Numeri
Italia, la popolazione invecchia: gli over 65 sono 1/4 dei residenti. Il dramma del lavoro
Il Rapporto Annuale Istat 2026 racconta un Paese che continua a muoversi in un equilibrio degno della Torre di Pisa: sembra sul punto di cadere, ma in realtà non crolla mai e, talvolta, sorprende persino per capacità di resilienza e ripartenza. Proprio mentre la Commissione europea rivede al ribasso le stime di crescita economica per l’Italia, collocandola all’ultimo posto tra i Paesi dell’Unione, l’Istat descrive nel suo Rapporto annuale un’economia che esporta, crea occupazione e mostra una capacità di adattamento superiore a molte previsioni pessimistiche.
Allo stesso tempo, il Rapporto individua alcuni nodi strutturali che continuano a frenare lo sviluppo del Paese: l’invecchiamento della popolazione, la stagnazione della produttività, le disuguaglianze territoriali e l’insufficiente valorizzazione del capitale umano. Nel 2025 il Pil italiano è aumentato dello 0,5% in termini reali, in un contesto internazionale segnato da guerre, rincaro dell’energia e rallentamento dell’economia europea. L’Italia ha retto grazie alla domanda interna, in particolare agli investimenti pubblici collegati al PNRR, ma soprattutto grazie alla capacità delle imprese di mantenere competitività sui mercati esteri. Le esportazioni continuano infatti a rappresentare uno dei principali punti di forza del sistema produttivo nazionale: rispetto al 2019, le vendite all’estero dei prodotti italiani sono aumentate del 34%, superando la Spagna (+32,2%) e soprattutto la Germania (+17,5%). Anche il mercato del lavoro offre segnali incoraggianti. L’occupazione cresce e il tasso di disoccupazione è sceso ai livelli più bassi degli ultimi anni, mentre aumenta il numero dei contratti stabili.
Dietro questi dati positivi persistono però profonde differenze sociali e territoriali. Il Mezzogiorno continua a soffrire un forte deficit occupazionale, soprattutto femminile, mentre molti giovani qualificati lasciano il Sud o l’intero Paese alla ricerca di opportunità migliori. La mobilità sociale nel nostro Paese è ancora troppo ridotta. L’età media della popolazione (47,1 anni) continua ad aumentare, e gli over 65 rappresentano ormai un quarto dei residenti. Non è soltanto un problema demografico: meno giovani significa meno forza lavoro, minore capacità innovativa e maggiore pressione sul welfare e sulla sanità pubblica. Un Paese che perde giovani registra un duplice danno economico: da un lato non riesce a beneficiare degli investimenti sostenuti per la loro formazione, dall’altro rischia di impoverire la propria capacità di innovazione e crescita futura.
Il vero problema italiano resta però la produttività. Tra il 2015 e il 2025, a fronte di una crescita media annua del valore aggiunto pari all’1,5%, la produttività totale dei fattori – cioè la componente della crescita legata alla tecnologia e alla conoscenza – ha contribuito per appena 0,6 punti percentuali. Esistono però anche segnali positivi. Nel 2025 la componente intensiva degli investimenti, cioè quella maggiormente legata all’innovazione, alla ricerca, alle tecnologie e alla conoscenza, ha mostrato segnali di recupero: i prodotti della proprietà intellettuale sono cresciuti del 4% e la Ricerca e Sviluppo del 5,1%. Occorre allora investire con maggiore decisione nel capitale umano presente e futuro, perché la vera sfida si giocherà sulla capacità di ridisegnare il ruolo delle competenze in una società attraversata dalla trasformazione digitale e dall’Intelligenza Artificiale. In questo scenario, l’Italia possiede ancora alcune risorse distintive: la fiducia sociale, la capacità di cooperazione e quella generosità diffusa che trova espressione nel volontariato e nelle reti informali di solidarietà.
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