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Quando manca il coraggio di sapersi accontentare

Quando manca il coraggio di sapersi accontentare

Un ricco al volante d’una fuoriserie vide un giorno un povero contadino, vecchio, avvolto in un mantello pieno di buchi, un cappello di paglia in testa, seduto su uno steccato. Commiserandolo, fermò l’auto per parlare con lui. “Qui io non potrei vivere”, disse, “tu qui non vedi niente e son sicuro che non puoi viaggiare come me. Io sono sempre in giro”!  Il vecchio guardò il ricco dal­l’alto dello steccato e disse senza esitazione: “lo non vedo nessuna differenza fra me e te in quel che facciamo, io siedo sullo steccato e osservo le macchine che passano, tu siedi nella tua macchina e passando vedi gli steccati.  La differenza è che io sto più al sicuro di te e per giunta non mi costa niente”.

È una storia raccontata dal biblista americano Martin Ralph DeHaan.

E vi ho pensato subito dopo aver assistito allo spettacolo ben poco edificante dell’ormai ex Commissario ad acta alla sanità della Regione Calabria Saverio Cotticelli, di fronte alle telecamere di Titolo V, la trasmissione di Raitre, venerdì 6 novembre.

La storia è su tutti i media, per l’ennesima sorpresa nazionale, durante la quale tutti si strappano i capelli dallo sdegno per qualche tempo. Prima di rigirarsi come di consueto dall’altra parte, in attesa della prossima caduta dal pero.

Cotticelli non solo è apparso impreparato al limite dell’indecenza, impacciato e disarmato come un alunno delle elementari che non ha aperto libro, davanti alla maestra che lo interroga. Non solo, dalle parole della sua vice commissaria Maria Crocco, che dall’altra stanza lo rimprovera dicendogli fuori campo: «La devi finire! Quando fai queste cose devi andare preparato», si intuisce che deve essere un’abitudine quella di non fare i compiti.

Emerge soprattutto la strafottenza e lo spregio di chi, pur essendo il plenipotenziario della sanità in Calabria, in piena pandemia, che da marzo è il problema numero uno del mondo, del suo Paese, e quindi della regione per la quale lui è stato nominato alla più alta carica in materia di sanità, ha per i suoi primari doveri. Spregio per il diritto alla salute che dovrebbe garantire ai cittadini calabresi. Ma anche per il dovere di dignità nel compiere con un minimo di diligenza il proprio compito. Che immagino fosse retribuito. Ma che anche se non lo fosse, non giustifica la sua incapacità e inettitudine, aggravata dal fatto che non riguarda la messa in opera di un cattivo programma operativo per la gestione dell’emergenza Covid. Che non è nemmeno dovuta alla sopravvalutazione, sua o di chi lo ha nominato, delle proprie competenze per svolgere quel compito. Riguarda la palese strafottenza ed il menefreghismo di chi, pur avendo osato chiedere (e senza vergogna) al Ministero della salute, lui, plenipotenziario della sanità regionale, chi dovesse occuparsi del programma regionale anti-covid, non solo non si sia occupato di conoscerne la risposta, ma non sapesse nemmeno che la risposta gli era già arrivata. Con lettera che si trovava nella stanza accanto alla sua, e del cui contenuto apprendeva solo leggendola sotto le telecamere. Apprendendo con malcelata sorpresa che era evidentemente lui il responsabile.

La cosa però che più indigna e lascia davvero a bocca aperta, è che il Signor Saverio Cotticelli non è il solito funzionario raccomandato e sprovveduto che si trova a gestire cose più grandi di lui. È invece addirittura un generale di Corpo d’Armata (cioè il grado vertice: lo stesso grado del Comandante Generale!) dell’Arma dei Carabinieri.

Allora viene spontaneo porsi due domande.

La prima, pensando alla risposta data dal vecchietto seduto sullo steccato al ricco signore al volante della fuoriserie, è chi gliel’abbia fatto fare, al generale Saverio Cotticelli, di guidare senza patente una fuoriserie impegnativa come la sanità calabrese. Che non ha comprato certo di tasca sua, ma a spese del contribuente, che ha guidato a suo rischio personale. Dimostrando palesemente di non sapere nemmeno dove fosse il pedale del freno. Correndo un rischio che lo ha portato a pagare, per quel giro in fuori serie, in soli due minuti di intervista, il prezzo della sua stessa dignità. Costruita in quasi cinquant’anni, voglio credere onorevoli, di carriera nell’Arma.

Seppure in un paese dove abbiamo avuto ministri dell’Universitá senza laurea, e ministri degli esteri che non parlano una parola di una lingua straniera, non poteva accontentarsi di starsene seduto sul suo steccato e godersi la sua meritata pensione del massimo grado della carriera militare? Magari, se spinto dalla voglia di continuare a servire la collettività, avrebbe potuto contribuire, in modo meno pericoloso per lui e per gli altri, alle tante opere di volontariato che sostengono il Paese e la nostra società. Avrebbe così almeno evitato di mostrare al mondo che non era neppure in grado di leggere la posta a lui indirizzata. Perché non posso immaginare nemmeno attimo che avesse corrispondenze più importanti e urgenti da trattare di quella che ha scoperto sotto le telecamere televisive.

La seconda domanda, e non è retorica, è chi l’abbia messo su quella poltrona.

Voglio solo sperare che, nella migliore delle ipotesi, chi l’ha nominato non lo abbia fatto per le sue competenze in materia sanitaria. Voglio infatti immaginare che l’abbia fatto per l’immagine di serietà che la sua divisa dismessa (ancor più del grado rivestito) rappresenta per gli italiani. Serietà e affidabilità che, anche se non dovesse dare per acquisito che un generale ei Carabinieri plenipotenziario alla sanità regionale sia consapevole della responsabilità che ha nella sua regione per la pandemia, dovrebbe dare almeno per acquisita la capacità di accorgersi di lettere così drammaticamente importanti che gli vengono indirizzate dal Ministero della salute.

In altro articolo su Il Riformista del 31 luglio scorso, mi chiedevo se fosse davvero un bene che il Comandante Generale dei Carabinieri provenga “solo” dall’Arma. Lo facevo riferendomi al terreno su cui sembra abbiano attechito le male piante dei carabinieri trasformatisi in spacciatori di droga e aguzzini di Piacenza. Che sembra essere stato – con similitudini a certi aspetti di Magistratopoli – l’eccessivo e spregiudicato carrierismo, spesso movente non solo dei Carabinieri infedeli, ma anche di altri dirigenti investigativi.

Questa situazione, seppure con sfumature e gradazioni diverse, è rischio che corrono anche tutti gli altri organi di polizia.

L’insano carrierismo troppe volte spregiudicato (che vale non solo per le forze di polizia ma, come visto da Magistratopoli e dal caso Palamara, anche per la magistratura) potrebbe essere stato accentuato dal fatto che il Comandante Generale dei Carabinieri, da un decennio, proviene dalle fila dell’Arma, come quello della Guardia di Finanza dalle sole fila del Corpo. Rendendo quindi oggi tutti gli alti gradi di Carabinieri e Guardia di Finanza molto più permeabili e condizionati dalla politica. Senza l’appoggio della quale non potranno mai aspirare al vertice massimo.

Alcuni fatti di cronaca, come quelli di Piacenza, non rendono onore al valore della stragrande maggioranza dei Carabinieri. Che soffrono più di tutti gli altri cittadini del discredito gettato da alcuni delinquenti sul valore di una gloriosa storia plurisecolare. Scritta col sangue di tanti martiri ed eroi, e di tanti altri eroi silenziosi e dietro le quinte delle cronache. Che non si sentono in obbligo di travisarsi in TV sotto passamontagna e vestendo guanti da falconieri francescani, né di presentarsi come arruffapopolo sulle piazze, vantandosi generali e vestendo giacche arancioni. Ma si sa, e mi riferisco a Piacenza, al caso Cucchi o agli stupratori di Firenze, che fa sempre più rumore l’albero che cade di quanto non lo faccia la foresta che cresce.

Le Forze Armate e di Polizia, compresi i Carabinieri, restano senza alcun dubbio tra i fiori all’occhiello del nostro Paese. In Italia e nel mondo. Normalmente – con le eccezioni che confermano la regola – isole felici di efficienza e autentico spirito di servizio nell’abnegazione.

Che non è però quello di cui ha dato prova venerdì il generale Cotticelli. Che ha invece gettato un’ombra di discredito anche sull’Arma cui sempre appartiene, seppure in congedo. Ed in forza della credibilità della quale era stato nominato in tale delicata funzione.

Come non rende servizio né alle Forze Armate né alle Forze di Polizia, ma soprattutto non lo rende al Paese, l’eccessivo carrierismo che ormai non si limita più alla scalata dei vertici militari. Proiettandosi invece anche nel dopo pensione. Ponendo molti interrogativi sull’indipendenza dalla politica, com’è stato per anni per i vertici (tranne i numeri uno, che provenivano dall’Esercito) di Carabinieri e Guardia di Finanza, che sono istituzioni della più grande delicatezza per la tutela delle libertà democratiche fondamentali del Paese.

Con ciò non voglio assolutamente affermare che le pubbliche istituzioni, comprese quelle rappresentative elettive, non debbano poter beneficiare dell’esperienza, a volte di inestimabile valore, di servitori in uniforme dello Stato, anche dopo il raggiungimento del loro limite di età.

Ma questo non deve diventare, come oggi sembra esserlo, una regola. Bensì l’eccezione che conferma la regola. E la stessa cosa dovrebbe avvenire per i magistrati.

Ma perché questo accada, oltre ad una maggiore presa di coscienza da parte delle Istituzioni e della Politica, dei rischi che potrebbe comportare il radicarsi di questa abitudine, ci sarebbe bisogno di maggiore consapevolezza da parte dei servitori dello stato del dovere morale non solo di non superare mai i limiti delle proprie capacità. E non solo dei propri meriti, veri o presunti.  Ma anche il coraggio, che so non essere da tutti, di sapersi accontentare di quello che la vita professionale, a volte anche con persino troppa generosità, ha loro offerto.

Paolo di Tarso scriveva a Timoteo: “Or la pietà con animo contento del proprio stato è un gran guadagno”, mentre Gesù, secondo il Vangelo di Luca, diceva “non è dall’abbondanza dei beni che uno possiede, ch’egli ha la sua vita”.

Ma io ho avuto anche la fortuna di conoscere un grande Comandante Generale della Guardia di Finanza come il Generale Gaetano Pellegrino, che alcuni definivano a giusto titolo “un’asceta della vita militare”. A chi gli chiedeva cosa avrebbe voluto fare alla fine del suo mandato di Comandante Generale rispondeva: “Dopo aver comandato la Guardia (n.d.r.: come lui chiamava la Guardia di Finanza), io potrei accettare soltanto di fare il Papa. Ma siccome so di non averne i titoli, me ne andrò tranquillamente in pensione”. E così fece, ritirandosi nel suo amato Trentino.

Auguro pertanto al generale Saverio Cotticelli di poterlo fare con la stessa serenità.

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