Per anni l’Europa si è raccontata una favola: a noi le regole, agli altri il business. Una divisione del lavoro elegante, quasi morale: a Cupertino il codice, a Shenzhen la scala industriale, a Bruxelles il considerando di un regolamento. Solo che il mondo reale non rispetta i nostri compartimenti. Nel frattempo, il digitale ha smesso di essere un settore: è diventato il sistema nervoso del potere globale. Da una parte gli Stati Uniti, dove Microsoft, Google e Meta non sono solo aziende ma anche architetture di potere, una sorta di statualità privata camuffata da piattaforma digitale. Dall’altra la Cina, che ha costruito un ecosistema parallelo, speculare per ambizione e verticale per impostazione. Due modelli, una stessa vocazione: presidiare il futuro. E noi siamo ancora qui a discutere se vietare il telefonino in classe o se ChatGPT faccia copiare i temi. Discussioni legittime, ma inadeguate.

La partita vera si gioca molto più alla base: capacità di calcolo, modelli linguistici, proprietà dei dati, cavi sottomarini, GPU. Non nei post, non nei talk show. È lì, in quel sottosuolo, che si decide se un Paese sarà sovrano o solo un cliente garbato. Per questo “AI sovrana” non è uno slogan da convegno: è una necessità industriale, prima ancora che politica. Le dipendenze tecnologiche somigliano a tutte le dipendenze: comodissime all’inizio, quasi impossibili da disfare. Si chiama lock-in. Nessuno vi entra con la pistola alla tempia: si firma sorridendo un piccolo contratto di servizio, e pochi anni dopo dati, processi, archivi e persino il vocabolario interno dell’azienda appartengono a qualcun altro. È la versione 4.0 della servitù volontaria, con interfaccia amichevole e abbonamento mensile. Sovranità digitale non vuol dire chiudersi in una fortezza continentale, ma non diventare prigionieri di un solo fornitore, di un solo ecosistema.

Ne discende un corollario poco amato a Bruxelles: smettere di rincorrere gli Stati Uniti sui modelli giganti. È una gara già persa: copiarli equivale a inseguire un jet in bicicletta. La nostra partita è un’altra. Modelli più piccoli e specializzati: Small Language Model per la manifattura, la sanità, la pubblica amministrazione, la formazione, per i distretti che fanno la specificità di questo continente. Del resto, il vero tema dei prossimi anni non sarà «l’AI che scrive»: è già cronaca di ieri. Stanno arrivando i World Model, sistemi capaci di simulare ambienti reali, processi industriali, scenari economici. Se l’Europa resterà alla finestra anche su questo, il ritardo diventerà strutturale.

C’è poi un punto che il dibattito pubblico sottovaluta e che l’AI Act ha avuto il merito di nominare: l’AI Literacy. I cittadini non possono limitarsi a usare l’intelligenza artificiale, devono capirla. Una società che adopera tecnologie di cui ignora la grammatica è una società più fragile, e a un certo punto ricattabile. La scelta che abbiamo davanti è meno tecnica di come la si racconta. Vogliamo essere il soggetto che progetta il futuro digitale, o solo il mercato benestante dove altri verranno a venderlo? Per troppo tempo abbiamo creduto che bastasse normare il cambiamento per governarlo. Ma le regole valgono fino a un certo punto, se il codice lo scrivono sempre gli altri.

Gualtiero Carraro

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