempre a basso costo, da software informatici (dai computer). I colossi dell’ICT, quindi, fanno vagonate di soldi con i nostri dati. Noi li cediamo gratis. Interessante, no?

Informazione è potere – Gran parte dei profitti generati dai dati non sono, però, quelli che derivano direttamente dai servizi (ad esempio dalle ordinazioni via app o dagli abbonamenti). Il vero valore dei dati deriva dalla loro analisi. Immense moli di dati destrutturati (big data) vengono elaborate per estrarne valore informativo. L’informazione, si sa, è potere e questo enorme vantaggio informativo (e, dunque, di potere) oggi è il chiodo fisso di tutti, dai governi alle imprese.

Strategia – Fermiamoci un attimo per chiarire meglio. Qualunque obiettivo ci si ponga, per perseguirlo è necessario adottare una strategia. Bisogna ideare, cioè, una sequenza di azioni causalmente connesse che portino “logicamente” al risultato desiderato. Più informazioni si hanno su sé stessi, sugli altri e sul contesto, più è facile prevedere quali azioni devono essere realizzate. Per assurdo, se si disponesse di un sapere assoluto, divino, si potrebbe tendere all’infallibilità. L’uomo, ad esempio, è ciò che è (nel bene e – assai – nel male) proprio per la sua capacità di raccogliere ed elaborare informazioni (siamo intelligenti). Le tigri si stanno estinguendo perché siamo (purtroppo) più intelligenti (ma non più saggi) di loro, non certo perché siamo più forti. Questo schema vale in ogni competizione, anche in quella militare, in quella politica e – senz’altro – nel mercato.

Algoritmi – Lo straordinario progresso dell’informatica ha portato, negli ultimi anni, a generare dei software (comunemente indicati come “algoritmi”), in grado di estrarre dai dati un sapere enorme, a tratti nuovo, fruibile in tempi ed a costi sostenibili. La big data analytics, oggi, consente addirittura di prevedere (statisticamente) eventi o comportamenti futuri, intervenendo per impedirli (se indesiderati) o fomentarli (se voluti). Non ci credete? Informatevi, ad esempio, su KeyCrime.

Intelligenza Artificiale – Addirittura, questi algoritmi sono in grado, in un certo senso, di imparare automaticamente a fare il loro lavoro. Questo campo dell’informatica si chiama machine learning, ed è alla base dell’attuale tecnologia definita come “intelligenza artificiale”. Se avete dubbi sull’efficacia dell’intelligenza artificiale, pensate a come, già oggi,  funzionano bene i chatbot, le funzioni avanzate dei motori di ricerca online, il riconoscimento facciale dei vostri cellulari. Pensate, poi, che fra non molto potremo circolare su veicoli “smart”, ossia che si guidano da soli, proprio grazie a questa tecnologia.

Profilazione – Abbiamo detto che la “benzina” di queste tecnologie sono i dati. Infatti, questi software devono essere “addestrati” sottoponendo loro quantità enormi di dati attarverso i quali “imparare” a fare il loro mestiere. Una volta imparato, poi, per erogare i loro servizi, ci chiedono altri dati. Il motore di ricerca aspetta, per esempio, la nostra domanda per restituirci l’elenco di link da visitare. Per quello che ci interessa qui, in particolare, dobbiamo pensare che gran parte dei servizi digitali a cui accediamo si basano sulla nostra profilazione. Gli algoritmi, cioè, analizzano tutte le informazioni disponibili su di noi per suddividerci in tanti sottoinsiemi etichettati in base agli obiettivi di chi li sviluppa.

Pubblicità online – Ad esempio, un sito potrebbe profilare i propri utenti suddividendoli in base alle loro caratteristiche (età, sesso, orario di visita, contenuti visitati, acquisti fatti, permanenza sul sito…) per poi vendere a degli inserzionisti (aziende) pubblicità targettizzata. Si, l’advertising online funziona così! L’inserzionista compra gli utenti, più che uno spazio inerte. I vantaggi? Pensateci bene. Un tempo un inserzionista doveva spendere un sacco di soldi per comprare, ad esempio, un grande cartellone su una facciata di un palazzo. Poi, doveva aspettare – sperando – che, in una specie di pesca a strascico, qualcuno “abboccasse”. Oggi, sul web, è come se lo stesso inserzionista potesse comprare un piccolissimo spazio proprio davanti al naso di quella parte di passanti nella stessa via, che risultano essere (in base all’analisi dei dati) potenzialmente interessati. Molto più efficace ed efficiente, no?

Manipolazione – Dal punto di vista dell’inserzionista sì. Ma dal nostro punto di vista di utenti? In parte, anche. Certamente, ricevere pubblicità mirata è meno seccante che essere bombardati da pubblicità di prodotti e servizi che con noi non c’entrano nulla. Tuttavia, il problema è un altro. In realtà, passando moltissimo tempo online, riceviamo molta più pubblicità e possiamo ignorarla molto meno facilmente rispetto ad un tempo. Inoltre, i progressi già accennati nelle scienze cognitive e nella psicologia, sommati all’analisi dei dati, consentono agli inserzionisti di mirare ad una forma di persuasione molto più invasiva e, a volte, manipolatoria. Un conto, infatti, è stimolare la curiosità di un passante attirando la sua attenzione, un conto è conoscere le sue vulnerabilità (ambizioni e paure più profondi) e sfruttarle, conoscendo i suoi meccanismi psicologici, per indurlo a compiere scelte vantaggiose per l’inserzionista. Vero?

Circolo vizioso – La questione è molto più ampia di così, però. Non è solo il settore del marketing a sfruttare queste tecnologie, ma anche – tra i tanti – il mondo del recruiting, quello assicurativo, quello del credito. Come fare se la banca, analizzando i nostri dati tramite un automa, decide automaticamente e senza appello la possibilità per noi cruciale di concederci un mutuo? Cosa fare se con le stesse modalità un’azienda decide se assumerci o licenziarci? Come fare, poi, se questi episodi innescano un circolo vizioso per il quale, a seguito delle decisioni negative di quegli algoritmi, perdiamo occasioni e ci impoveriamo o abbiamo un curriculum peggiore, che a sua volta causa decisioni ancora peggiori da parte di altri algoritmi?

Politica – Il pericolo per la libertà dell’individuo connesso alla circolazione dei suoi dati inizia ad essere più chiaro, ora? Ma non è tutto. Cosa pensate che succeda se lo stesso meccanismo viene applicato in ambito politico? In USA, da ben due tornate di presidenziali, vince il candidato più abile a sfruttare le dinamiche digitali. Che fine fa la sovranità popolare se chi dispone dei media (sia il governo o una company privata) è in grado di individuare gli indecisi, comprenderne paure e desideri, dedicare ad ognuno di loro, in base al profilo, stimoli personalizzati che lo inducono ad optare per un certo candidato? Che fine fa la democrazia stessa? In molti se lo stanno chiedendo, soprattutto dopo il celebre caso di Cambridge Analytica.

Social Credit System – Senza contare che, a volte, il pericolo per la sicurezza e libertà collettive è molto più diretto. Alle volte può capitare che sia il governo stesso a mettere in atto campagne di profilazione di massa. Pensate stia citando un episodio di Black Mirror? Si, ma anche il Social Credit System cinese, già sperimentato in alcune città e in attivazione generalizzata proprio dal 2020. Si tenga presente che questo sistema di credito sociale implicherà sanzioni e premi.

Bastone e carota – I cittadini potranno vedersi vietati alcuni servizi fondamentali, come l’accesso ai voli aerei, se la loro profilazione (effettuata monitorando anche i loro social, oltre che i loro precedenti penali, ad esempio) darà luogo ad un rating negativo. Viceversa, potrebbero ricevere vantaggi se la loro condotta risultasse coerente con i desiderata del governo. Un problema dei cinesi, si dirà. Beh, non solo, dal momento che anche in occidente si sono verificati episodi poco rassicuranti e, peraltro, meno “trasparenti”, di monitoraggio su larga scala dei cittadini.

Identificazione – Risulta chiaro, quindi, che non sia più centrale o, comunque, esclusivo, il problema dell’essere identificati o identificabili. Gli abusi e le limitazioni della libertà e sicurezza dei cittadini, in caso di mancate precauzioni sull’uso dei dati, possono benissimo realizzarsi senza collegare un nome, un cognome o un identificatore biometrico (impronta digitale) a una persona. Basta conoscerne il profilo. Allo stesso modo, se non bastasse quanto detto all’inizio, è altrettanto chiaro che i rischi non sono per nulla connessi al fatto di “fare qualcosa di male”.

La gabbia – La privacy o, per meglio dire, la data protection oggi è equivalente di libertà. Accettereste di venir chiusi in una gabbia di quattro metri per quattro per tutta la vita, per quanto iper accessoriata? Accettereste di demandare ad una persona diversa da voi gran parte delle vostre scelte individuali, anche quelle cruciali della vostra vita, come uno schiavo dell’antica Roma? Probabilmente no. Per questo dovreste essere preoccupati del fatto che i trattamenti di dati (che nessuno vuole impedire, sarebbe insensato! Della tecnologia abbiamo estremo bisogno!) avvengano secondo criteri di massima sicurezza. Non è una fisima da intellettuali, è sopravvivenza!

Sicurezza nazionale – C’è poi un problema che va oltre l’individuo. Abbiamo fatto cenno prima al fatto che l’informazione è potere e che le tecnologie di cui si è parlato hanno un impatto enorme anche in campo bellico e politico. Cosa potrebbe accadere, nella competizione globale, se sufficienti informazioni sulla popolazione o sul tessuto produttivo del nostro Paese andassero in mani di qualche organizzazione ostile? Sia essa un gruppo terroristico, criminale, uno stato o un’entità finanziaria interessata a speculare sui nostri guai? Non possiamo proprio permetterci la leggerezza di lasciarci ingolosire dalla vetrina dei servizi brillantissimi che la tecnologia propone senza domandarci quale sia il loro vero costo. Per lo meno, dobbiamo comprendere come ottenerli accompagnandoli con garanzie adeguate, che non implichino un suicidio collettivo a medio-lungo termine.

La nostra identità – Infine, la dignità e la centralità della persona umana è forse il vero fondamento comune della civiltà europea, che accomuna culturalmente l’inglese al tedesco e all’italiano, differenziandoci sia dall’oriente che dal continente americano. Il che non significa che questi siano nemici, sia chiaro. Benvenga l’alterità e il confronto. Ma senza identità è difficile avere una prospettiva ed è difficile, quindi, capire dove si vuole andare. Per questo dobbiamo difendere, anche su un piano etico e non solo pratico, l’importanza del rispetto della persona anche attraverso la data protection, pur se a volte può rallentare un poco la cavalcata della tecnologia che, comunque, non si ferma e non si deve, assolutamente, fermare!

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